E poi ci sono i colori ufficiali, verde e viola, eleganti e immutabili, che contribuiscono all’atmosfera signorile. L’ha detto anche Rino Tommasi qualche volta: a livello tecnico lo U.S. Open sarà anche più importante, ma Wimbledon è Wimbledon. Come diceva una vecchia pubblicità, basta la parola.
Quand’è che ho iniziato a interessarmi agli eventi passati? A quelli sportivi, intendo.
Prima delle Olimpiadi di Seoul il Corriere della Sera aveva pubblicato un libretto che ripercorreva sinteticamente la storia di quella manifestazione. Considerando che in precedenza avevo seguito solo la Formula 1, l’inizio può essere quello. E poi ci sono state le telecronache di Rino Tommasi e Gianni Clerici. Loro non si limitavano a commentare la partita che stavano guardando, la arricchivano con una quantità di aneddoti impressionante. Tommasi era più tecnico, Clerici, che aveva una conoscenza altrettanto approfondita, divagava di più e faceva più ridere. Visto che dopo Wimbledon 1988, e le due vittorie di Stefan Edberg su Miroslav Mecir e Boris Becker, il tennis non l’ho più vito per caso ma ho iniziato a cercarlo, sono stati loro a fornirmi una serie di informazioni storiche. I tornei più importanti, i nomi dei grandi giocatori. Verso la fine del 1988 ho comprato il mio primo numero di Il tennis italiano, poco meno di un anno dopo il mio primo numero di Matchball, rivista che in breve tempo è diventata la mia favorita. E poi un numero dell’Almanacco del Tennis mi ha fornito i tabelloni dei tornei dello Slam dai quarti di finale in poi, e gli elenchi dei giocatori più vittoriosi.

Questa è la forza dei grandi resoconti, possono farci diventare fan pure parlando di eventi passati, di cui il risultato è noto.
Wimbledon è Wimbledon. Il tennis è nato lì, ed è quel torneo che per me continua a essere speciale. Suppongo che il fatto di essere una tifosa di Stefan Edberg, Jana Novotna, Martina Navratilova e Billie Jean King abbia aiutato molto il mio amore per quei prati, tanto brillanti all’inizio quanto spelacchiati alla fine del torneo.
Ovvio che quanto Gianni Clerici ha pubblicato un libro intitolato Wimbledon io lo abbia comprato. Clerici è caotico e dispersivo, segue il pensiero del momento piuttosto che la mera cronaca. Se vuole fare un discorso rigoroso ci riesce benissimo, la dimostrazione più evidente è nel mastodontico e bellissimo volume 500 anni di tennis. Ma a fare una cronaca fedele sono buoni tutti gli scribacchini con una conoscenza base della grammatica e del gioco, per essere davvero affascinanti con storie passate che tutto sommato sono pure storie d’élite, serve qualcosa di più. Magari uno scrittore prestato allo sport, come lo definì tanti anni fa Italo Calvino.
All’inizio ho faticato un po’ a seguirlo, i personaggi citati erano solo nomi e tutto quel mondo mi sembrava un po’ troppo astratto e distante. Poi, con il passare delle pagine, sono entrata sempre più nell’atmosfera londinese e ho seguito con notevole interesse le vicende dei campioni e degli aspiranti tali, anche di quelli che non avevo mai visto. Da tifosa avrei voluto qualche pagina in più dedicata ai miei beneamini, in fondo di quel che piace non ce n’è mai abbastanza, ma va bene così. Per chi ama il tennis è davvero un bel libro.