
In Vuoto a vincere a parlare sono i campioni, quelli che hanno vinto e che poi hanno dovuto interrogarsi sul senso della loro vita. Noi vediamo la gara, il trionfo o la sconfitta, loro vivono gli allenamenti, inseguono un sogno a cui sacrificano tantissimo, e dopo?
I campioni in questione sono Andrea Lucchetta, pallavolo, Jury Chechi, ginnastica artistica, Gabriella Dorio, atletica, Giovanna Trillini, scherma, Domenico Fioravanti, nuoto, Alessandra Sensini, windsurf, Antonio Rossi, canottaggio, Antonio Cabrini, calcio, Adriano Panatta, tennis, Nino Benvenuti, boxe.
Per Lucchetta ho tifato davvero, tanto è vero che ho letto anche La squadra che sogna di Giuseppe Pastore. Per la verità se l’Italia affrontava gli Stati Uniti, e se il palleggiatore statunitense era Jeff Stork, il tifavo Stati Uniti, ma nelle altre partite era Italia, mentre nel campionato italiano non ho avuto problemi a spostare il mio tifo da Parma a Milano. Tendo a tifare per i giocatori, un po’ meno per le squadre. A Milano comunque Lucchetta e Stork erano in squadra insieme, e pure Andrea Zorzi, tifare per quella squadra era facile, anche se i campioni che c’erano in Italia in quel momento erano tantissimi, non solo italiani. Ne cito giusto due, lo statunitense Karch Kiraly, che riusciva a salvare di tutto e lo spagnolo Rafael Pascual, che ho visto dal vivo in un all star e che invece metteva a terra di tutto. Quindi ok, un pallavolista mi interessa, Lucchetta in particolare.
Chechi avrebbe potuto vincere una medaglia nell’all around nel 1992, la sfortuna ci ha messo lo zampino sotto forma di un bruttissimo infortunio. Quando è tornato non è stato più così competitivo nel concorso individuale, ma ha fatto sapere a tutti di essere il signore degli anelli. Ad Atlanta 1996 ho pianto.
Sono loro gli unici due campioni presenti in questo libro per cui ho davvero tifato. Ho visto vincere Giovanna Trillini, in una finale in cui avrei voluto vederla molto meno. La RAI, con mia somma gioia, alternava le immagini di fioretto femminile e ginnastica artistica femminile, io volevo vedere la ginnastica ma ogni volta che Trillini saliva sulla pedana le immagini abbandonavano la ginnastica e si spostavano su di lei. Non mi ha accontentata quel giorno, le chiedevo di vincere in fretta o di perdere in fretta, comunque di uscire dallo schermo, invece Giovanna ha vinto combattendo, e io di ginnastica ho visto meno di quel che avrei voluto. Una grandissima campionessa, ha tutta la mia ammirazione, ma a volte ai campioni sono legati anche ricordi strani come questo. Il tennis l’ho seguito per anni, ora lo seguo poco per mancanza di tempo. Non ho mai tifato per Panatta per una questione di date: il primo match di tennis che ricordo di aver guardato è la semifinale dell’Australian Open 1985 fra Stefan Edberg, che ha vinto, e Ivan Lendl, ma ho iniziato a guardare davvero lo sport solo nel 1988. Panatta si era già ritirato da un pezzo. Non so se avrei tifato per lui se avessi seguito lo sport alla sua epoca. Gli altri praticano tutti sport che non ho mai seguito e che mi sono indifferenti, al di là del calcio che proprio non sopporto. Sì, mi è capitato di seguire qualche gara di atletica, con una certa ammirazione per Heike Henkel, elegantissima nel suo modo di saltare, e per Sergei Bubka, che definire impressionante è dir poco, mentre in acqua quello che seguo, saltuariamente, sono i tuffi. Sono riuscita anche a chiacchierare con Luca Sacchi senza riconoscerlo, e non è che era passato così tanto tempo dal suo bronzo mondiale. Mi hanno dovuto dire chi era lui, perché lui si è presentato semplicemente come Luca e io non c’è verso che possa riconoscere qualcuno.
Tutto questo per dire che i campioni che mi interessavano davvero, per cui avevo davvero tifato, erano pochi, anche se avevo sentito parlare di tutti. Alle Olimpiadi in tanti si scoprono tifosi di atleti di discipline che non hanno mai seguito, e che anche dopo continueranno a non seguire, solo perché hanno portato alla nazione una medaglia. Io ho tifato per un certo numero di italiani, più spesso ho tifato per stranieri, però il mondo dello sport mi affascina, e se posso cerco di capirlo meglio. Mi interessavano due/tre atleti su dieci? Libro comprato e letto. Per chi è appassionato di sport ne consiglio la lettura, indipendentemente dall’aver tifato o no per questi campioni, dall’essere appassionati o no delle discipline che gli hanno consentito di entrare nella storia. Ne riporto alcuni passaggi.
Sulla squadra di pallavolo, prima che iniziasse a vincere tutto (o quasi, a quei campioni è mancata la medaglia olimpica):
«Quello che ancora non sapevo è che vincere e perdere sono due momenti di depressione che hanno lo stesso filo logico. In tutti e due i casi il confine è abbastanza labile, e puoi continuare a precipitare nella tristezza. Molti che hanno sovrastimato se stessi o utilizzato artifizi chimici si sono ritrovati a fare un salto nel buio e non ne sono più usciti. Più perdi, più perdi fiducia in te stesso, autostima, non riesci a venirne fuori».
Chi parla è Andrea Lucchetta. Se dovessi fare graduatorie direi che probabilmente era il mio terzo giocatore preferito dell’epoca dopo Stork e Zorzi.
Quando sei sulla cima del mondo hai due possibilità. Puoi guardarti attorno e cercare di capire se ci sono altre vette più difficili da scalare. Oppure puoi buttarti giù e sprofondare nell’oblio.
Sempre Lucchetta, e io ricordo Yannick Noah che ha raccontato di essere stato sul punto di buttarsi nella Senna, credo un anno dopo il successo al Roland Garros. Quanto è difficile andare avanti dopo il successo? Cosa rimane dopo?
«Non voglio dire che in quel momento ti scorre tutta la vita davanti, non è che stai morendo. Però di fatto sei morto. Campione del mondo vuol dire che hai finito di vivere, è morto tutto quello che fino a quel momento ti portava, ti sosteneva. Praticamente è come se fossi morto»
La nazionale ha vinto, come ricorda Lucchetta inizia l’inno, e
hai il tempo per rivedere in una frazione di secondo quello che è stato tutto il tuo percorso. Esattamente come capita a un pazzo suicida che si butta giù dall’ultimo piano. È lì che hai il tempo di capire che tutto quello che avevi creato, per cui hai lottato e ti sei sacrificato, di colpo non c’è più. È una tristezza infinita
Le interviste ai campioni sono intervallate da brani scritti da Giorgio Burreddu, Fabio Cola e Alessandra Giardini. Sono interessanti, ma per leggerli vi invito a comprare il libro. L’unico modo per essere sicuri di poter continuare a leggere libri interessanti è comprarli, facendo in modo che autori ed editore ne abbiano un guadagno.
Lo devi sapere che niente sarà come vincere l’Olimpiade, chiunque dica di no è un bugiardo. Però lo devi accettare, altrimenti sarai per sempre un uomo infelice. Conosco tanti atleti che non riescono a capire la nuova realtà e soffrono tantissimo. Sono convinti di poter vivere ancora quello che è stato e così non trovano una dimensione diversa, perdono la serenità. Parlo di gente che ha fatto star ferma l’Italia per mesi, e adesso fatica ad accettare la normalità. La verità è che c’è l’atleta, poi però arriva l’uomo, o la donna, ed è lui che si deve confrontare con il resto della vita. Perché la prima, quella dell’atleta, finisce a trent’anni, a quaranta. Poi viene il difficile.
Questo è Jury Chechi. Per essere un ginnasta ha avuto una carriera lunghissima con tre partecipazioni olimpiche fra il 1988 e il 2004, e nel 1992 e nel 2000 non ha potuto andare alle gare a causa di due infortuni, ma anche per lui la carriera a un certo punto è finita. Questo è il dopo, i campioni che recentemente hanno parlato di depressione, di non riuscire più a fare quello che fino a poco prima facevano facendolo sembrare semplice non ci sono ancora arrivati, sono ancora nella fase descritta da Lucchetta, ma arriveranno anche qui, e non sarà facile.
Dopo l’oro del 1996 Chechi ha vinto un bronzo nel 2004. I suoi commenti su quella gara li lascio per un’altra occasione.
Avevo ancora addosso il body, e la medaglia al collo, e ho pensato: e ora? Era proprio chiaro che in quel momento preciso tutta quell’avventura lì era finita, una parte della mia vita si chiudeva. Ho sentito un vuoto pazzesco. Vuoto e paura. La paura più grande è quella di non avere più la tua giornata organizzata, scandita. Per gran parte della tua esistenza la routine è stata una noia mostruosa, però era anche una protezione: sapevo sempre che cosa dovevo fare, a tutte le ore, tutti i giorni. Il fatto di non avere più orari, certezze, all’improvviso faceva paura. È un ricordo nitidissimo, non posso dimenticarlo, è qualcosa che dura tutta la vita
Passo avanti, salto diversi campioni, e mi fermo su Alessandra Sensini.
«L’obiettivo ti riempie. Sai che è un tuo dovere, ma anche un diritto. Hai una responsabilità, un’opportunità. Che potrebbe anche essere unica, non puoi sapere se tornerà». È una vita strana, perfettamente programmata e rigida per quattro anni. Poi si ferma. «Che tu vinca una medaglia o no, a quel punto c’è il vuoto. Perché è finito qualcosa, la tua programmazione di vita arrivava lì. Davanti hai soltanto incognite, tutto quello che avevi intorno in un certo senso è scaduto. C’è una specie di buco, e non ti dà sicurezza, non ti sostiene. Qualunque cosa tu sia riuscita a fare, sai di dover ricominciare da capo. Mi sono sempre sentita spaesata, abbandonata, in quel momento. A Sydney anche di più, perché avevo vinto l’oro».
Sensini ha vinto il bronzo ad Atlanta nel 1996, l’oro a Sydney 2000, un secondo bronzo ad Atene 2004 e infine l’argento a Pechino 2008. La vittoria, e poi?
