
Cromorama di Riccardo Falcinelli non è il primo libro sui colori che leggo. Mi sono diplomata al Liceo Artistico, all’Università ho studiato Storia dell’Arte, per me libri di questo tipo sono normali, anche se raramente li ho commentati su internet. È però la prima volta che leggendo un libro dedicato all’arte o al design mi ritrovo, di tanto in tanto, a pensare al pattinaggio artistico. Mi era già successo con Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahneman. In quel caso era un testo di psicologia, e il modo in cui funziona il cervello ci spiega tante cose negli ambiti più diversi. Questo è design, immagine, ma noi viviamo in una società di immagini, siamo al centro di un mondo costruito per affascinarci e portarci a determinate convinzioni. Siamo consumatori a cui qualcuno vuole vendere un prodotto e il design, o lo storytelling, giocano un ruolo importante nella vendita.
Storytelling… forse dovrei rileggere i libri che ho letto sull’argomento qualche anno fa, o leggere quelli che ho già comprato e per cui ancora non ho trovato il tempo. Per certi versi sono due attività simili, costruiscono la nostra idea del mondo con uno scopo ben preciso, e possono intrecciarsi fra loro, ottenendo un effetto ancora più forte. Come spiega Falcinelli
il design ancor prima che oggetti produce discorsi, vale a dire un insieme di saperi, di convincimenti, di miti, di comportamenti e di pratiche sociali accomunati dalla scala di massa. E un ruolo fondamentale lo hanno i mezzi di comunicazione, […] che sono ormai, da almeno un secolo, un pezzo costitutivo della nostra esperienza della realtà. (pagg. 11-12)
Noi conosciamo la realtà anche attraverso i mezzi di comunicazione. Falcinelli si sofferma sulla grafica perché questo è l’ambito del suo discorso, ma sappiamo tutti che questo è vero anche al di fuori della grafica. I mezzi di comunicazione ci informano di cosa avviene in un luogo lontano da noi, perciò noi scopriamo e conosciamo le cose e gli avvenimenti tramite ciò che ci viene detto o mostrato. Ma perché questo funzioni bisogna che la fonte sia affidabile.
Prima che imparassi a distinguere da sola i salti, per sapere che salto aveva eseguito un pattinatore mi dovevo affidare a quel che diceva il commentatore. Se lui non diceva nulla, io non avevo idea di cosa avessi visto. E se sbagliava? In passato ho visto una gara femminile, suppongo un Campionato del mondo, ma non potrei giurarci, in cui una pattinatrice ha eseguito un triplo lutz. Il commentatore RAI ha detto “triplo flip”, e io ho iniziato a guardare storto la televisione. Solo quando, come elemento di salto successivo, la pattinatrice ha eseguito il secondo triplo flip del suo programma, il commentatore ha detto qualcosa del tipo “triplo filp. Ovviamente quello di prima era un triplo lutz”. Sì è corretto, anche se in ritardo. E se non lo avesse fatto? Tutti coloro che non erano in grado di distinguere i salti sarebbero stati tratti in inganno dal suo errore. È grave?
Di solito, quando guardo una gara di pattinaggio, sono sola. A volte mi capita di farlo in compagnia di mia madre o di mia suocera. Io mi faccio coinvolgere dai programmi, e se un pattinatore sbaglia, qualsiasi pattinatore, emetto un verso di disappunto, o di preoccupazione. Non c’è bisogno che cada, basta anche uno sbilanciamento. E piuttosto spesso chi è vicino a me mi guarda perplessa e mi chiede cos’è successo. Loro lo sbilanciamento non lo hanno visto, e quando lo cito si sorprendono. Questo è il modo in cui il pubblico occasionale guarda il pattinaggio. Non capiscono quello che vedono e hanno bisogno di qualcuno che lo interpreti per loro. Nulla di male, nessuno può essere esperto in tutto, ma è importante che chi commenta l’evento sia competente, per aiutare chi non è esperto a capire ciò che sta vedendo, anche al di là del tifo. Se non succede, il tifo acceca.
Carolina Kostner era brava, siamo tutti d’accordo? Quando era giovane era una delle migliori a livello tecnico, poi è stata inevitabilmente superata ma la sua capacità di pattinata negli anni non ha fatto che migliorare. A Sochi era un’ottima pattinatrice ed è meritatamente salita sul podio, dopo, anche se non ha quasi più eseguito il triplo lutz, sotto numerosi aspetti è diventata ancora più brava. Era elegante, guardare i suoi programmi era un piacere. È stata senza dubbio la migliore pattinatrice italiana di sempre. Capisco il tifo per lei, anch’io sono stata fra i suoi tifosi, anche se non era la mia pattinatrice preferita. Ma il tifo non dovrebbe portare alla cecità. invece mi sono ritrovata seduta accanto a mia suocera, tifosissima di Kostner, che continuava a elogiarla dicendo che nessuno aveva la sua eleganza. Le ho sentito usare l’assoluto numerose volte, e la cosa non mi ha mai fatto effetto. Quel giorno però, guardando la pattinatrice scesa in pista dopo Kostner, mia suocera si è spinta a fare un confronto, dicendo che la pattinatrice che si stava esibendo in quel momento era rigida. Non ricordo tutti i commenti, il termine rigida sì, come l’affermazione ripetuta più volte che non era elegante, che non aveva nulla a che vedere con Carolina. La pattinatrice in questione, che quel giorno ha eseguito un programma impeccabile, era Yuna Kim. Anche se io ero una tifosa di Kim (all’epoca le mie pattinatrici preferite erano, nell’ordine, Kim, Asada e Kostner) non ho mai avuto alcun problema con chi tifava per qualcun altro, ma perché il tifo per qualcuno deve spingere a buttare giù i suoi avversari? Se avessi sentito definire rigida in confronto a Kostner la quasi totalità delle altre pattinatrici non avrei avuto nulla da ridire, quel particolare confronto mi ha mostrato con chiarezza come il tifo possa accecare. E per quanto Kim sia sempre stata elogiata dai commentatori italiani, il commento RAI ha sempre una componente nazionalistica molto forte.
Per esempio, dire di Anna Cappellini/Luca Lanotte “loro sono la danza” per elogiarli in una gara in cui erano presenti Tessa Virtue/Scott Moir e Gabriella Papadakis/Guillaume Cizeron, sapendo che le altre due coppie sono più forti, è un modo per appellarsi all’orgoglio nazionale anche se gli altri hanno capacità tecniche superiori. Poi va bene, anche Cappellini/Lanotte erano bravissimi, ma non a livello di Virtue/Moir o Papadakis/Cizeron, qualcosa che in RAI non avevano il coraggio di dire. Elogiavano senza problemi canadesi e francesi, ma quando in pista c’erano gli italiani, loro erano la danza. Non potevano criticare le coppie più forti proprio perché erano più forti, e i commentatori si buttavano sugli slogan. Ma se Cappellini/Lanotte erano la danza, Virtue/Moir e Papadakis/Cizeron cosa facevano, acrobazie da circo? Ecco, la telecronaca è storytelling, è la costruzione dell’immagine. Mi ero imbattuta nell’importanza della stampa anche in libri specificamente dedicati al pattinaggio, ma al momento non li posso consultare. I mezzi di comunicazione costruiscono la nostra esperienza della realtà, e se la costruiscono sbagliata per ignoranza o perché vogliono portarci a determinati convincimenti, magari che i nostri connazionali sono i migliori, c’è un problema.
Sono solo le persone che conoscono poco l’argomento che si fanno influenzare? No, tutti ci facciamo influenzare, altrimenti la pubblicità avrebbe perso la sua funzione qualche decennio fa. E più la stampa è importante, e più insiste, più la sua capacità di influenzare cresce. Per questo è tanto pericoloso, restando nell’ambito sportivo in una disciplina valutata dalla giuria, quando la stampa martella sul fatto che un determinato atleta è un campione. A furia di sentirselo dire, finiscono per crederci anche i giudici.
Chiunque osservi con attenzione la nostra società sa bene come spesso uno stereotipo dica più di un’idea esatta. (pag. 14)
Analizzare a livello tecnico la differenza fra Virtue/Moir e Cappellini/Lanotte è difficile e richiede tempo, non è possibile farlo in una telecronaca ma solo un una trasmissione di approfondimento, qualcosa che il grande pubblico non vede. È più facile, per la televisione italiana, dire che i danzatori italiani sono la danza ed elogiarli senza dire nulla. Ma se la televisione italiana a livello internazionale non conta nulla, la federazione italiana non è esattamente molto influente e Virtue/Moir non hanno mai fatto errori tali da consentire a Cappellini/Lanotte di superarli, non sempre gli stereotipi sono innocui.
Spiegare perché un salto eseguito dopo una serie di passi sia più difficile di uno eseguito dopo una rincorsa richiede meno tempo rispetto allo spiegare le differenze nella danza, ma è comunque più difficile che dire semplicemente il nome del salto, anche perché ormai nelle gare più importanti il nome dell’elemento appena eseguito compare sullo schermo, perciò basta conoscere le sigle. Ed è semplice, alla fine, fare le somme: Tizio ha eseguito tot quadrupli, Caio ne ha eseguito uno in più, vince Caio. Chi li vede i passi? A chi importa? Se la stampa sostiene Caio, una stampa un po’ più importante di quella italiana, ecco che Caio è un campione, tanto ad accorgersi che il risultato è stato falsato è solo chi conosce il regolamento, poche persone, e che si prende il disturbo di guardare davvero i voti. Basta etichettare chi si lamenta come gente che non sa accettare la sconfitta, e il discorso viene chiuso. Lo stereotipo, il campione che sta in piedi e che ha vinto una gara dopo l’altra (che il suo avversario era infortunato e non ha potuto partecipare non conta) è l’unica cosa che rimane nella memoria collettiva. Poi basta un piccolo aiuto, l’avversario ancora zoppo che fa un errore, i voti molto fantasiosi nel confronto diretto, ed ecco che l’immagine è costruita alla perfezione e non c’è più verso di disfarla. Ormai l’immagine è stata venduta e il pubblico è assuefatto alla nuova situazione.
Desiderare che i segni abbiano a che fare con la realtà è più forte di noi ed è facile convincersi che una convenzione sia un fenomeno naturale. (pag. 62)
Desiderare che i voti dei giudici abbiano a che fare con le prestazioni eseguite dai pattinatori è più forte di noi, ed è facile convincersi che la fiducia in loro sia l’unica cosa da fare.
Lo so, ho ripreso la frase di Falcinelli modificandola. Ho guardato il pattinaggio artistico per anni. La prima gara è stato il Campionato del mondo del 1989, si fa presto a fare i conti. Ho sentito parlare molte volte di voti non proprio corretti e di risultati falsati o, decisi in anticipo. C’è stato anche lo scandalo del 2002 di mezzo. Eppure ho sempre preso per buoni i risultati delle gare. Mio marito si è sempre lamentato degli arbitri di calcio, e io non capivo perché continuasse a guardare uno sport pur essendo convinto che i risultati fossero falsati. Siamo convinti che nello sport dovrebbe vincere il migliore. Lo desideriamo. Ho visto gli atleti per cui ho tifato, in numerose discipline, vincere, e li ho visti perdere. Non mi sono divertita con le sconfitte, ma le ho sempre accettate come qualcosa che a volte capita. A qualcuno è capitato più spesso che a qualcun altro, ma pazienza. Per me il tifo non è mai stato legato al numero di successi. Se ci sono ne sono felice, ma la persona è più importante. Poi c’è stato Saitama.
Mi sono imbattuta in commenti che contestavano il punteggio. Era già successo, li avevo sempre ignorati. In quell’occasione mi sono chiesta cosa ci fosse di vero, così ho preso in mano il regolamento e ho guardato con attenzione alcuni programmi. Quando si cambia il modo di guardare le cose non c’è modo di tornare indietro. Ora prima di credere ai giudici controllo i voti. A volte gli credo, a volte no. Però ho impiegato trent’anni per passare da una visione acritica a una critica. Per questo i giudici possono fare quello che gli pare, tanto sono pochi coloro che hanno la capacità di criticare i loro voti e la loro voce è poco importante. Gli atleti e gli allenatori non possono farlo per paura di ripercussioni. In alcuni casi non può farlo neppure la stampa, in altri la stampa non è interessata. In questo modo si costruiscono narrazioni di campioni invincibili, e si alterano i risultati delle gare. Io ho quasi smesso di partecipare a questo circo. Gli ultimi due anni mi hanno convinta che non ne vale la pena, il che significa che non investirò più energie emotive in altri pattinatori. Se al gioco può vincere solo chi è più bravo a barare, io non sono interessata a giocare.
Molto più avanti Falcinelli si sofferma sul contrasto simultaneo, quando l’accostamento di due colori fa sì che il colore percepito sia diverso dal colore reale. In questo caso sta parlando di tessuti.
l’unico modo per risolvere il problema è barare. Se un grigio messo sopra a un rosso risulta troppo verdastro, sarà sufficiente aggiungere al filato grigio un pizzico di rosso per farlo apparire davvero neutro. Bisogna modificare le tinte per farle sembrare quelle che vogliamo quando vengono accostate le une alle altre. (pagg. 93-95)
Avendo fatto numerosi disegni nei miei anni di scuola, questo è qualcosa che ho verificato di persona. Al di là delle spiegazioni di Falcinelli, che sto leggendo ora, ho imparato a fare piccoli aggiustamenti per ottenere l’effetto visivo che desideravo. Facevo una cosa, per farne sembrare un’altra. In pratica baravo. Gli insegnanti lo sapevano, erano stati loro a insegnarmi a barare, i miei genitori, o gli amici di famiglia a cui loro con orgoglio facevano vedere i miei disegni, no. Questo fra i 14 e i 17 anni. Probabilmente qualcuno più grande ed esperto di me era in grado di barare meglio. Io non lo facevo per cattiveria o per imbrogliare qualcuno, ma per realizzare un lavoro migliore. Però se io a quell’età avevo imparato a far percepire qualcosa di diverso da ciò che avevo realmente fatto esclusivamente per fini estetici, cosa può riuscire a fare una persona più esperta di me quando di mezzo ci sono tanti soldi? Anche in ambiti diversi dal disegno. Riprendo il passaggio di Falcinelli da dove mi sono fermata:
Da questo momento in poi, il mondo degli artisti e dei designer prende atto che non basta creare le cose: bisogna progettare anche il modo in cui vengono guardate, cioè preoccuparsi della loro rappresentazione nella mente del pubblico. (pag. 95)
Non dimentichiamolo: in tutto ciò che non facciamo personalmente, noi siamo il pubblico, e ciò che vediamo ci viene presentato di proposito in un determinato modo. Non dico che non esistano i campioni, ma non tutti coloro che sembrano campioni lo sono davvero. Qualcuno è semplicemente stato costruito in un determinato modo. Ce lo ha detto anni fa anche Jessica Rabbit: “Io non sono cattiva, è che mi disegnano così”. Chi c’è dietro costruisce l’immagine, e noi vediamo ciò che ci vuole far vedere.
la verità delle parole è una cosa differente dalla verità della percezione o della fisica. Semplicemente non riguarda una lunghezza d’onda, ma una categoria culturale. (pag. 112)
Il libro è sul colore, quindi per portare le parole in un altro ambito bisogna adattarle, e non sempre è fattibile. Soprattutto non sempre è fattibile in modo innocuo, senza alterarne alcune, o senza lunghe spiegazioni. Certamente io ho in mente determinate cose, e ciò che ho in mente influenza il modo in cui mi relaziono al mondo, e influenza ciò che scrivo. Però il discorso è interessante. L’intero libro è interessante. Per me il colore è importante, ho letto diversi libri di Michel Pastoureau sull’argomento, e anche Colore di Philip Ball, o classici come L’arte del colore di Johannes Itten e Lo spirituale nell’arte di Vassily Kandinskij, ma i discorsi sul colore non sono solo discorsi di tecnica. C’è anche una visione del mondo dietro le loro parole, e ogni volta che si parla di verità secondo me dovremmo fermarci un attimo a riflettere. Verità, cultura, visioni del mondo, propaganda… quanto ciascuna cosa sfuma nell’altra?
La tecnologia determina quello che è possibile vedere, fino a condizionare il modo in cui riusciamo a pensarlo. […]
La tecnologia non è mai neutra, suggerisce sempre un punto di vista sulle cose. (pagg. 164-165)
E il modo in cui ci vengono mostrate le cose ci porta a interpretarle in un determinato modo. Ma per ora mi fermo qui, perché sulla tecnologia e sui punti di vista si potrebbero dire tante cose, a partire dalla scelta di usare o non usare determinate tecnologie. Anche il non usarle deliberatamente forma il nostro punto di vista e determina risultati. Un altro discorso interessante è quello della sinestesia, con determinate associazioni mentali particolarmente forti. Falcinelli parla di colori e sapori, spiegando come l’aspettativa determinata da specifici colori influenza il nostro gusto,
Un’ulteriore conferma che la percezione non è un atto passivo, bensì il cervello proietta sulle cose immagini psicologiche che in un certo senso ne velocizzano la comprensione. (pag. 276)
Possono sembrare discorsi lontanissimi dal pattinaggio, e se ci fermiamo alla superficie lo sono. Io dubito fortemente che, nello scrivere il suo libro, Falcinelli abbia pensato al pattinaggio anche una sola volta. Le sue parole però spiegano come funziona il nostro cervello, e qualcuno che queste cose le conosce sa come fare per ottenere l’effetto desiderato. Il pubblico è influenzabile, e pure i giudici di pattinaggio sono pubblico e possono essere influenzati da determinate narrazioni. In teoria loro dovrebbero conoscere la materia di cui si occupano, in pratica non tutti sono competenti, altrimenti non avremmo giudici che sbirciano i voti degli altri giudici, e i pregiudizi, o le influenze, che subiamo, sono talmente sottili che anche per chi è competente può essere difficile rendersi conto di esserne vittima. Io ribadisco che quanto meno Pensieri lenti e veloci, almeno le prime sezioni, dovrebbe essere una lettura obbligatoria per tutti i giudici. E che il loro potere dovrebbe essere ridotto, perché
l’automatismo innato è quello di applicare un pregiudizio alla realtà (pag. 278),
e se il pregiudizio è che un determinato pattinatore è invincibile, i suoi voti sono alti non importa ciò che propone in pista.
Verso la fine del libro Falcinelli parla anche di restauro. Il restauro non è mai neutro, il restauratore deve decidere come agire, se lasciare visibile il suo intervento o no, e a che punto fermarsi. Una cosa che mi aveva colpita, all’Università, era stata il restauro dei mosaici del nartece della Basilica di San Marco a Venezia. Se vi capita di andare a Venezia provate a guardarli: alcune zone sono circondate da una sottile linea rossa. In quelle zone il mosaico era andato distrutto, il restauratore le ha ricostruite ma ha fatto in modo che il suo intervento fosse visibile. Noi sappiamo quali sono le parti originali e quali no. Avrebbe potuto non ricostruire nulla, ma in quel caso i mosaici avrebbero presentato dei vuoti capaci di disturbare la visione. Il restauro è sempre una scelta. e Falcinelli spiega che
Riguardo alla pittura la scuola europea si batte per un modello basato sulla conservazione e accusa parte di quella statunitense di alterare il cromatismo originario volendolo «rinnovare». (pagg. 412-413)
Il problema è che
Contrastando i toni e saturando le tinte non si starebbe tanto ricercando una verità storica quanto rendendo il colore più appetibile una volta riprodotto in cataloghi, poster e cartoline. Il restauro d’oltreoceano, sempre più spesso, non conserverebbe dunque le opere per i posteri ma le rinfrescherebbe per farle funzionare meglio nel merchandising museale. (pag. 415)
Quindi l’aspetto economico, il merchandising, è più importante della verità storica, dell’aspetto dell’opera originaria. Se con le opere d’arte l’orientamento è questo, non dovremmo sorprenderci che nel pattinaggio la tendenza sia quella di esaltare il pattinatore di casa, renderlo più appetibile di quello che è, per averne un tornaconto a livello economico con un’alta audience che attira gli sponsor. Che poi i risultati siano falsati, per questo tipo di cultura è meno importante rispetto al guadagno.
La tecnica ha a che fare con la Storia. Per questo il modo in cui la usiamo è sempre un problema morale. (pag. 413).
