Daniel Kahneman: Pensieri lenti e veloci

This time I’ll write in Italian. But, before I start my comment of Daniel Kahneman Pensieri lenti e veloci, I have a request: buy Kahneman’s book. In English is titled Thinking, Fast and Slow, and it’s really worth reading. For me this book must be an obligatory reading for all the judges, the ones that must do the exam for judges and the ones that has already done the exam.

I’ll write in Italian because my mind works better in Italian, I don’t need to concentrate on vocabulary, grammar, syntax. But an automatic translator can give you the meaning of what I’m writing, and, I’m assure you, it’s important. Until now I’ve written about biased judges, and there are a lot of them. I think that the biased judges must be disqualified. But what about mistakes? A better technology can aid a lot, and I must write about it, with some quote from someone more competent than me, but fair judges and better technology aren’t the only thing that figure skating need. Figure skating need also competent judge, and their training can take place also with the reading of some book. Books as Tinking, Fast and slow.

Pensieri lenti e veloci parla di come funziona il nostro cervello. Per me parla tantissimo di pattinaggio, e questo la dice lunga su come funziona il mio, di cervello, perché Kahneman in realtà non ha scritto una sola parola sul pattinaggio.

Andiamo con calma, partendo dall’introduzione, in cui Kahneman ci ricorda che è difficile mettere in discussione ciò di cui siamo convinti e ciò che vogliamo sia vero. Io posso essere convinta di essere brava a fare qualcosa, ma è vero? Se qualcuno mi fa notare un mio errore, quanto posso essere propensa a correggermi? E se c’è di mezzo una componente emotiva, con quanta lucidità sono in grado di analizzare le cose? Quanto sono in grado di valutare oggettivamente ciò che osservo? Io, come tutti.

Gli errori sistematici sono definiti «bias», preconcetti che ricorrono in maniera prevedibile in particolari circostanze.

(Introduzione. Pag. 4)

Spero di ricordarmi di indicare sempre da dove prendo le citazioni, in modo che chi ha il libro in un’altra lingua possa rintracciare facilmente il brano in questione se quello che ho scritto lo incuriosisce.

Io ho scritto non so quanti post sul national bias nel pattinaggio artistico, ma i bias possono essere di molti tipi. Alcuni sono prevedibili e ricorrenti, Kahneman fa l’esempio di un oratore disinvolto e di bell’aspetto che, solo per questo, sembra più credibile di quanto non sia in realtà. Non è significativo il fatto che quello che dice sia o meno credibile, quello che conta è che l’aspetto dell’oratore ci influenza e siamo più portati a credergli che se le stesse cose fossero dette qualcuno brutto e impacciato. Nel national bias i giudici assegnano voti più alti ai loro connazionali, e più bassi ai loro rivali. Non tutti i giudici cadono nel national bias, e non tutti lo fanno allo stesso modo. Qualcuno lo fa con piena consapevolezza di ciò che sta facendo, ma sicuramente c’è anche chi lo fa in modo inconsapevole e che, con una formazione migliore, sarebbe un giudice migliore. L’ISU dovrebbe investire nella formazione dei giudici (oltre che nell’introduzione di migliori tecnologie) perché solo se le gare sono giudicate in modo corretto le competizioni di pattinaggio hanno senso. Poco più sotto Kahneman scrive che

Quasi tutti i pensieri e le impressioni si presentano alla nostra esperienza conscia senza che sappiamo come vi si siano presentati.

Quante volte sappiamo una cosa e basta? Quando sappiamo qualcosa e basta, ma non sappiamo perché la sappiamo, dovremmo fare sempre molta attenzione. Salto gli esempi di Kahneman, esempi molto utili perché, con la loro concretezza, spiegano alla perfezione il perché il nostro cervello si concentri su determinati argomenti, e ne faccio uno mio. Perché per me questo libro parla di pattinaggio? Perché io penso al pattinaggio (non sempre, ok? Tendo a non parlarne qui, ma ho una vita, con due figlie minorenni, un marito, un lavoro, e una serie di attività collaterali nel mondo della narrativa fantasy) e quando leggo determinati saggi che, nelle intenzioni dell’autore parlano di tutt’altro, trovo collegamenti. Una parte importante della mia mente è concentrata sul pattinaggio, quindi è normale che per me un testo di psicologia vada a finire lì.

La gente tende a valutare l’importanza relativa dei problemi in base alla facilità con cui li recupera dalla memoria, e questa è in gran parte determinata da quanto i media si occupano di quei temi. Gli argomenti spesso menzionati dai media popolano la mente conscia, mentre gli altri ne scivolano via. Ciò di cui i media scelgono di occuparsi corrisponde a sua volta alla visione che i media stessi hanno di ciò che al momento è nella mente del pubblico.

(Introduzione. Origini, pag. 11)

Non è solo l’importanza di un argomento che viene influenzato dai media e dal loro continuo martellio, ma anche il modo in cui percepiamo un argomento. Perché la stampa americana – e quella occidentale, da bravi pecoroni che sanno essere tanti giornalisti andando dietro a chi urla di più – esalta quello straordinario campione che è Nathan Chen? Chen sbaglia poco ed esegue parecchi salti quadrupli. Che sia un pattinatore forte non lo discuto. Ma è davvero forte come dicono i giornali? Secondo me lui è un caso perfetto di storytelling. Ho spiegato qui quanto sia importante, per la televisione americana, avere un campione. Probabilmente avrebbero preferito una donna, ma anche un uomo può andare bene. E ho spiegato qui come il suo successo in cinque edizioni del campionato nazionale, considerando il valore dei suoi avversari, non valga nulla (e io adoro Jason Brown ma, fino a quando il codice dei punteggi sarà così sbilanciato in favore dei quadruplisti e Brown non imparerà a fare quadrupli, contro determinati pattinatori non ha nessuna possibilità di vincere), anche se qualcuno è riuscito a paragonarlo a Dick Button. Per me Button avrebbe il diritto di offendersi per un paragone di questo tipo. Però se i media continuano a esaltare Chen e le sue doti da ballerino, e pure i giudici leggono i giornali o ascoltano le telecronache, i giudici si convincono che Chen abbia ottime capacità di pattinata e i suoi voti nei components si alzano. Servirebbe che qualcuno analizzasse un programma di Chen, contando quanti incrociati ci sono, e quanti passi difficili, al di fuori della sequenza di passi.

Torniamo a Kahneman, che ci ricorda che noi compiamo continuamente operazioni di competenza intuitiva. Non pensiamo a tutto quello che facciamo, molte nostre azioni sono guidate dall’abitudine, e per molte decisioni ci lasciamo guidare dall’intuito. Sentiamo che una cosa è giusta, e ci comportiamo di conseguenza. Purtroppo però le emozioni influiscono sul nostro intuito, e non solo loro. Di fronte a un problema difficile a cui dobbiamo rispondere in modo intuitivo

magari viene subito in mente una risposta, ma non è la risposta alla domanda originaria.

(Introduzione. A che punto siamo oggi. Pag. 17)

Kahneman spiega questo concetto ricordando una conversazione avuta con il direttore di una società finanziaria. L’uomo aveva appena investito parecchi soldi in azioni della Ford, pur senza informarsi sul loro valore di mercato, perché il suo intuito gli aveva detto che era la cosa giusta da fare. Peccato che, come ha scoperto Kahneman durante la conversazione, l’uomo fosse stato recentemente colpito dalle Ford che aveva visto a un recente salone dell’auto. Gli era piaciuto il prodotto, non si era interrogato sulla società. Secondo Kahneman nel momento in cui l’uomo si è chiesto se fosse giusto investire in azioni Ford, il suo cervello non era stato in grado di fornire una risposta perché non aveva le necessarie informazioni. In compenso gli aveva comunicato il suo apprezzamento di quell’auto. Dalla domanda “devo investire soldi in azioni Ford?” il cervello era passato alla domanda “mi piacciono le auto Ford?”. L’uomo non si era accorto che la domanda interna era cambiata e quando la risposta era stata “sì” lui aveva fatto l’investimento. Il cervello ha sostituito una domanda difficile con una facile, e l’uomo non si è accorto di aver ricevuto una risposta sbagliata.

Ora torniamo al pattinaggio. Un giudice di pattinaggio deve valutare le skating skills di Chen. La domanda corretta è “le sue skating skills sono excellent?”. Se la risposta è sì, il voto dev’essere compreso fra 9.00 e 9.75, altrimenti deve essere inferiore (esiste anche il 10.00 per outstanding, ma non scherziamo, anche se qualcuno al campionato statunitense è riuscito a spingersi così in alto). Questo è il protocollo della finale di Grand Prix 2019, la terza vinta da Chen.

Cos’è successo? I giudici non hanno dato un voto alle skating skills di Chen – il programma era pieno di incrociati e nella sequenza coreografica, che ha ricevuto solo +4 e +5 di GOE, c’è stato pure un inciampo – ma alla sua fama. “Chen è un pattinatore forte?” “Si, certo, ha vinto gli ultimi due Campionati del mondo (nel 2018 la medaglia d’oro olimpica era assente per infortunio, la medaglia d’argento si è infortunata sul posto, la medaglia di bronzo era assente perché si era ritirata, ma questi sono dettagli che in molti dimenticano, nel 2019 il suo unico vero avversario era zoppo, ma anche questo è un dettaglio) e le ultime due finali di Grand Prix (in entrambi i casi Hanyu era assente perché infortunato, ma anche questi sono dettagli insignificanti), quindi è forte”. Risultato? Il voto più basso è stato un 9.00, e anche quel voto è troppo alto per quello che Chen ha fatto in pista.

Questa è l’essenza delle euristiche intuitive: quando dobbiamo affrontare problemi difficili, spesso rispondiamo a un problema più facile, di solito senza notare che è stata operata una sostituzione.

(Pag. 17)

Questa risposta intuitiva è il pensiero veloce del titolo. Il pensiero lento è quello che include la riflessione. Nelle situazioni normali è il pensiero veloce che ci guida, se riflettessimo su tutto impiegheremmo un’infinità di tempo a fare qualsiasi cosa. Al contrario quando riflettiamo abbiamo bisogno di più tempo ma consideriamo parecchi fattori e commettiamo meno errori. Questo è il pensiero lento.

Sto semplificando, mica posso trascrivere l’intero saggio di Kahneman aggiungendo annotazioni di pattinaggio in quasi tutte le pagine. Leggete il libro e riflettete. Finita l’introduzione, nel primo capitolo Kahneman spiega di cosa si occupa il pensiero veloce (che per comodità espositiva chiama sistema 1) e quali sono le sue caratteristiche, e di cosa si occupa il pensiero lento (sistema 2) e quali sono le sue caratteristiche.

  • Sistema 1. Opera in fretta e automaticamente, con poco o nessuno sforzo e nessun senso di controllo volontario.
  • Sistema 2. Indirizza l’attenzione verso le attività mentali impegnative che richiedono focalizzazione, come i calcoli complessi. Le operazioni del sistema 2 sono molto spesso associate all’esperienza soggettiva dell’azione, della scelta e della concentrazione.

(Parte prima. I due sistemi. I. I personaggi della storia. I due sistemi. Pag. 25)

Sono spiegazioni base, che vengono approfondite nel corso del libro.

In sostanza, la maggior parte di quello che noi (il nostro sistema 2) pensiamo e facciamo origina dal sistema 1, ma il sistema 2 prende il sopravvento quando le cose si fanno difficili e di norma ha l’ultima parola.
La divisione del lavoro tra sistema 1 e sistema 2 è assai efficiente, in quanto riduce al minimo lo sforzo e ottimizza il rendimento. Tale organizzazione funziona bene per la maggior parte del tempo, perché in genere il sistema 1 sa fare molto bene il suo mestiere: i suoi modelli di situazioni note sono precisi, le sue predizioni a breve termine sono di solito esatte e le sue reazioni iniziali alle difficoltà sono rapide e perlopiù appropriate. Esso è però soggetto a bias, a errori sistematici che tende a commettere in circostanze specifiche. Come vedremo, a volte risponde a domande più facili anziché a quella, più difficile, che gli è stata posta, e ha scarsa comprensione della logica e della statistica. Un suo ulteriore limite è che non lo si può spegnere.

Quindi noi agiamo principalmente in modo intuitivo, il sistema più rapido ma anche più impreciso. Quando i giudici devono assegnare i voti a un salto, operano con il sistema 1 o con il sistema 2? In teoria dovrebbero operare con il sistema 2, in pratica non credo che lo facciano. Questo perché la nostra mente è pigra (sì, anche la mia) e cerca le risposte facili. Prendiamo un paio di tripli Axel che ho visto confrontare recentemente. Non mi interessa che siano due gare diverse (non so tagliare i video, per avere due video dalla stessa gara dovrei o trovarli da qualche parte o imparare a farli io, magari prima o poi imparerò ma per ora non ne ho il tempo), i bullet non cambiano da una gara all’altra e in teoria i giudici dovrebbero valutare ciò che i pattinatori fanno in pista. Questi sono i bullet:

Programma corto di Yuzuru Hanyu al Campionato nazionale 2020:

Questo è il protocollo:

Diamo ai giudici il beneficio del dubbio e supponiamo che abbiano fatto del loro meglio, anche se parecchi voti, non solo nel protocollo di Hanyu, mi lasciano perplessa. Cosa mancava a quel triplo Axel secondo Shizuko Ugaki (giudice 1), Meiko Sasaki (giudice 3), Ritsuko Horiuki (giudice 8) e Ayako Shimode (giudice 9) per non dare +5? Devono mancare due bullet fra il 4, il 5 e il 6 per assegnare un +4. Nella migliore delle ipotesi quei giudici hanno urgente bisogno di un nuovo corso di formazione. Possiamo supporre che abbiano pensato “lui può fare di meglio, quindi assegno un +4 e non un +5”, cosa sbagliatissima perché il salto è perfetto, e comunque non bisogna considerare cosa è in grado di fare un pattinatore ma cosa fa in quella specifica occasione. Un’altra ipotesi potrebbe essere che i giudici sono ciechi, in questo caso è comprensibile che non abbiano visto qualcosa, meno comprensibile che siano stati messi in un pannello di giuria. Le altre ipotesi che mi vengono in mente meriterebbero un’inchiesta seria. Con il voto più alto e quello più basso che escono dalla media, a Hanyu sono rimasti tre +4 e quattro +5, per un complessivo 3.66 di GOE.

Ok, passiamo al secondo triplo Axel. Questo è Yuma Kagiyama.

La gara è il Winter Festival di gennaio 2021, siamo sempre nel programma corto. Purtroppo il video di Kagiyama è più breve di quello di Hanyu, con Yuzuru possiamo vedere che prima del salto c’è qualcosa che per un altro pattinatore sarebbe un’intera sequenza di passi, anche se per lui sono semplici transitions (e un giudice è pure riuscito ad assegnargli 9.00 in transitions, mentre cinque si sono sprecati con un 9.25), e lo stacco da una controvenda, con Kagiyama vediamo solo i tre secondi di rincorsa. Quindi Kagiyama prende la rincorsa, Hanyu fa una sequenza di passi, il salto di Kagiyama è preruotato, quello di Hanyu no, l’atterraggio di Kagiyama è un po’ basso, complessivamente è buono ma non è effortless, anche se si riprende in fretta, e ha una rotazione un po’ più corta che vorrei rivedere meglio, mentre Hanyu prosegue con la sua sequenza di passi come se avesse appena fatto la cosa più semplice del mondo. Questo è il protocollo di Kagiyama:

C’è un +3, vero (non capisco le dimensioni, nel dubbio andrei in favore del pattinatore e darei i bullet 1 e 6, per me il salto è da +2), ma il voto più basso esce. I giudici sono solo cinque, e alla fine a determinare il punteggio di Kagiyama sono rimasti tre giudici con un +4 e due +5, per un GOE finale di 3.73, superiore a quello di Hanyu. Cosa hanno fatto i giudici? Probabilmente hanno pensato “bello, mi piace, +5!”, senza interrogarsi sui bullet. Se può non pensare, il nostro cervello fa il pigro e non pensa. Questo è uno dei motivi per cui l’ISU dovrebbe rendere obbligatoria, da parte dei giudici, l’indicazione di quali bullet (e di quali detrazioni) hanno assegnato. In questo modo i giudici sarebbero costretti a pensare, e sbaglierebbero meno.

Anche se non ci ricordiamo il suo nome, probabilmente ci siamo imbattuti tutti nell’illusione di Muller-Lyer.

Sappiamo che i segmenti hanno la stessa lunghezza, e nonostante tutto continuiamo a vederli diversi.

non puoi impedire al sistema 1 di fare quello che fa di norma; non puoi decidere di vedere i segmenti come uguali, anche se sai che lo sono. Per combattere l’illusione puoi fare una sola cosa: imparare a non fidarti delle tue impressioni […]

Per applicare tale regola, devi riuscire a riconoscere lo schema illusorio e ricordare quello che sai su di esso. […]

Non tutte le illusioni sono visive. Vi sono illusioni del pensiero, che chiamiamo «illusioni cognitive».

(Parte prima. I due sistemi. I. I personaggi della storia. Illusioni. Pag. 34)

Troppo spesso giudici vengono ingannati da quel frettoloso del sistema 1, con la compiacenza del pigro sistema 2. L’unica soluzione è fare in modo che se ne rendano conto, sia spiegando loro i meccanismi base che portano all’errore (e torniamo alla lettura di questo libro) sia obbligandoli a ragionare sul perché assegnano un determinato voto, con la riflessione su ciascun bullet.

Il mio libro è sottolineato quasi in ogni pagina. Qui mi limito a qualche spunto dai primi capitoli. La pigrizia del nostro cervello, le cose che possono metterci in difficoltà, dovrete scoprirle da soli in queste pagine. Noto solo che

Le forme più impegnative di pensiero lento sono quelle che ci costringono a pensare in fretta.

(Parte prima. I due sistemi. II. Attenzione e sforzo, Sforzo mentale. Pagg. 48-49)

In altre parole, assegnare voti in una gara di pattinaggio è un compito del pensiero lento perché i giudici devono ricordare bullet positivi e deduction e abbinarli a quello che stanno vendendo, un elemento dopo l’altro, ricordandosi anche di fare le valutazioni sui components. Il compito è complesso, ma va fatto in fretta, nei tempi imposti dalla gara, e la fretta complica tutto anche perché il pensiero lento… è lento, non va d’accordo con la fretta. Magari se diamo ai giudici tecnologie migliori, li aiutiamo nelle loro valutazioni perché vedono davvero ciò che i pattinatori hanno fatto e non devono tirare a indovinare. E, togliendo un po’ della pressione che grava su di loro, riescono pure a lavorare meglio. ISU, se ci sei batti un colpo.

Salto parecchie pagine, non perché non siano interessanti ma perché non posso soffermarmi su tutto, e mi soffermo sui commenti posti dopo un sillogismo. Quale sia il sillogismo non ha importanza. Kahneman ha chiesto ad alcuni studenti di college se il sillogismo fosse corretto oppure no, ciò che conta sono le risposte che ha ricevuto e perché le ha ricevute.

viene subito in mente una risposta plausibile. Vincere la tentazione di accettarla richiede un duro lavoro: l’idea insistente che sia esatta («è vero! è vero!») rende difficile controllare la logica del ragionamento, e la maggior parte della gente non si disturba a riflettere sul problema.
Questo esperimento ha scoraggianti implicazioni per la razionalità della vita quotidiana. Fa pensare che, quando la gente è convinta che una conclusione sia vera, tenda anche a credere alle argomentazioni che paiono corroborarla, benché tali argomentazioni siano infondate.

(Parte prima. I due sistemi. III. Il controllore pigro. Il pigro sistema 2. Pag. 59)

Insomma, se un giudice si convince di avere ragione – e chissà perché tendiamo tutti a essere convinti di avere ragione – è difficile fargli cambiare idea. Potrebbe vedere le critiche semplicemente come un’aggressione da parte di fan arrabbiati perché non hanno gradito i voti assegnati al loro favorito (o ai suoi rivali). In alcuni casi il giudice avrebbe ragione, in altri no, ma come sempre è difficile vedere le cose con obiettività quando si è coinvolti direttamente, e questo vale per i giudici ma anche per i fan. Io compresa. Non per nulla appena posso leggo quello che scrivono altri, per cercare di avere punti di vista diversi dal mio.

Dopo aver visto, almeno a grandi linee, i due tipi di pensiero, torniamo al punto da dove sono partita, la stampa. Questa non è una scoperta di Kahneman, il suo libro è del 2011 e lui indica negli anni Ottanta il periodo in cui gli psicologi scoprono che

essere esposti a una parola determina cambiamenti immediati e misurabili nella facilità con cui sono evocate molte parole correlate.

(Parte prima. I due sistemi. IV. Il meccanismo associativo. I miracoli del «priming». Pag. 69)

Qui devo riportare l’esempio, fatto con la lingua inglese.  Se ci siamo imbattuti da poco tempo nella parola EAT, mangiare, nel vedere le lettere SO_P è più probabile che ci venga in mente la parola zuppa, SOUP, piuttosto che la parola sapone, SOAP, che invece torna più frequentemente alla memoria se la parola in cui ci siamo imbattuti recentemente è lavare, WASH. Se vediamo o sentiamo qualcosa, il nostro cervello va avanti per associazione di idee e ci porta a pensare in un determinato modo. Che i giornali continuino a esaltare Chen non è innocuo, perché porta a pensare che Chen sappia fare anche cose che non sa fare. Più avanti troviamo l’affermazione che

Un modo sicuro di indurre la gente a credere a cose false è la frequente ripetizione, perché la familiarità non si distingue facilmente dalla verità.

(Parte prima. I due sistemi. V. Fluidità cognitiva. Illusioni di verità. Pag. 83)

Vogliamo che le persone si convincano che una cosa sia vera? Ripetiamole continuamente, prima o poi si dimenticheranno che la tale affermazione è una nostra invenzione e la riterranno vera solo perché l’hanno sentita un’infinità di volte. Una cosa che sanno tutti, che viene ripetuta continuamente, non può essere falsa, giusto? È il principio che sta alla base della pubblicità, ma che funziona benissimo con tutti coloro – dai dittatori ai giornalisti con interessi personali in ballo – che vogliono far passare un determinato messaggio. Ricordiamo che non è detto che la stampa sia neutra, anche se dovrebbe esserlo. Un giornale, una televisione, per vivere hanno bisogno della pubblicità. La pubblicità arriva solo se il giornale viene letto, il canale televisivo guardato. Il pubblico legge, o guarda, solo se ci sono storie che gli interessano.  E cosa interessa agli statunitensi? Perché la televisione statunitense spende parecchi soldi in diritti televisivi. E se ci sono soldi in ballo e si possono ottenere risultati influenzando i voti dei giudici in modo assolutamente legale, anche se non proprio moralmente corretto, perché non farlo? In assenza di un reato, l’unico modo per combattere la manipolazione è la consapevolezza.

In teoria la presenza di parecchi giudici dovrebbe ridurre l’importanza degli errori, involontari o deliberati che siano. In pratica questo non è sufficiente. Mi limito a un caso, quello che emerge dal libro di Kahneman, ad altri problemi penserò in un altro momento. Avete presente il gioco scemo di indovinare quanti oggetti, nel caso di Kahneman si tratta di penny, ci sono in un barattolo di vetro? Io non ho mai capito lo scopo di un gioco come questo, chi risponde alla domanda non fa altro che dire un numero a caso, e la mia parte razionale fugge da un gioco di questo tipo. Comunque a quanto pare questo è

il tipo di compito in cui i singoli individui sono molto poco bravi, mentre i pool di giudizi individuali funzionano molto bene. Alcune persone sovrastimano parecchio il numero di monete, altre lo sottostimano, ma quando si calcola la media di numerosi giudizi, questa tende a essere assai precisa. Il meccanismo è semplice: tutti guardano lo stesso vasetto e tutti i giudizi hanno una base comune. Invece gli errori che i singoli individui commettono sono indipendenti dagli errori commessi dagli altri e (in mancanza di un bias sistematico) tendono ad avere come media zero. Tuttavia la magia della riduzione dell’errore funziona bene solo quando le osservazioni sono indipendenti e gli errori non sono correlati. Se gli osservatori condividono un bias, l’aggregazione dei giudizi non lo riduce. Permettere agli osservatori di influenzarsi a vicenda riduce parecchio le dimensioni del campione e con esso la precisione della stima di gruppo.

(Parte prima. I due sistemi. VII. Un meccanismo per saltare alle conclusioni. Coerenza emozionale esagerata (effetto alone). Pag. 113)

Se tutti coloro che danno la risposta lo fanno in maniera indipendente l’uno dall’altro, e a dare la risposta sono in tanti, la media è corretta. Se però una parte di coloro che dà la risposta lo fa sulla risposta data da qualcun altro, giusta o sbagliata che sia, la media si sfasa. Nel pattinaggio potremmo dire che se ogni giudice assegna i voti in modo indipendente (e se sono onesti e competenti, ma per il discorso generale fingiamo che questo sia sempre vero), senza conoscere i voti degli altri giudici, alla fine il risultato sarà corretto. Ecco perché, quando nel 2010 Walter Toigo ha sbirciato i voti assegnati dagli altri giudici, ha fatto qualcosa di particolarmente grave: ha falsato il risultato della gara.

Ci sono frasi sottolineate in queste pagine su cui dovrò riflettere ancora. Sono cose importanti ma che, almeno al momento, esulano dal mio discorso, anche se non escludo di poterci tornare sopra in futuro. Cose come

È la coerenza, non la completezza delle informazioni, che conta per una buona storia. Anzi, si scopre spesso che sapere poco rende più facile integrare tutte le informazioni in un modello coerente. (Pag. 117)

Per ora vado avanti solo fino all’effetto ancoraggio. Questo effetto

Si verifica quando le persone, dovendo assegnare un valore a una quantità ignota, partono, per farlo, da un determinato valore disponibile. Il fenomeno è uno dei più assodati e riconosciuti della psicologia sperimentale: le stime si mantengono vicine al numero da cui i soggetti erano partiti, ed è per questo che si è evocata l’immagine dell’ancora.

(Parte seconda. Euristiche e bias. XI. Ancore. Pagg. 159-160)

I numeri sono un’ancora a cui ci aggrappiamo per le nostre valutazioni.

Se ci chiedono se Gandhi aveva più di centoquattordici anni quando morì, finiremo per fare una stima molto più alta dell’età a cui avvenne il trapasso di quella che avremmo fatto se la domanda ancorante avesse parlato di una morte avvenuta a trentacinque anni. Se si pensa di comprare una casa, si sarà influenzati dal prezzo di mercato. La medesima casa ci apparirebbe di maggior valore se il suo prezzo di vendita fosse alto che se fosse basso (Pag. 160)

In questo caso ho trascritto anche gli esempi perché era più facile utilizzare le parole di Kahneman che spiegare quel che ha detto. Se noi abbiamo in mente un numero, ne siamo influenzati, che lo vogliamo o no, e questo è il motivo per cui in molti campionati nazionali – non in tutti, e non con tutti i pattinatori – i giudici gonfiano i voti dei loro pattinatori. Ne ho parlato in uno dei post di cui ho messo il link più in alto, quello sul pattinaggio statunitense. Era ottobre, avevo già iniziato a leggere Kahneman, e ho pubblicato uno schema che in realtà avevo realizzato un anno prima.

Questi sono i voti nei components ottenuti da Chen nella stagione 2016-2017, la sua prima stagione senior. Forse è meglio che non pensi troppo al fatto che il Romeo + Giulietta di Nizza 2012 ha ottenuto 83.00 punti nei components. E quando con Parisienne Walkways ha stabilito il suo primo record del mondo, nei components Hanyu ha ottenuto 43.36 punti. All’epoca i punti andavano conquistati, ora a diversi pattinatori si danno come contorno ai quadrupli. Notato quanto si sono alzati i voti al campionato nazionale? Certo, dopo si sono abbassati, ma non sono tornati al livello di prima. L’ancora ha fatto il suo effetto. Se al campionato nazionale Chen ha ottenuto voti per lo più superiori a 9.00, e anche quando è rimasto sotto non è andato troppo lontano, com’è possibile in campo internazionale dargli voti inferiori all’8.50? Considerando come pattina andrebbe fatto, però ormai l’ancora ha fatto presa nella mente dei giudici e i voti sono alti. In quel post sono andata avanti con un esempio pratico, ne riporto qui la parte importante.

Un esempio di come i giudici vengono influenzati dalla gara precedente? Lo faccio subito, con gli ultimi tre programmi corti disputati da Chen nella stagione 2016-2017. Le gare sono Four Continents Championship, Campionato del mondo e World Team Trophy. Il Four Continents Championship è arrivato dopo il campionato nazionale. Mi limito a guardare solo il programma corto perché è nel programma corto che hanno effetto le aspettative sui pattinatori nate dalla gara precedente, al libero i pattinatori arrivano con un riscontro più immediato, il punteggio che hanno appena fatto segnare nel primo segmento di gara. L’unico piccolo problema del corto di Chen è stato sul quadruplo Flip, che ha ricevuto tre -1.

Chen ha eseguito il miglior programma corto, aiutato da Hanyu che nella combinazione ha eseguito un Salchow doppio invece che quadruplo

I voti nei components, più bassi di soli 78 centesimi rispetto a quelli del campionato nazionale, sono più alti di 2.43 punti rispetto alla migliore valutazione ricevuta in precedenza in una gara internazionale.

con il secondo libero ha vinto la gara. Ovvio che al successivo Campionato del mondo Chen fosse fra i favoriti, anche perché i pattinatori capaci di superare i 300 punti sono pochi. A Helsinki però le cose per lui non sono andate al meglio.

Sul triplo Axel è caduto, e quest’errore lo ha relegato al sesto posto.

Gli errori hanno influito sui components, più bassi rispetto a quelli della gara precedente ma comunque superiori, rispetto alla migliore prova dell’autunno, di 2.00 punti.

Nel libero le cadute sono state due, sul quadruplo Lutz iniziale e sul quadruplo Salchow, e altri tre elementi di salto hanno ricevuto GOE negativi. Il risultato è stato un quarto posto nel segmento di gara che gli ha impedito di spostarsi dal sesto posto complessivo. Nella mente dei giudici le quotazioni di Chen si devono essere un po’ abbassate. L’ultima gara è stata il World Team Trophy.

A livello tecnico è stato il programma che ha creato meno problemi, eppure per questo programma Chen ha ricevuto nei components voti più bassi rispetto a quelli delle due gare precedenti. I giudici non si aspettavano più una prestazione straordinaria da Chen, e hanno abbassato i voti.

Pur senza errori, Chen nei components ha perso un altro punto.

Nessuno è esente da errori, e non possiamo aspettarci che i giudici non sbaglino nulla. Però, se siamo consapevoli di determinati meccanismi, possiamo fare più attenzione. Non saremo sempre perfetti, ma sbaglieremo meno. Il pattinaggio ha tantissimi problemi, da tecnologie insufficienti a giudici non sempre onesti. Quello della difficoltà di giudicare è uno fra tanti. Non possiamo risolvere tutto in poco tempo, ma possiamo almeno fare del nostro meglio, e questo, da parte dell’ISU, comprende anche una formazione migliore dei giudici. Una formazione che non dimentica l’aspetto psicologico del giudicare, le difficoltà e i problemi che si possono incontrare. Lo ribadisco ancora una volta, Kahneman va studiato.

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