Questo è uno di quei post che ho iniziato a scrivere tantissimo tempo fa, e che poi ho accantonato per mancanza di tempo. Non sempre riprendo questi post, a volte non trovo mai il momento giusto. I primi pensieri sono nati quanto Barbara Waschimps mi ha parlato del suo desiderio di organizzare una conferenza dedicata a Yuzuru Hanyu. Ancora era solo una folle idea, un desiderio che si sarebbe potuto concretizzare solo se una serie di circostanze si fossero verificate, se i diretti interessati avessero accolto la sua proposta. Parlare di un pattinatore nell’ambito di una manifestazione culturale, all’interno di un prestigioso museo archeologico. Davvero? Davvero. L’incontro si è svolto nell’autunno del 2021, è stato registrato, ed è possibile riguardarlo, con sottotitoli giapponese, inglese, spagnolo e cinese per coloro che non conoscono la nostra lingua, qui:
Massimiliano Ambesi racconta alcuni aneddoti affascinanti, ricorda alcuni episodi della carriera di Hanyu, non tutti perché un’ora e mezza non è sufficiente per ricordare tutto, analizza parte del suo percorso, andando oltre ciò che avviene nelle gare. Questo perché Yuzuru Hanyu è un atleta, è diventato famoso praticando ad altissimi livelli una disciplina sportiva, ma è molto più di un atleta. Mi sono commossa ascoltando Ambesi, per quello che ha detto e anche per quello che non ha detto perché non ne ha avuto il tempo, episodi solo sfiorati ma non per questo meno importanti. Dopo qualche giorno sono tornata a riguardare il video per riascoltare quelle parole, per ripercorrere il cammino in modo da non perdermi nulla, e so che lo farò ancora in futuro.
La conferenza, L’ ALTRO GIAPPONE 2021 | THE TOTAL PACKAGE – TRIBUTE TO YUZURU HANYŪ, with Massimiliano AMBESI, è lì, a disposizione di tutti, e il valore delle parole di Ambesi lo potete giudicare da soli. Quello che mi interessa ora è il senso dell’evento. Non ho mai pensato che questo evento non dovesse avere luogo, al massimo ho temuto che non potesse avere luogo per via di difficoltà tecniche, o anche per quei pregiudizi che ancora ci sono nei confronti dello sport. La cultura non è solo ciò che si impara sui libri di scuola. La cultura è costituita anche dal comportamento di un gruppo sociale o di un popolo, e dalle sue tradizioni. È costituita dall’arte, con tutte le sue sfaccettature, come sa bene la giuria del Kikuchi Kan Prize, che nel 2022 ha conferito il premio, fra gli altri, a Hanyu.
Secondo Wikipedia (e secondo articoli giapponesi che ho letto grazie al traduttore automatico), il
Kikuchi Kan Prize (菊池寛賞, Kikuchi Kan Shō) honors achievement in all aspects of Japanese literary culture. […] The prize is presented annually by the literary magazine Bungei Shunjū and the Society for the Promotion of Japanese Literature.
Un premio per la promozione della cultura assegnato a un atleta? Sì, perché no? Ovviamente dipende dall’atleta, ma se io ho letto questi libri, libri che altrimenti non avrei mai letto, perché sono una tifosa di Hanyu e voglio conoscere meglio la cultura in cui si è formato, direi che il ruolo di promotore della cultura lo ha svolto alla perfezione.

A essere precisi, Il libro dei cinque anelli e Lo zen e il tiro con l’arco li avevo già letti prima, ora li ho semplicemente riletti. E quel corso di giapponese l’ho comprato, ma dopo poche pagine mi sono fermata, anche se non escludo di riprenderlo in mano in futuro. Ok, ne ho comprati due di corsi, non uno solo, l’altro è in ebook (ed è stato molto utile per imparare a riconoscere i kanji 男 e 女, le ricerche sul sito della federazione giapponese sono molto più rapide se so senza nemmeno aprirla che una determinata pagina non mi interessa):
Due, La gatta di Tanizaki e Kafka sulla spiaggia di Murakami, li devo ancora leggere, mentre sto ancora leggendo quello di Raveri. Libri sul Giappone, o ambientati in Giappone, o di autori giapponesi. Libri che quasi certamente non avrei mai letto, con l’eccezione della trilogia La leggenda di Otori di Lian Hearn (nell’immagine c’è solo la copertina del primo, ho letto tutti e tre i romanzi), proprio Kafka sulla spiaggia e Mazinga contro l’atomica (sono cresciuta con gli anime, e mi sono rimasti nel cuore, non per niente ho letto anche Mazinga nostalgia di Marco Pellitteri e C’era una volta… prima di Mazinga e Goldrake di Massimo Nicora, e ho comprato i DVD di alcuni anime ben prima di diventare una fanyu). Non ho incluso nell’immagine alcuni (pochi, molto meno di questi in trent’anni, e queste sono le letture di quasi quattro anni) libri ambientati in Giappone, o scritti da autori giapponesi, che avevo letto prima di diventare una fanyu. Fra questi c’è The Sandman. Cacciatori di sogni di Neil Gaiman e Yoshitaka Amano, che avevo letto prima (è l’unica storia di The Sandman che io abbia mai letto), anche se l’ho riletto in seguito e sono stata affascinata non solo dalla leggenda, ma anche dall’onmyoji malvagio. Ricordavo che c’era questo personaggio malvagio, non ricordavo che si trattava di un onmyoji, anche perché all’epoca della prima lettura degli onmyoji non sapevo nulla. Ecco, se un atleta può spingere a un’immersione di questo tipo in una cultura – e io non sono certo la sola ad aver reagito così – allora è un ottimo ambasciatore di quella cultura.
Facciamo un passo indietro, e torniamo a una delle mie grandi passioni, la lettura. Torniamo, nello specifico, al mio scrittore preferito, Guy Gavriel Kay, e a una sua opera che non è mai stata tradotta in italiano, la duologia The Sarantine Mosaic. Si tratta di un fantasy storico, ambientato in una città che ricorda molto la Bisanzio dell’imperatore Giustiniano e di sua moglie, l’imperatrice Teodora. Ho letto una biografia di Giustiniano dopo aver letto questi due romanzi, e l’accuratezza della ricostruzione del mondo è evidente, anche se poi le vicende si svolgono in tutt’altro modo perché questo non è un romanzo storico ma un fantasy liberamente ispirato al nostro passato. Il protagonista è Caius Crispus detto Crispin, un mosaicista. Ho studiato storia dell’arte, che il protagonista sia un artista su di me ha sempre un fortissimo effetto. Avevo quindici anni quando sono entrata per la prima volta nel Mausoleo di Galla Placidia, nella basilica di San Vitale e nelle due dedicata a Sant’Apollinare, in Classe e Nuovo, a Ravenna. Ne avevo poco più di venti quando il professor Miklos Boskovits ha accompagnato me, e un’altra cinquantina di studenti universitari, nel sottotetto di San Marco a Venezia, a vedere da vicino parte del lavoro dei restauratori. E questi non sono gli unici mosaici che ho visto. Che effetto mi può fare un romanzo su un mosaicista?
Crispin non è l’unico personaggio dei due romanzi. A giocare ruoli importanti sono, fra gli altri, Scortius, il miglior conducente di carri della sua epoca, Shirin, la miglior danzatrice, figlia dell’alchimista Zoticus, e Strumosus, il miglior cuoco. Ci sono personaggi più importanti di loro, soprattutto di Strumosus, ma ciò che li lega è uno dei temi di questa duologia: il significato dell’arte, e l’eredità che lasciamo alle generazioni future. Non intendo raccontare l’intera duologia, ma qualche informazione è necessaria per contestualizzare le citazioni, e il motivo per cui sono importanti.
Il protagonista è Crispin. Kay è abilissimo a costruire una storia complessa e a rendere vivi tutti i personaggi, ma noi iniziamo con Crispin, che sta realizzando un mosaico, e finiamo con lui, di nuovo intento al suo lavoro. Per la verità le primissime pagine sono dedicate alla morte (pacifica) di un imperatore con conseguente (non tanto pacifica) successione, e con la folla riunita nell’ippodromo per assistere a una di quelle corse di carri che tanto infiammavano la popolazione locale, ma alle corse tornerò dopo. Questo è il prologo, e spesso fra il prologo e il resto c’è uno stacco, in questo caso di dodici anni. Crispin si reca a Sarantium per una commissione straordinaria, la cupola di Hagia Sophia, o quanto meno dell’equivalente fantasy della bizantina Hagia Sophia. Non è esattamene di ottimo umore, una pestilenza ha sterminato la sua famiglia e lui non è sicuro di avere buoni motivi per continuare a vivere.
But he did know now what he wanted, in his heart, to make, and beyond cleverness, was wise enough not to deny it in this wood.
Upon a dome, with glass and stone and semi-precious gems and streaming and flickering light through windows and from a glory of candles below, Crispin knew he wanted to achieve something of surpassing beauty that would last.
A creation that would mean that he–the mosaic-worker Caius Crispus of Varena–had been born, and lived a life, and come to understand a portion of the nature of the world, of what run through and beneath the deeds of women and men in their souls and in the beauty and the pain of their short living beneath the sun.
He wanted to make a mosaic that would endure, that those living in after days would know had been made by him, and would honour. And this, he thought, beneath black and ripping trees, walking over sodden, rotting leaves in the forest, would mean that he had seth is mark upon the world, and had been.
Sailing to Sarantium, p. 167
Ciò che rimarrà, dei mosaici di Crispin e della sua fama, lo scopriremo nei romanzi successivi, Children of Earth and Sky, A Brightness Long Ago e All the Seas in the World, ambientati da Kay nello stesso mondo ma diversi secoli più tardi. Quello che vediamo, qui, è che lui scopre di avere un desiderio dentro di sé, il desiderio di creare un’opera d’arte straordinaria, infondendovi tutte le sue conoscenze tecniche, le sue abilità manuali, e i suoi sentimenti.
Per noi Crispin è un artista, lui, nel suo mondo, è un artigiano. Guardiamo alle nostre opere d’arte. È nel Medioevo che iniziamo a conoscere i nomi degli artisti. Non di tutti, e non per tutte le loro opere. Fino a quel momento, a parte qualche nome che ci è stato tramandato (Apelle, di cui non abbiamo opere, Fidia, Policleto, Ictino e Callicrate, qualcun altro, ma pochi, molto pochi in rapporto alle opere che abbiamo), il nome di chi aveva eseguito l’opera non importava, perché era considerato un semplice artigiano. Siamo noi che ci rendiamo conto di quanto fossero straordinari l’anonimo Maestro del Trionfo della Morte piuttosto che l’altrettanto anonimo Maestro d’Isacco. Loro sono anonimi, Crispin cerca l’immortalità, tanto è vero che, al di là del giusto orgoglio perché è bravo e sa di esserlo, in un’opera pone le sue iniziali. Vuole essere ricordato, vuole lasciare una traccia della sua esistenza.
La traccia dell’esistenza è uno dei morivi del romanzo. C’è chi rinuncia alla fama, come Zoticus, perché è un alchimista, e se quando lui era giovane gli alchimisti erano stimati, con il passare del tempo e il mutare delle idee, gli alchimisti hanno iniziato a essere ritenuti pericolosi, forse anche eretici, e allora è più prudente non mostrare le proprie straordinarie capacità, le proprie conoscenze. C’è chi lascia traccia di sé nei figli, nella discendenza. Un imperatore che non ha figli cerca di lasciare la traccia del suo essere vissuto nelle sue conquiste, nelle sue riforme amministrative e religiose, nel suo ruolo di mecenate per opere d’arte che non hanno paragoni. Ciascuno cerca la sua strada. Alcune materiali, altre immateriali. Non tutto quello che lasciamo è facilmente visibile, e non di tutto ciò che facciamo, anche se straordinario, rimane traccia.
Il viaggio di Crispin è complicato, e dopo un episodio particolarmente sconcertante, entra in una cappella e alza gli occhi verso la cupola che la sovrasta. Dopo quello che ha appena sperimentato,
Crispin had no barriers within himself, no refuge, and the power of the image above hammered into him, driving all strength from his body so that he fell down like a pantomime grotesque or a helpless drunk in an alley behind a caupona. (p. 180).
Crispin è talmente sopraffatto dalla forza dell’immagine che vede, da crollare a terra. È questa la forza dell’arte. Travolge. Qui siamo all’interno di una situazione molto particolare, ma.. vi è mai capitato di essere travolti? Di piangere al cospetto della bellezza? A me sì. Alcune esperienze, alcune visioni, sono overwhelming. Non ho mai trovato una parola italiana che mi desse la stessa sensazione di awe, reverenza, di overwhelming. In determinati contesti, di fronte a determinate cose, io sono stata sopraffatta. E le lacrime hanno iniziato a scendere, oppure ho dovuto lottare per non farle scendere. Non so quale sia la vostra reazione, può essere diversa dalla mia. A Crispin cedono le gambe. Io piango. E se voi non avete mai provato nulla del genere… mi spiace per voi.
Gli autori dello straordinario mosaico ammirato da Crispin sono anonimi, i clerici di quella cappella suppongono fossero diversi artigiani, che fossero posseduti da una divina ispirazione, ma i loro nomi si sono persi nel trascorrere del tempo. Accade anche il contrario. A volte abbiamo i nomi, come quello di Apelle, e non le opere. Possiamo ammirare un artista di cui non abbiamo visto nulla? Io so di essere diventata fan di alcuni sportivi anno dopo che si erano ritirati, quando ormai tutti i loro risultati erano noti, perché avevo letto un testo su questi sportivi, ed ero rimasta colpita da ciò che erano stati capaci di fare. Solo le parole, la narrazione, nemmeno la visione di immagini di repertorio, anche se poi, quando ho potuto, sono andata a cercare quelle immagini.
Crispin è consapevole del valore di ciò che fa, e non si fa problemi a dirlo. Per lui un mosaico
‘is a dream of light. Of colour. It is the play of light on colour. It is a craft… I have sometimes dared call it an art, my lord… built around letting the illumination of candle, lantern, sun, booth moons dance across the colours of the glass and gemstones and stones we use… to make something that partakes, however slightly, of the qualities of movement that Jad gave his mortal children and the world. In a sanctuary, my lord, it is a craft that aspires to evoke the holiness of the god and his creation.’ (p. 281)
Jad è il dio in cui ha fede Crispin, in cui hanno fede tutti coloro che lo stanno ascoltando, nel mondo del romanzo è l’equivalente del dio cristiano. Ma mentre tutti guardano all’opera che lui si propone di realizzare – ammesso che la commissione gli venga effettivamente affidata – come a qualcosa di artigianale, per cui servono solo conoscenza tecnica, materiali, tempo e lavoro, per lui è arte, ed è qualcosa capace di elevare lo spirito dello spettatore. Nella sua spiegazione afferma che l’arte vive nel tel tempo, muta con il tempo e con la luce. È un dettaglio tecnico, che vale per i mosaici eseguiti su una superficie curva, non vale per tutte le forme d’arte, ma l’idea che a seconda di determinate circostanze, la luce, la posizione, ci siano mutamenti nella percezione, qui, in questo contesto, mi sembra interessante. Anche se ogni forma d’arte ha un suo lato meno luminoso, quello su cui lottano tutti gli artisti,
the terrible distance between the art conceived in the eye of the mind and what one could actually execute in a fallible world with fallible tools and one’s own crushing limitations. (p.248)
I miei testi sono sempre più belli nella mia mente, quando la tastiera del computer è lontana. Io non sono un’artista, ma immagino che per tutti gli scrittori sia così, Kay compreso. Le immagini che Crispin vede con l’occhio della mente sono più belle di quelle che riesce effettivamente a realizzare, e lui ha difficoltà tecniche molto maggiori rispetto a quelle di uno scrittore. In alcuni punti si parla della qualità delle tessere usate per i mosaici, e possono esserci limitazioni nel procurarsi tessere di buona qualità. L’arte è una lotta fra un sogno, le limitazioni fisiche, e le capacità individuali, anche se l’artista nasconde le tracce della lotta e consente di vedere solo il sogno, per quanto ne è capace.
Poco dopo Kay si allontana da Crispin per farci conoscere Strumosus, un cuoco. O forse dovrei scrivere il cuoco. È un personaggio tutto sommato marginale all’interno della storia, anche se Kay riesce a renderlo vivo e a farcelo amare, così come ci fa amare (o odiare, l’unica cosa che manca è l’indifferenza) tutti i suoi personaggi. Non fa nulla di fondamentale, per quasi tutto il tempo si limita a rimanere fuori scena mentre, suppongo, svolge il suo lavoro, cucina, e non si vedono neppure tutti questi banchetti. C’è un momento in cui Strumosus si trova a dover dirigere una situazione che normalmente non sarebbe di sua competenza, e lo fa bene, ma se lo avesse fatto un altro poco sarebbe cambiato ai fini della trama. Strumosus non è importante per quello che fa, ma per quello che è, per quello che rappresenta.
There were those who held the view that he was far too aware of the fact, but if a cook could be an artist, Strumosus was. (p. 298)
Un cuoco come artista. E perché no? Nel Medioevo l’idea era inconcepibile, ma anche del Maestro di Isacco non conosciamo il vero nome. Per chi non è familiare con il modo in cui vengono attribuiti i nomi ai pittori anonimi, la consuetudine è che li si chiami “Maestro di…” seguito dal soggetto della sua opera più importante, o dalla località in cui quest’opera si trova, o comunque da una qualche caratteristica che permette di identificare, entro certi limiti, l’opera e l’artista. Perciò il Maestro d’Isacco è colui che ha realizzato gli affreschi delle Storie di Isacco nella Basilica di San Francesco ad Assisi. Per noi un pittore straordinario, per i suoi committenti non era importante preservarne il nome. Ora conosciamo i nomi degli artisti contemporanei, e anche quelli di numerosi chef. Sono artisti, gli chef? La loro arte non dura, una volta che il cibo viene mangiato non c’è più. E anche se non venisse mangiato, sarebbe impossibile conservarlo a lungo. Ecco perché Strumosus è importante, perché ci costringe a interrogarci sul significato dell’arte. È arte solo ciò che dura? Se fosse così, non potremmo considerare arte l’Ercole di neve realizzato nel 1494 da Michelangelo Buonarroti. A Firenze c’era stata una nevicata notevole, e Michelangelo aveva usato la neve per realizzare una scultura rappresentante Ercole. Una scultura effimera, all’alzarsi della temperatura si era trasformata in acqua, ma capace di colpire gli artisti che avevano potuto ammirarla. È arte anche questa, nata effimera e sparita, così come sono sparite due opere che non sarebbero dovute essere effimere, La battaglia di Cascina dello stesso Michelangelo e la concorrente Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci.
L’arte smette di essere arte quando non c’è più? O siamo noi che subiamo una perdita, e possiamo solo consolarci nel ricordo? Poco più avanti si parla di un piatto leggendario, citato da uno scrittore in un testo che, all’epoca in cui è ambientata la storia, è vecchio di 400 anni (p. 306). Strumosus, che, in his own way, was a genius (p. 309), non ha figli. La sua eredità saranno una salsa da lui ideata e un ragazzo da lui addestrato come cuoco, che ha un talento forse paragonabile al suo.
L’eredità attraverso la sua arte, un’arte effimera. Di poca importanza? Come si misura l’importanza dell’arte? È possibile creare una scala, anche se solo di tipo comparativo? Per capacità artistiche possiamo dire che Michelangelo Buonarroti era superiore rispetto a Baccio Bandinelli, e che Benvenuto Cellini si colloca fra i due, migliore di Bandinelli, peggiore di Michelangelo, anche se stiamo parlando sempre di artisti. È possibile creare una scala fra le varie arti? Ha senso farla? Come mettere in rapporto musica e letteratura? Uno straordinario musicista è migliore di uno scrittore mediocre, e viceversa. Sono realtà diverse, non paragonabili, e questo vale anche se si restringe il campo alle sole arti figurative. Caratteristiche come la permanenza, non sono rilevanti, confronti sulle dimensioni hanno senso solo all’interno di determinate circostanze, e la tecnica utilizzata ha i suoi limiti e offre le sue opportunità, a seconda delle capacità dell’artista. Il fatto che il gruppo scultoreo Ercole e Caco di Bandinelli, alti poco più di 5 metri, sia più grande della Saliera di Francesco I di Francia realizzata da Cellini, non ha nulla a che vedere con la qualità delle due opere.
Crispin non è uno scultore, ma a un certo punto si trova ad ammirare una rosa d’oro, e anche se non si tratta della sua arte ne riconosce la straordinarietà.
Slender as a living flower, seemingly as pliant, four buds on the long stem, thorns among the small, perfect leaves, all of gold, all four buds rendered in stages of unfolding, and a fifth, at the crown, fully opened, achieved, each thin, exquisite petal a marvel of the goldsmith’s craft, with a ruby at the centre of it, red as a fire in the candlelight.
The beauty caught at his heart, and the terrible fragility. If one were merely to take that long stem between two fingers and twist it would bend, distort, fall awry. (p.315)
La bellezza nella fragilità, nel transitorio. In Giappone questo concetto si ritrova nell’hanami, quando le persone ammirano la caduta dei petali di ciliegio. Una bellezza che sparisce, che è tanto più preziosa perché dura poco, anche se l’hanami si ripete anno dopo anno. La rosa tornerà più avanti nella duologia, come memento della fragilità delle cose umane, anche delle più alte aspirazioni. È arte, come lo è la saliera di Cellini, ed straordinaria, ma basterebbe davvero poco per distruggerla. Anche se la saliera di Cellini è arrivata fino a noi, lo Zeus crisoelefantino di Fidia no, e in teoria era più permanente, ed era ritenuto una delle sette meraviglie del mondo antico. Delle sette meraviglie, sei sono scomparse. Le dimensioni, il materiale, la permanenza, dell’opera, non sono fondamentali per definire cosa sia un’opera d’arte.
Non so se a voi le copertine dei romanzi, in questa versione, dicono qualcosa. Sono rielaborazioni di un paio di dettagli dei mosaici di Sant’Apollinare Nuovo. Opere straordinarie di artisti anonimi.
Nel prologo di Sailing to Sarantium la notizia della morte dell’imperatore porta all’annullamento della corsa di carri prevista per quel giorno. Non avevo idea che nell’antica Bisanzio le corse di carri fossero così importanti, ma lo erano. Noi non vedremo mai narrare una delle corse di Astorgus, il più famoso conducente di carri della sua epoca. È questa la traduzione corretta, giusto? In inglese è charioteer. Cocchiere, auriga, a volte nel passaggio da una lingua all’altra mi serve un po’ di tempo per fare mente locale, e non sempre so se esiste un termine tecnico più corretto della parola che sto usando io. Cocchi? Quadrighe? I cavalli sono quattro, di sicuro non sono gare di bighe. La corsa di quel giorno viene annullata, e quando torniamo nell’ippodromo, dodici anni più tardi, Astorgus è un importante funzionario, e l’eroe dell’arena è Scortius.
He’d never been among so large a crowd in his life. Crowds had their own power, Crispin had begun to realize; they carried you with them.
Sailing to Sarantium, p. 248
E se essere nella folla è trascinante, c’è da chiedersi che effetto possa fare la folla a chi è oggetto della sua ammirazione. Giuro, non credevo che mi sarei appassionata alle corse di carri, ma le due narrate da Kay sono straordinarie. Una si trova in Sailing to Sarantium, una corsa che, da subito,
seemed destined to become one of those triumphs that were talked about forever. (p. 298)
Quella corsa è leggendaria, alcune competizioni sportive sono leggendarie, come è leggendario Scortius. E anche chi non è interessato a quel particolare sport, a volte non può che riconoscere di trovarsi di fronte a qualcosa, o qualcuno, che trascende ogni razionalità. Rustem, che è uno straniero e non è interessato alle corse, si troverà ad assistere alla corsa più grande di tutte, e ne sarà sopraffatto, ma il suo primo incontro con Scortius avviene in un contesto molto diverso.
It was still a source of some amusement to Rustem, how utterly overwhelmed the very dour, proper steward had been last night by the arrival of a mere athlete, a person from the games.
‘Jad of the blessed Sun!’ he had cried out when the charioteer has been helped across the threshold. His hand has shaped a religious sign, his tone had suggested he was seeing the named deity, not merely invoking him.
Lord of Emperors, p. 244.
Un atleta come figura religiosa, capace di portare le persone alla commozione? Fino a qualche anno fa avrei detto che era impossibile. Ho tifato per tantissimi atleti, sono stata contenta per le loro vittorie, triste per le loro sconfitte, ma erano sempre atleti. Anche quando li guardavo dal punto di vista artistico, come è possible fare nel pattinaggio artistico, nella ginnastica artistica o nei tuffi. Anche quando la bellezza non era il loro scopo. Nel tennis conta mettere la pallina dentro al campo in un punto in cui l’avversario non riesce a raggiungerla, o metterla in posizione così scomoda per l’avversario, che lui si ritroverà a tirare fuori dal campo. È una questione di posizione, non di bellezza. Però mi sono divertita di più a guardare Stefan Edberg perdere contro Michael Stich al primo turno della Grand Slam Cup 1992, pur giocando bene, che a guardarlo vincere contro Marcelo Rios al secondo turno del torneo di Roma, nel 1995. A Roma Edberg aveva vinto perché Rios non era mai stato capace di leggere il servizio di Stefan, ma la partita era stata davvero brutta, anche se avevo apprezzato il risultato. Sia Edberg che Stich avevano giocato bene, la partita era stata davvero bella, anche se il risultato non mi era piaciuto all’epoca e continuo a non gradirlo ora (ammesso che ci pensi, e se penso a Edberg non è certo questa la prima partita che mi viene in mente. E neppure la decima). Magari ho preso il risultato con una certa filosofia perché non prendevo sul serio la Grand Slam Cup, ma l’aspetto estetico, che ai fini del risultato nel tennis non conta nulla, per me in alcune occasioni è stato più importante del risultato. Quindi ho tifato per numerosi atleti, li ho ammirati dal punto di vista estetico, ma ritenerli qualcosa di più? Una volta Brian Orser ha spiegato che Hanyu non è esattamente come una rockstar, a cui qualcuno lo aveva paragonato, ma che il sentimento nei suoi confronti è più qualcosa di mistico, che in Giappone le persone piangono quando lo vedono. Non solo in Giappone, Brian.
E poi Kay narra un’altra corsa.
The race that followed was remembered for a very long time. Even with the events that ensued that day and immediately after, the first afternoon race of the seconde Hippodrome session that year was to become legendary. An emissary from Moskav, who had accompanied the Grand Prince’s entourage and remained behind through the winter in slow negotiations over tariffs, was in attendance and would chronicle the race in his diary–a record that would be preserved, miraculously, through three fires in three cities, a hundred and fifty years apart. (p. 311)
Se c’è una corsa che può essere definita epica è questa. Davvero, ci sono competizioni che vanno al di là del singolo evento sportivo.
Qui stiamo assistendo a un connubio tra contenuto tecnico e arte che non ha precedenti nella storia di questa disciplina.
A qualcuno è familiare questa frase? Non sono più sulla straordinaria corsa narrata da Kay. No, mi sono spostata nel nostro mondo, là dove l’arte si unisce allo sport, per il quarto sopraffacente programma di fila.
Questo è solo uno dei tanti commenti da cui si può intuire la straordinarietà dei quattro programmi completati da Hanyu nell’autunno del 2015. Ho preso questa telecronaca, avrei potuto prenderne tante altre.
Un paio di giorni fa mi ero fermata un attimo nella lettura di Lord of Emperors per postare una frase su Twitter. Avevo cancellato due parole, ne avevo cambiate altre due, per ambientare la frase non sul terreno di un ippodromo ma su una pista di ghiaccio. Cambia il luogo, cambiano alcuni dettagli, perché quella narrata da Kay è una gara a squadre, blu contro verdi, con bianchi e rossi come squadre di supporto, ma ciò che queste parole esprimono, per chi conosce il percorso di Hanyu, per chi ha seguito la sua vicenda, risuona con una forza straordinaria. In alcuni casi ciò a cui assistiamo è una prestazione sportive, perché Hanyu è un atleta, ma la prestazione va al di là dello sport. In Cleander, che assiste alla gara (ma potrei esserci io al posto di Cleander, non in un ippodromo ma in un palazzetto del ghiaccio, o davanti a uno schermo) nasce
a desire that never left him, all his life, to see that level of skill and grace and courage again, garbed in whatever colours they may choose to wear for a moment’s bright, sunlit glory on the sands. (p. 317)
I colori, per gli auriga, sono quelli della squadra per cui gareggiano, che in qualche caso nel corso della carriera può anche cambiare. Nel pattinaggio cambiano i costumi a seconda del programma, anche se non tutti i pattinatori se ne accorgono. In qualche caso l’impressione è che peschino a caso la prima maglia che trovano nell’armadio. Magari anche di qualità, ma dimenticando che anche il costume è parte della prestazione. Non assegna punti, ma contribuisce a creare l’atmosfera, almeno se il pattinatore è interessato a crearla, e se è capace di crearla.
Abilità, grazia, e coraggio. Quante volte li abbiamo ammirati, mescolati fra loro? Sì anche coraggio. Nel provare il quadruplo axel a Pechino, nel terminare un programma in cui è caduto cinque volte, nel rialzarsi e andare avanti dopo essersi ritrovato, mani e ginocchia sul ghiaccio, nel suo primo Campionato del mondo. Nel portare avanti allenamenti solitari senza lasciarsi abbattere dai dubbi, nel recuperare da infortuni che avrebbero potuto stroncare una carriera. Nulla viene lasciato da parte, per qualcosa che va oltre la singola prestazione, per quanto straordinaria.
Una leggenda in patria. E non solo.
Questo è prima. E poi c’è il dopo.
Questo è il massimo che potete vedere, una complessità di fili, di passi, che non abbiamo mai visto. Ripeto, vai avanti tu, perché a me viene da piangere, perché questa è una prestazione incredibile. Questo è un momento storico per lo sport a tutto tondo. Impressionante. È una leggenda umana.
[…] un programma così non si è mai visto nella storia di questa disciplina
Il commentatore, e non solo lui, si è commosso quel giorno, perché sapeva di aver assistito a qualcosa di straordinario.
Astorgus was crying. Moved as if by something holy in a sanctuary, knowing he had seen a creation as perfect as any artisan had ever made: any vase, gem, poem, mosaic, wall hanging, golden bracelet, jewelled, crafted bird.
And knowing, too, that this sort of artistry could not endure past the shaping moment, could only be spoken of after by those who recalled, or misrecalled, who had seen and half seen ant not seen at all, distorted by memory and desire and ignorance, the achievement of it written as if on water or on sand.
It mattered, terribly, and just now it didn’t matter at all. Or could the fragility, the defining impermanence actually intensify the glory? The thing lost as soon as made? (p. 321)
La corsa narrata da Kay è epica. Hope and Legacy quel giorno è stato epico. Ci sono momenti in cui gli esseri umani oltrepassano ogni limite, fanno qualcosa di trascendente. I romanzi di Kay sono sempre troppo ricchi per ridurli a un singolo tema, o anche a pochi temi. Sono io, in questo caso a fare una selezione, a concentrarmi, per esempio, sui modi diversi in cui i personaggi della Sarantine Mosaic Duology cercano di lasciare una traccia di loro che si protragga nel futuro. Sull’arte, presentata in numerose forme. Quella di Crispin lo è senza dubbio, quella dell’anonimo artigiano che ha creato la rosa anche. Lo è quella di Strumosus, il cuoco? E quelle di Scortius, un atleta? Quello che fa Scortius è epico, ed è in grado di infiammare le emozioni umane con una forza straordinaria. Servono intelligenza, maestria, coraggio. E, dai suoi gesti, nasce anche la bellezza. Quella delle traiettorie perfette, di un tempismo assoluto, di una visione che non è dato a tutti di avere, e che gli altri possono solo ammirare, a posteriori.
Edberg non cercava la bellezza quando giocava il suo straordinario rovescio, o le sue altrettanto straordinarie volée. Cercava il punto, anche se io vedevo la bellezza. Era una bellezza inconsapevole, naturale. Ma se l’atleta cerca la bellezza? Se il suo preciso scopo è fare qualcosa di bello? Uno dei personaggi è Shirin. Non la si vede mai ballare nel romanzo, ma da come viene presentata possiamo immaginarci un’Anna Pavlova, una Carla Fracci, una Svetlana Zakharova, anche se Shirin si esibisce in un contesto molto meno elegante. Un’artista, di un’arte effimera, destinata solo a rimanere nelle cronache, e nella memoria di chi ha assistito alle sue prestazioni. Ciò che fa Shirin è effimero come ciò che fa Scortius, ma la bellezza è lo scopo di Shirin, non una sua componente accidentale. Il fatto che il gioco di Jim Courier fosse molto più brutto di quello di Edberg, non ha impedito a Jim di battere Stefan in due finali consecutive all’Australian Open, nel 1992 e nel 1993. La bellezza nel tennis è accidentale, nella danza no. Una danzatrice dotata di una notevole forza muscolare e un’altrettanto notevole resistenza atletica, ma priva di eleganza, difficilmente avrà successo, e certamente non sarà capace di creare arte.
Il pattinaggio artistico si colloca in una posizione intermedia. È effimero, come tutti gli sport, e come la danza. E l’aspetto tecnico, quello che assegna punti, è fondamentale. La tecnica è fondamentale anche per la danza, non sto sminuendo questa forma d’arte, ma nella danza non ci sono punti, nel pattinaggio artistico sì, e i pattinatori devono tenere presente il regolamento, compiere determinati movimenti, non compierne altri, se vogliono ottenere il miglior risultato possibile. Il pattinaggio artistico è uno sport. Ma, allo stesso tempo, la bellezza non è accidentale. Viene espressamente cercata. Non da tutti, in ogni ramo dell’arte ci sono gli artisti e i mestieranti, ma la bellezza viene cercata.
Ecco, senza sminuire l’aspetto sportivo, sempre importantissimo nei programmi delle gare, quello che Hanyu fa è arte. La reazione di Cleander, quella di Astorgus, a ciò che fa Scortius, è la stessa reazione di Massimiliano Ambesi di fronte a Hope and Legacy, è la mia di fronte a Ten to Chi to al Campionato nazionale 2020 (ho visto Hope and Legacy in differita, e se la bellezza rimane, manca l’impatto emotivo del vivere il momento della creazione), o anche di fronte a due SEIMEI straordinari, uno perfetto e uno imperfetto, ma ugualmente straordinario. Anche le opere non-finite di Michelangelo sono straordinarie. La sua era una scelta estetica, quelli di Hanyu sono due errori, ma nelle arti performative il rischio di errore è sempre presente. E, in qualche caso, può arricchire, come ha arricchito la caduta durante i passi di Romeo + Giulietta, a Nizza 2012, o quella sul quadruplo axel, a Pechino 2022. Romeo si è dovuto scontrare con delle difficoltà, ha sofferto, e si è rialzato e ha continuato a combattere, fino alla fine, anche se poi sappiamo com’è finita. Uesugi Kenshin di sconfitte ne ha subite solo due, in una vita di continue battaglie, e nonostante le sconfitte è andato avanti perché c’erano persone che contavano su di lui. L’interprete e il ruolo si sovrappongono nel caso dell’arte. Si sovrappongono con gli attori bravi, si sovrappongono nel caso di determinati atleti. Lo ha detto Hanyu stesso che lui, per la durata del programma, è Abe no Seimei.
Il pattinaggio artistico è uno sport, con regole che gli atleti devono rispettare, ma anche i pittori si dovevano adeguare allo spazio a loro disposizione. Pensate alle pareti in cui ci sono porte o finestre, o con altre caratteristiche architettoniche a cui gli artisti si sono dovuti adeguare, o ai polittici medievali, con lo spazio tripartito, o suddiviso in cinque settori, nella parte superiore. L’arte nasce anche adeguandosi a limiti esterni. Molti, la maggior parte delle persone, se pattina lo fa a livello amatoriale. Più o meno tutti disegniamo, quanti di noi sono bravi davvero? E poi si va su, verso l’eccellenza. Per lo sport l’eccellenza può anche essere quella di chi completa più quadrupli. Con le regole attuali, il numero di quadrupli completati senza errori è quasi l’unica cosa importante per vincere. Eccellenza sportiva, anche se si potrebbe parlare a lungo del modo in cui vengono assegnati i voti. E, parallelamente all’eccellenza sportiva, ci può essere quella artistica. A volte c’è, a volte no. A Barcellona nel 2015 ci sono state entrambe. Poi Hanyu ha spostato un po’ il concetto di eccellenza sportiva e di eccellenza artistica, e a Helsinki nel 2017 è andato oltre rispetto a quanto aveva fatto prima. Ha continuato a migliorarsi, a lasciarci senza fiato.
Di quel che ha fatto Scortius sono rimasti solo resoconti. Ok, è un personaggio di un romanzo, non poteva che rimanere un ricordo in forma narrativa. Di Suzanne Lenglen sono rimasti pochissimi video, di Gillis Grafstrom pure, e di Jackson Haines nemmeno quelli. Di Haines, vissuto fra il 1840 e il 1875, James R. Hines (Figure Skating. A History, p. 52) ci dice che
he took dance to the ice. He worked diligently, concentrating on body position
[…] his performances were received with interest, sometimes enthusiasm. It was a style not seen before. In vienna especially, his skating touched the pulse of the populace.
Quanto a Steve Milton, in Figure Skating’s Greatest Stars (p. 18), parlando del suo periodo trascorso a Vienna ha scritto che
the city famous for music embraced his dancing on blades, especially to its own waltzes. Haines’ expressive form of skating become known as the Viennese Style, which became the International Style, the base model for today’s skating.
Haines ha creato qualcosa di nuovo. Partendo dalla danza, ha fatto vedere qualcosa che prima non era neppure inimmaginabile. È stato un artista, e dopo di lui il pattinaggio, che gradualmente è diventato uno sport (Il primo Campionato del mondo si è tenuto nel 1896, 21 anni dopo la morte di Haines, il primo Campionato europeo nel 1891, 16 anni dopo), ha continuato a essere praticato, in bilico fra lo sport e l’arte. Qualcuno è stato, è, un grande atleta, qualcuno, oltre a essere un atleta, è stato, è, un artista.
Noi, ora, siamo più fortunati. L’arte di Shirin era destinata a essere effimera, come quella di Strumosus. Dell’arte di Vaslav Nijinsky abbiamo troppe poche immagini, di qualità troppo bassa, per poterlo ammirare davvero, e ci dobbiamo affidare ai resoconti. per conoscere la sua grandezza. Rudolf Nureyev lo possiamo ammirare ancora oggi, anche se è morto quasi trent’anni fa. Le arti impermanenti hanno trovato una loro permanenza grazie alla tecnologia, ed è una ricchezza enorme.
All’inizio di questo testo ho inserito un paio di foto per fare vedere l’effetto che le prestazioni di Hanyu hanno avuto su di me. Per la verità non è così raro che io mi ritrovi a leggere qualcosa. Per capirci, questa è una delle pareti di casa mia.
Questa invece è la parete di fronte. Circa quattro ripiani sono di mio marito, con parte dei suoi libri che si trova nel suo studio, mentre quelli delle figlie sono nella loro stanza.
Ci sono altri tre ripiani corti da un’altra parte, qualche libro dal formato decisamente strano lì dove ho trovato lo spazio per metterlo. E oltre 700 ebook nei miei due lettori. Non è difficile che io mi ritrovi a leggere, né che sia influenzata da qualcosa di esterno. Se un romanzo storico mi piace, è piuttosto normale che subito dopo io legga un saggio di storia dedicato a quel periodo. Dopo The Sarantine Mosaic ho letto una biografia di Giustiniano, anche se so che Valerius II non è Giustiniano. Con Hanyu sono giusto andata un po’ oltre rispetto al solito leggere uno o due libri dedicati a quel periodo, e nelle due immagini dedicate al Giappone ho volutamente escluso i libri fotografici su di lui. Il libro fotografico su un atleta, o anche la biografia, fa parte dei tifo. Non sono tutti qui né i libri sul tennis, né quelli sul Giappone, né quelli su Hanyu.
Entro certi limiti è tifo, entro altri… Paolo Bellini, il mio professore di Storia del disegno e delle arti grafiche (e l’incisione viene considerata un’arte minore, ma davvero qualcuno può definire opere minori le incisioni di Albrecht Durer o quelle di Rembrandt Harmenszoon van Rijn? Giusto per citare i più famosi), diceva che l’opera d’arte è qualcosa fatto dalle mani dell’uomo per essere guardato con finalità estetiche (o artistiche, non ricordo con precisione quale delle due parole usasse). Fatto dalle mani dell’uomo, perché anche un paesaggio può essere bellissimo, può commuovere, ma è indipendente dagli esseri umani. Lui parlava di mani, perché quelle che studiava erano arti figurative, il canto è una forma d’arte anche se non servono le mani. Serve l’intervento umano, e la finalità. I gesti di Edberg, per quanto belli, non erano arte. Il triplo axel di Hanyu non è solo un salto che negli anni gli ha portato un’infinità di punti, e che per caso è bello da vedere. Lui ha sempre voluto che fosse bello. Ci ha messo una controvenda davanti, quando non i twizzle, una sgambata dopo, quando non i twizzle. È qualcosa che fa parte di un fluire, e che deve essere ammirato. Hanyu è consapevole del pubblico e vuole essere ammirato. Vuole che fra lui e chi lo guarda ci sia uno scambio di emozioni. Non è arroganza, anche l’attore di teatro vuole essere ammirato. Mansai Nomura ha interpretato Abe no Seimei così come lo ha interpretato Hanyu, Koji Ishizaka ha interpretato Uesugi Kenshin così come lo ha interpretato Hanyu. I loro palcoscenici erano diversi, le loro arti performative erano diverse, tutti sono stati straordinari (per Ishizaka posso solo immaginarlo, visto che non ho mai visto la serie Ten to Chi to).
Quando ho guardato per la prima volta Ten to Chi to ho pianto. Non sapevo nulla della storia, non avevo idea di chi fosse il protagonista di quella lotta che si stava svolgendo davanti ai miei occhi. Non ho pianto per il successo nella gara, quello era stato evidente fin dai primi movimento, dal primo gesto, quando ho visto la sicurezza con cui si muoveva. Non ho pianto perché ci sarebbe stata una prestazione perfetta, qualcosa che ho capito prima della sequenza di passi. Ho pianto per la bellezza di ciò che stavo vedendo. Per la perfezione di ogni gesto, per una musica che non conoscevo ma che mi arrivava dritta al cuore. Per l’anelito umano ad andare oltre ciò che è strettamente necessario, perché oltre ai bisogni terreni esistono anche i bisogni dello spirito, e non a tutti è dato riconoscerli, non a tutti è data la capacità di scavare in profondità e toccare l’animo di chi è così distante da noi. Quella di Hanyu quel giorno, quella di Hanyu ogni volta che scende in pista, è arte.
A volte ha fatto errori, perché siamo umani, perché siamo imperfetti, e tutti commettiamo errori. A volte anche nell’errore è stato perfetto, come in quel quadruplo axel. Chi non sente la forza di quel momento, perde qualcosa di straordinario, e mi spiace per lui. L’arte è fatta anche di imperfezioni, di errori. Sono accettabili, purché ci sia l’anelito a qualcosa di più. Avete presente Katsushika Hokusai? Era sul letto di morte, a quasi novant’anni, quando ha esclamato “Se il Cielo mi avesse concesso anche solo cinque anni in più sarei potuto divenire un vero artista”. Un anelito che non si ferma mai. Hanyu non è semplicemente uno sportivo, per quanto bravo. Hanyu ha toccato il cuore di milioni di persone, e ha fatto conoscere il suo paese a persone che altrimenti avrebbero seguito altri percorsi, si sarebbero interessati di altre cose. Al fianco dello straordinario atleta c’è un artista straordinario, e noi possiamo solo ammirare prestazioni che vanno al di là di ogni nostra immaginazione.