
I suoi attacchi di asma erano sporadici, ma vividi nella sua mente; e, una volta, a tredici anni, nell’ora di ginnastica, si era trovato sotto il Grosso Ling nel momento sbagliato e il Grosso Ling gli si era avventato contro. Essendo due volte il peso di Luis, Ling gli aveva praticamente schiacciato i polmoni, facendogli fuoriuscire tutta l’aria. Dopo un tempo infinito passato ad annaspare, il primo respiro, spezzato, fiacco, tremendamente doloroso: era quella la libertà. Il respiro. Ciò che respiravi.
Senza quello soffocavi, ti si annebbiava la vista e morivi.
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Lasciamo stare il Grosso Ling, che è un pretesto per parlare dell’asma. Quando non si ha un problema è difficile immaginarlo, e Le Guin con il suo citare il respiro spezzato, fiacco e doloroso, associandolo alla libertà, è davvero brava a farmi capire cosa si provi. Cosa si provi alla fine di un programma, senza più fiato. O dopo un incidente, disteso sul ghiaccio. Inutile dire che lo ammiro ancora di più.
Vide l’espressione esasperata di Aki. Non le importava. Nessun altro sembrava capire l’emozione di quello che faceva Canaval, il brivido di farlo bene… non più o meno bene, ma esattamente. La perfezione. Era bello, quel lavoro. Era astratto, eppure umano, persino umile, perché quello che tu volevi non aveva la minima importanza. E non potevi accelerare le cose: bisognava azzeccare tutte le quisquilie, considerare ogni dettaglio per arrivare al grande quadro. C’era una rotta da seguire. Ci voleva un’attenzione costante, incessante e vigile per mantenerla. Non si trattava di seguire il tuo desiderio o la tua volontà, ma ciò che era. Essere consapevole, tutto il tempo, essere centrato.
I nomi sono un accidente, il dettaglio della storia. Ma quante persone, nella realtà, sono capaci di essere così consapevoli e di cercare la perfezione, al di là dei propri desideri?