La versione in inglese si trova qui.
In Giappone ho visitato alcuni luoghi bellissimi. Non è stato per quei luoghi, però, che ho fatto il viaggio. È stato per Echoes of Life. Tutto il resto è stato un di più, perché dopo aver deciso di spendere quei soldi nei biglietti dell’aereo e di accettare la stanchezza derivante da un viaggio di circa 15 ore, la mia amica e io abbiamo scelto di trascorrere un po’ di giorni sul posto. Ma questa è stata una decisione a posteriori, dopo che avevamo vinto il primo bliglietto, non il motivo che ci ha spinte a partire.
Dopo che avevamo vinto il primo biglietto. Lo sanno tutti i fanyu, comprare il biglietto per uno spettacolo di Yuzuru Hanyu non è facile. La richiesta è così alta che i biglietti vengono venduti tramite lotteria. Se non vinci la lotteria, il biglietto non lo compri.
Io ho sempre ignorato le altre lotterie. Per Prologue non mi pare ci fosse la possibilità di partecipare per i fan internazionali, ma ho sicuramente ignorato quelle per Gift, per Re_Pray e per tutte le edizioni di Notte stellata. Ho invece perso le lotterie per Echoes of Life in Saitama, poi ho perso quelle per Echoes of Life in Hiroshima, e infine, alla prima lotteria, ho vinto il biglietto per il 9 febbraio in Chiba. Ho vinto, ma dovrei dire abbiamo vinto, perché tutte le questioni pratiche le ha gestite la mia amica, che ha anche anticipato i soldi del biglietto, e che mi ha aiutata nella registrazione del mio cellulare, altrimenti io da sola non ci sarei riuscita. A quel punto abbiamo iniziato a partecipare alle lotterie per il 7, separatamente, per aumentare la nostra probabilità di vincere. Alla seconda lotteria io ho vinto il biglietto per il 7, lei invece ha fallito tutte le lotterie e del 7 ha solo i racconti miei e delle altre persone che sono entrate nell’arena. E lei non è stata l’unica persona che conosco che ha vinto un solo biglietto. A Chiba mi sono incontrata con quattro italiane. Solo una di loro è riuscita ad assistere a entrambi gli spettacoli, una ha assistito al solo spettacolo del 9, due hanno assistito allo spettacolo del 7 dal vivo e a quello del 9 dal cinema. Per chi ha vinto un solo biglietto, era meglio vincere il biglietto per lo show del 7, visto che per il 9 c’era a disposizione il liveviewing.
Sono andata alla LaLa Arena piuttosto presto entrambi i giorni. Paura di perdermi, certo, un po’ c’era anche quella, perché era la prima volta che mi muovevo da sola, anche se i dubbi li avevo ricacciati in fondo alla mente come qualcosa di irrazionale. Ma anche le paure irrazionali possono farsi sentire. Io non ricordo mai i miei sogni, eppure nella notte fra il 6 e il 7 ho sognato che qualche giorno dopo essere arrivata in Giappone, per non so quale motivo ero tornata brevemente in Italia (brevemente? con tutto il tempo necessario per il volo? Ok era un sogno, non posso pretendere razionalità), la sera del 6 mi ero improvvisamente resa conto che il giorno dopo ci sarebbe stato lo show, e avevo iniziato disperatamente a cercare un modo per tornare in Giappone in tempo. Dopo un sogno di questo tipo, potevo essere tranquilla? Io dovevo arrivare all’arena il prima possibile.

Eccola, in tutto il suo splendore. Era una bella giornata di sole, l’arena si vedeva in lontananza già dall’uscita della metropolitana, e quando sono arrivata io di persone in giro ce n’erano davvero poche. Però erò lì. Ero lì, e nel giro di qualche ora ci sarebbe stato lo show.
Non sarebbe stata la prima volta che vedevo Yuzu dal vivo. Lo avevo già visto nel 2019, alla finale del Grand Prix a Torino. Programma corto giovedì 5, prove ufficiali venerdì 6 (quelle in cui ha provato il 4A, sono uscita da quelle prove terrorizzata), programma libero sabato 7. Niente gala per me, quel giorno ero al lavoro. Yuzu meraviglioso, nonostante gli errori, i giudici da prendere a sberle. Avevo già visto Yuzu nel 2019, perciò sapevo, entro certi limiti, che effetto poteva fare. Perché Yuzu non è un pattinatore come gli altri.
Io a Torino ho guardato tutte le gare. 48 pattinatori o coppie di pattinatori fra junior e senior. Nella categoria junior c’erano diversi pattinatori promettenti, qualcuno avrebbe vinto medaglie importanti. Nella categoria senior otto pattinatori – nove contando anche Hanyu – ora hanno al collo almeno una medaglia olimpica, tutti tranne uno hanno vinto almeno una medaglia in un Campionato ISU senior. Avevo assistito a tutti i warm up, due segmenti di gara per quattro specialità in due categorie diverse, un totale di 16 warm up. E avevo assistito agli allenamenti del venerdì. Non ricordo cos’altro ho visto oltre all’allenamento maschile, ma qualche altro allenamento l’ho visto. Guardavo tutti i pattinatori. Qualcuno provava un elemento del programma, che fosse un salto o una sequenza di passi, e in quel momento guardavo lui/lei/loro, poi spostavo la mia attenzione su qualcun altro e guardavo lui/lei/loro. Tranne quando in pista c’erano gli uomini della categoria senior.
Non è stata una decisione consapevole. Semplicemente per me in pista c’era un solo pattinatore. I miei occhi erano incollati su di lui, che stesse provando un salto o bevendo dalla sua borraccia, non potevo distogliere lo sguardo. Ero distante parecchi metri, ultima fila del secondo livello, secondo il sito ufficiale il secondo livello si trova a oltre 4 metri d’altezza, il terzo a 8. Ero abbastanza lontana da non riuscire a lanciare Winnie the Pooh sul ghiaccio, lo so perché qualcuno ha recuperato i miei omaggi da dove erano caduti e li ha lanciati a sua volta, facendoli così arrivare in pista. Eppure Yuzu era magnetico, nonostante la distanza, nonostante la delusione per la mancata combinazione nel programma corto, nonostante tutto. Lui era lui, gli altri erano sfondo, come erano sfondo i giudici e tutto quanto ci circondava.
Non sarebbe stata la prima volta che vedevo Yuzu dal vivo. E stavolta non ci sarebbe stata la rabbia per voti assegnati senza alcun rispetto per il regolamento. L’incubo era stato solo un incubo, e io ero in Giappone, davanti all’arena non so quante ore prima dell’inizio dello show. Peccato per l’assenza dei bellissimi poster che ho visto fotografati da alcuni fanyu davanti alle altre arene, qui c’era solo un megaschermo con il poster ufficiale.
Mi ero organizzata per l’incontro con il fandom portando con me cinque copie di Sette contententi l’intervista a Yuzu di Costanza Rizzacasa d’Orsogna, e tre confezioni di cioccolatini italiani.
Non sono bastati. Io davvero non avevo idea di quanto potessero essere travolgenti i fanyu. L’aria di festa che si respirava davanti all’arena era magnifica. Non so quanti regali ho ricevuto, e molti regali sono costosi, o hanno richiesto tempo per la preparazione, o entrambi. Questi sono i regali che sono arrivati a casa. Manca ciò che potevo mangiare, perché l’ho mangiato mentre ero ancora in Giappone, altrimenti per il rientro avrei dovuto comprare una valigia in più.
Con alcuni fan ho chiacchierato, e non ho idea di chi siano nè di come contattarli, è stato solo un incontro di un giorno, ma è stato un giorno magnifico. Ho rivisto una giapponese che vive in Italia, e che avevo già incontrato un paio di volte, e ho incontrato il gruppo di PlanetHanyu.
https://twitter.com/theplanethanyu/status/1887741860912775634
Una tappa obbligata è stata quella al merchandising. Due delle italiane non si erano iscritte alla lotteria, le due che lo avevano fatto hanno pescato numeri altissimi, oltre il 4.000, e per un solo giorno, con oltre 5.000 persone che avevano fatto domanda per poter comprare il merchandising.
Io… io ho davvero preso il jolly. Non avevo idea di quel che facevo, quando qualcuno dello staff mi chiedeva qualcosa io facevo vedere il cellulare, con la fiducia che lui o lei avrebbe saputo cosa fare. Quale schermata volevano vedere? Non ne avevo idea, le provavo tutte, e loro lì pazienti, disponibili, che facevano del loro meglio per aiutarmi. Lo Storybook lo avevo già ordinato dall’Italia, e lo avevo anche già letto, più volte perché volevo capire bene. E del resto durante il viaggio in aereo, e le sere in albergo, ho letto L’inconveniente di essere nati di Emil Cioran. Volevo capire il più possibile.
Voglio ancora capire. In futuro proverò a leggere Underwater Philosophy di Rei Nagai. Avevo deciso di comprarlo, se lo avessi trovato quando fossi andata in Giappone, e quando l’ho avuto in mano ho deciso di aspettare. Ho fatto un tentativo diverso, perché Google lens funziona meglio se ho a disposizione uno schermo invece di una pagina di un libro, con le inevitabili deformazioni dei kanji dovute al fatto che la pagina non è piatta.
Tornata in albergo ho aperto un nuovo account Amazon. Dal Giappone. Questo significa che ora posso comprare libri e riviste giapponesi in versione digitale. Si tratta di una scelta precisa. Sono un’infinità le riviste che contengono un servizio su Yuzu, o un’intervista a lui, ma la spedizione internazionale costa parecchio. Più della rivista stessa. Per quanto la rivista possa essere interessante, c’è un limite a quel che posso spendere. Tolte le spese inutili, ho già comprato diverse riviste, e anche il libro di Nagai. Stiamo parlando di un libro di filosofia, quindi non un libro facile, di una cultura diversa dalla mia, probabilmente ci sono concetti che per un giapponese sono normali e che a me sono estranei, e la traduzione sarà quella di un traduttore automatico, perciò sarà scadente. Capirò qualcosa? Non lo so, so solo che un tentativo di leggere il libro voglio farlo. Se andrò avanti fino alla fine, lo scoprirò in futuro.
Libro di Nagai a parte, e Storybook a parte, perché è da qui che ero partita, parte del merchandising lo avevo già perché lo aveva comprato per me un’amica che era stata a Echoes of Life in Saitama. Quindi dovevo comprare solo qualcosa per me, e qualcosa che mi era stato chiesto da svariate amiche, compresa quella che in dicembre aveva fatto gli acquisti per me, perché a quanto pare c’è sempre qualcosa in più da comprare, e le spese di spedizione sono alte. Perciò il 7 mi sono messa in coda per fare acquisti, con il mio numero 36. Sì, ho davvero pescato il 36. Ho comprato alcune cose, neppure tante perché la maggior parte delle richieste mi sono state fatte dopo, e sono tornata dal gruppo. E la sera stessa ho scoperto che il mio personale merchandising non era sufficiente. Una delle cose che mi ero detta, guardando il sito ufficiale, era che non mi servivano gli acrylic stand.
Davvero, cosa me ne faccio di una figuretta in acrilico da piazzare su una mensola? Ne avevo già una, ma quella era arrivata da sola, come inserto nel calendario GOAT. Non l’avevo esattamente comprata: se nel calendario non ci fosse stata, per me non sarebbe cambiato nulla. Era il calendario quello che io volevo. La figuretta in acrilico era stata un bonus. Solo che quella sera, mentre le altre italiane e io eravamo in metropolitana dirette all’albergo, una fanyu si è avvicinata a noi. Fra borse di Echoes of Life, giubbotto di Gift (non io), scaldacollo di Gift e Winnie the Pooh e gadget vari appesi ai vestiti e alle borse, era evidente che eravamo fanyu. La fanyu in questione ci ha regalato una porta a testa ed è sparita giù dalle scale, mentre noi siamo rimaste a guardarci stupite.
Avevo una porta, cosa avrei dovuto fare? Mi ero iscritta alla lotteria del merchandising anche per il 9, avevo il 1.700 e qualcosa, tanto è vero che non ho trovato una borsa che mi ha chiesto un’amica perché era già andata esaurita. Però il mio acrylic stand modello B l’ho comprato. La foto l’ho scattata dopo aver ricevuto il permesso dallo staff.
Pensavo di essere a posto. Solo che dopo essere stata al merchandising, e prima di entrare dentro l’arena, un’altra fanyu mi ha regalato la capsula contenente le alghe. Cosa avrei dovuto fare? L’11, a Kyoto, sono andata al cinema, e visto che l’acrylic stand modello C era finito, mi sono comprata il modello A.
E poi… beh, lì c’erano i clear files. Lo so, c’erano anche all’arena, ma all’arena non li avevo comprati. Il banco di vendita all’arena era organizzato bene. Al fianco di ciascun addetto c’era la lista completa del merchandising, con tanto di foto e prezzo perciò, indipendentemente dalla lingua che parlavamo, ci bastava indicare l’articolo e dire con le dita quante copie volevamo di quell’articolo. Giusto per le magliette e la felpa (non ho comprato nessuna felpa) bisognava specificare anche la taglia. Il merchandising si trovava in numerosi scatoloni impilati alle spalle degli addetti, perciò non lo vedevo. Al cinema invece era esposto, i clear files erano belli, e ho finito con il comprare entrambi i set. E anche le cartoline. Non ho potuto invece comprare il raccoglitore dei clear files, anche se fra i clear files che ho comprato e quelli che mi hanno regalato ormai ne ho un po’, perché non c’era. Comunque arriverà, nell’ordine che ho fatto da casa. Perché io dovevo ordinare il libro ufficiale. I libri ufficiali li compro tutti. Già che ero lì a fare l’ordine, ho piazzato dentro anche il raccoglitore di clear files. E anche il book cover e il bookbox. Tanto le spese di spedizione avrei comunque dovuto pagarle.
A un certo punto ho deciso che era arrivato il momento di smetterla, soprattutto quando entravo nelle librerie, altrimenti mi toccava comprare un’altra valigia. Già così ho dovuto portare una borsa in più in aereo come bagaglio a mano, oltre alla borsetta personale. E lasciare un paio di scarpe a Kyoto. Erano vecchie. Comode, ma usate fino quasi a distruggerle, perciò ero partita dall’Italia con la consapevolezza che, in caso di necessità, quelle scarpe sarebbero rimaste in Giappone. Sono rimaste nel cestino dell’albergo di Kyoto. Solo in seguito ho saputo che delle altre italiane, una aveva lasciato un paio di scarpe nel cestino del suo albergo a Tokyo, l’altra a Sendai. Le altre hanno optato per comprare una valigia in più.
Il Season Photobook è l’ultimo, quello della stagione 2023-24, gli altri li avevo già comprati, ma quanti altri libri ho visto? Quanti non ne ho comprati perché non avevo abbastanza spazio nella valigia? Mi spiace però di aver comprato solo i guanti Irene e non anche il mausepad. I numeri di Hochi li ho comprati tutti, anche se per motivi di spazio in Italia è arrivata solo la pagina con Yuzu. Il DVD di Gift l’ho comprato a Sendai, quello di Prologue, che non ero riuscita a trovare, l’ho ordinato su Amazon e me lo sono fatto spedire nell’albergo di Kyoto. La Mirrorball la guardavo da anni, perciò una visita allo shop Phiten davanti all’arena era inevitabile. Già che ero lì, mi sono comprata un paio di calze.
Ho finito? Certo che no. Ho finito di fare acquisti in Giappone, ma posso fare acquisti anche dall’Italia, li faccio da anni, e ora che ho il mio account conto di comprare il prossimo numero di S-Style in versione digitale, ed è già stato annunciato il DVD di Notte stellata 2024. Il libretto di sala di quest’anno, e il libro ufficiale dello scorso anno, me li darà un’amica che li ha comprati qualche giorno fa, quando è stata a Sendai per Notte stellata. Per il resto, verdemo cosa pubblicheranno.
L’11 febbraio, dopo aver visto i due show dal vivo, e sapendo che il 16 sarei tornata a casa e che avrei avuto a disposizione per una settimana l’archivio su Beyond Live, io e la mia amica siamo andate al cinema.
Perché?
Perché dovevamo rivedere lo show, perché non ci era bastato. Lei ne aveva visto uno, io due, ma non era sufficiente. Anche se la storia la conoscevamo da dicembre, perché avevamo visto gli show di Saitama e di Hiroshima. Ogni show è uno show diverso. Cambia l’esecuzione, e questo è inevitabile quando si tratta di arti performative, e se poi ciò che viene eseguito è al limite delle capacità del performer (non perché il performer non è all’altezza, perché nessun altro riuscirebbe a fare ciò che ha fattoYuzu, ma perché ciò che è stato pianificato è difficilissimo), il rischio di errore è alto. Questo aggiunge tensione. Ma cambia anche l’interpretazione. Alcune parti sono improvvisate, come ha spiegato Yuzu stesso, altre sono modificate per scelta. Questo è lo stesso momento in Hymn of the Soul, il primo giorno di Saitama e il secondo di Chiba, e anche se la traiettoria della pattinata è la stessa, le due posizioni sono deliberatamente diverse.
Prima di Aqua’s Journey Yuzu pattina avanti e indietro sulla pista. Il percorso è rettilineo, a volte fatto pattinando in avanti, a volte pattinando all’indietro. Ed è diverso ogni giorno. I dettagli che cambiano sono tantissimi, cosa evidente quando si guardano due show diversi in un breve arco di tempo. Senza considerare che una nuova visione consente di apprezzare molti più dettagli.
Nel cinema è diverso da casa, e non solo perché c’è un megaschermo. C’è un’atmosfera di festa che, se non è esattamente quella dell’arena (anche perché era differita, non c’era l’incognita su come si sarebbe svolto lo show, sapevamo tutti che i salti non avrebbero creato problemi), era comunque bella. Quello era un momento di gioia per tutti. La coreografia di Let Me Entertain You l’abbiamo fatta anche al cinema (per la verità io l’ho fatta anche quando ero in casa da sola, ma in compagnia è più divertente).
Il cinema però non è l’arena. L’ho scritto che ho preso il jolly. Prima di partire ho disegnato un cuore con le gru e gli ho scattato una foto, e da questa foto ho fatto realizzare uno striscione. Non era grande, solo 50 centimetri di lato, perché non volevo rischiare di disturbare i miei vicini di posto.
Era inevitabile che lo facessi, visto che a Yuzu piace guardare gli striscioni del pubblico. E a quanto pare lo striscione è stato utile anche a me, perché mi ha aiutata a ritrovarmi all’interno del video.
Qui è il 9. Il giorno in cui ero più lontana, perché il mio biglietto del 7 era per l’arena. Il primo giorno non avevo il mio striscione ma quello del gruppo italiano, perché quel giorno ero io quella che si trovava più vicina alla pista. Seconda fila, entrambe le volte ero sul lato sinistro guardando il megaschermo, e un po’ mi spiace, perché avrei voluto vedere almeno una volta Utai IV: Reawakening dall’altro lato, ma con la fortuna che ho avuto non posso certo lamentarmi.
Yuzu ha detto che ha fatto del suo meglio per dare a tutti un’esperienza unica, ed è vero. Io sono stata in due posti diversi, posso parlare solo per quei due posti, ma è vero che cambia quello che si vede, in ciascun caso è un’esperienza straordinaria. Dalla seconda fila ero molto vicina al ghiaccio, anche se c’è comunque la barriera nera che si vede nello screenshot, e c’è l’allestimento intorno alla pista che mantiene un po’ di distanza.
Queste foto le ho scattate il 7, avvicinandomi appena alla barriera che mi separava dalla pista. Dal mio posto ho provato a fotografare anche le porte in alto, avrei voluto scattare una bella foto da caricare su Wikipedia, ma i riflettori rendevano le foto difficilissime.
Come ben sappiamo anche dai giornali (oltre che dal fatto che persone che avrebbero voluto comprare i biglietti non sono riuscite a farlo), lo show ha fatto registrare il tutto esaurito. Il livello centrale di fronte a me era chiaramente un’area riservata agli ospiti, i biglietti per quei posti non sono stati messi in vendita. C’è qualche posto libero anche immediatamente sotto, ma solo perché ci sono le telecamere, e ai cameramen serviva lo spazio per lavorare e una visibilità non ostruita da nulla. Per dire, il primo giorno, pur essendo vicinissima alla pista, io non ho visto bene il 4S in Chopin perché proprio lungo quella visuale c’era la testa di una persona più alta di me. Capita, ma è ovvio che alle telecamere questo non doveva capitare.
Questa invece è la vista che avevo il 9.
Dall’altezza a cui ero il 7, vedevo benissimo le espressioni di Yuzu, almeno quando era rivolto dalla mia parte, perché il regista cerca sempre di avere sullo schermo l’inquadratura migliore, ma dagli spalti il punto di vista è unico, e per rivolgersi verso tutti i lati, a volte Yuzu ci dà le spalle. Il 9, essendo più in alto, ho visto le proiezioni sul ghiaccio che il 7 non avevo visto, e penso che chi era più in alto di me abbia visto le proiezioni ancora meglio. Una delle italiane che si trovava più in alto rispetto a me ha raccontato che quando Yuzu era dietro ai teli, nella Piano collection, lei lo vedeva in trasparenza, e per quanto non fosse una visione diretta, l’effetto insolito era bello.
Io ero laterale. Più o meno io mi trovavo nelle posizioni indicate dalle stelle gialle, più vicina il 7, più lontana ma comunque vicina il 9. Questo significa che il 7, quando Yuzu si trovava alla mia destra, se per caso si stavano esibendo anche le Elevenplay… mi spiace tanto per loro, ma per me era come se non ci fossero. La mia testa si girava per seguire Yuzu. Lui era il sole, e io come un girasole seguivo i suoi spostamenti. Il 9 continuavo a essere laterale, ma ero praticamente sul lato corto, e nei momenti giusti avevo una visione perfetta di Yuzu e di due delle Elevenplay dietro di lui. E quella visione era straordinaria. In alcuni momenti i loro movimenti erano in perfetto unisono, in altri erano deliberatamente diversi, e l’effetto era notevole. Io spero che Yuzu riesca a realizzare un DVD del tour, anche se sono consapevole che ottenere i diritti per tutto non è facile. Se dovesse riuscirci, mi piacerebbe avere fra gli extra anche una camera solo sulle Elevenplay. Per lo straordinario balletto che fanno negli ultimi minuti prima della Ballata di Chopin soprattutto, ma anche per il resto, perché la loro presenza è importante per lo show. Lo arricchiscono. Anche se pure quando c’era buio io guardavo Yuzu che atterrava una combinazione 4T+1Eu+3S perfetta entrambi i giorni. Il secondo giorno, verso la fine del riscaldamento, ha fatto anche un 2S. Deliberatamente doppio, suppongo stesse riflettendo sull’asse del corpo.
Un programma che ho visto meglio da casa è Hymn of the Soul. Non me ne ero resa conto, ma la telecamera inquadra Yuzu, e sullo schermo vediamo sempre ciò che fa. Quando è il caso, la regia si sposta su un’altra telecamera. Nell’arena, quando Yuzu si trova dietro una porta… è dietro la porta, e dobbiamo aspettare che arrivi in un’area dove lo vediamo. La mia impressione è che da più in alto si abbia una prospettiva diversa, che si veda meglio, io so che in entrambi i giorni quel programma dal vivo l’ho apprezzato meno che da casa, ed è un peccato, perché è un programma bellissimo.
Avrei potuto usare l’audioguida in inglese, ho scelto di non farlo, anche se sono felice che Yuzu l’abbia realizzata. Fossi andata agli show di Saitama, sarebbe stata importantissima, perché mi avrebbe consentito di capire la storia. A Chiba la storia la conoscevo. Non ricordavo esattamente le frasi, ma sapevo cosa stava avvenendo. Perciò ho scelto di sentire la voce di Yuzu, e di ascoltare al meglio tutti i suoni. E, senza l’impegno di leggere i sottotoli dei video come ho fatto quando ho guardato gli show su Beyond Live, ho potuto apprezzare al meglio i video. Video che sono stati realizzati da professionisti di primo livello, e si vede.
Detto questo, com’è lo show?
Yuzu è dappertutto. Ho scritto che lui è il sole, e che io come un girasole seguivo i suoi spostamenti. È vero. È velocissimo, lo avevo già notato anni fa a Torino, ed è dappertutto. All’epoca gli altri mi erano sembravati lenti al confronto con lui, non avevano la stessa capacità di riempire la pista. Quella capacità è rimasta. La pista non è di dimensioni regolari, me ne ero accorta anche prima che Yuzu menzionasse il dettaglio, e mi piacerebbe conoscere le misure precise. Ma, indipendentemente dalle dimensioni, quello è il suo spazio, lui ne è l’assoluto Signore. È magnetico, impossibile togliergli gli occhi di dosso. Anche se lo show non inizia con lui. Inizia con le Elevenplay dentro le capsule, e Yuzu che si vede per un attimo nel video, a sua volta dentro una capsula, prima che il suo viso venga sostituito dallo schermo scuro che, con le sue scritte, ci fornisce le prime informazioni. E già lì ho iniziato a trattenere il fiato per la sorpresa.
Dal vivo i colori sono molto più intensi. Da casa non si capisce. I colori sono sempre più intensi, per l’intera durata dello show. In alcuni momenti intorno al megaschermo centrale c’è una luce rossa che da casa non si vede, ma che dall’arena fa un effetto notevole. In Danny Boy il colore predominante è il rosa dei sakura, della vita, ma su Yuzu c’è un raggio verde, il colore dei germogli, della rigenerazione, che nei video non si percepisce. E all’inizio non c’è solo uno schermo nero con dei puntini bianchi. Quei puntini in realtà sono colorati, l’effetto è molto più vivo. E le scritte non sono scritte che compaiono sul monitor e basta. C’è un laser bianco che attraversa l’arena. Parte dal lato corto, sorvola tutta la pista, e arriva sul monitor dall’altro lato. Ho girato la testa per guardarlo. C’è una spazialità che sulle due dimensioni di un monitor non si può percepire, la si può solo vivere dal vivo.
Quel laser. Le luci che arrivano da aree diverse, e che a volte si espandono sul pubblico. L’Hanyu sul megaschermo, con il dettaglio della mano, e allo stesso tempo l’Hanyu nella capsula che compie lo stesso gesto, moltiplicandolo per lo spettatore dell’arena, mentre quello da casa può vedere solo uno dei due. I teli che scendono dall’alto, e che non sono sempre alla stessa altezza. Le porte, la cui collocazione riusciamo a immaginare anche dal monitor grazie a quello che vediamo dietro di loro, o al percorso compiuto da Yuzu dopo averle attraversate, ma che dal vivo hanno realmente una collocazione precisa nello spazio, con la differente distanza che di volta in volta ci separa da loro. La sedia.
Già, la sedia. Nello show del 7 dicembre a Saitama non l’avevo notata. Non so quand’è che mi sono resa conto per la prima volta della sua esistenza. Stavolta l’ho guardata, come veniva calata lentamente dall’alto, e poggiata sul ghiaccio con delicatezza, prima due piedi e poi gli altri due. Non è stata solo curiosità per il modo in cui gli elementi tecnici si inserivano nell’ambiente, come quando ho notato che le capsule entro cui si trovano le Elevenplay vengono portate dentro e fuori dalla scena da un binario su cui scorrono lateralmente.
La sedia viene poggiata lentamente perché non deve rovinare il ghiaccio, certo. Ma è anche un ingresso di scena in punta di piedi, un affacciarsi nella stanza con delicatezza, per non disturbare, perché non siamo sicuri del nostro posto nella stanza. Nella vita.
La prima volta che Yuzu entra nella stanza, si siede sulla sedia. In piedi di fronte a lui, la guida usa le parole per condurlo sul cammino in cui può trovare le risposte ai suoi interrogativi. Mi ero chiesta perché Yuzu fosse seduto. Ora lo so. La stanza è l’arena. Noi siamo Yuzu. Lui si interroga sulla vita, noi ci interroghiamo sulla vita. Quando Yuzu è nella stanza, prima di First cry (tecnicamente la musica è una fusione dei brani First Echo e Circulation, dal film Wolf Children), ci sono tante sedie sospese in aria. Nell’arena, per la maggior parte del tempo, c’è una sedia sospesa in aria. Dopo First cry, però, per la durata di un video, la sedia viene calata sulla pista. Quando Yuzu entra di nuovo nella stanza, noi non lo vediamo più. Vediamo la guida che parla, e la sedia in centro alla pista che è completamente buia, con l’eccezione del raggio di luce puntato sulla sedia. La sedia è vuota. Ma non è vuota davvero. Siamo noi a essere seduti sulla sedia. La guida sta parlando a noi. Questo dall’arena si percepisce con forza. Siamo noi a essere chiamati in causa dalla guida, a dover cercare il senso delle nostre vite.
Gli spazi sono studiati con cura. Il nostro sguardo viene guidato in direzioni precise, coinvolgendoci nella storia, spingendoci a farne parte. Espandendo la narrazione oltre i limiti della pista. Non solo con le luci che a volte illuminano parte del pubblico e creano disegni sulle persone.
La narrazione è sul megaschermo centrale. La guida è sul megaschermo centrale. Quindi Yuzu oltrepassa la porta (una porta che si apre verso l’interno della stanza, mentre quando è in pista oltrepassa tutte le porte nella direzione opposta) con indosso il costume di Nova, e un’elaborazione al computer ci mostra la nuova versione del personaggio, con il costume che avrà quando entrerà in pista, in centro, sotto il megaschermo centrale. L’elaborazione al computer, però, avviene sui megaschermi laterali. Non credo di riuscire a spiegarlo a parole, la scena va vista per capirne la forza. Se ci fosse stata solo una diversa immagine sullo schermo… avremmo semplicemente avuto un’altra inquadratura, avremmo avuto una narrazione di ciò che stava accadendo. Ma Yuzu si è spostato davvero, è passato dal megaschermo centrale a quelli laterali, e poi alla pista, e ogni volta il suo corpo è stato rielaborato, prima con il cambio di costume e poi con il fatto che lui è entrato in pista in carne e ossa. In questo modo abbiamo seguito per intero il suo cambiamento, lo abbiamo vissuto. Non è semplice narrazione, è realtà.
La differenza principale fra il guardare lo show da casa o dall’arena è questa. A casa è cinema. Grande cinema, che ti coinvolge, che ti fa tremare, perché non sai se Yuzu riuscirà davvero a fare ciò che vorrebbe fare, e che ti sconvolge, perché i dubbi che si pone sono dubbi veri, che tormentano anche noi, ma dall’arena è vita. Lui è lì, davanti a te, davanti a noi, e per certi versi lui siamo noi. Emotivamente la presa è molto più forte. Sei lì, nell’arena, e ne vivi l’atmosfera. Sei nello spazio, lo percepisci. Lo percepisci nei suoni che ti avvolgono, nel fruscio degli abiti mossi dal vento, nell’aria che respiri. C’è un intero mondo intorno a te, con la sua profondità, e con colori intensissimi. Il suono è incredibile.
Vogliamo parlare del suono? L’impianto acustico è di primo livello, la musica ti avvolge, ti entra dentro, ma senza mai diventare invadente. E insieme alla musica c’è il suono delle lame sul ghiaccio.
Altre volte ho sentito il suono delle lame sul ghiaccio. Negli eventi a cui ho assistito dal vivo, gare o show, a volte anche in televisione. Qui è molto più forte, ed è bellissimo. Non ho idea se ci siano microfoni puntati verso la pista, ma sentire il suono delle lame sul ghiaccio è un’altra sfumatura della musica, perché il suono è più intenso quando Yuzu è più vicino, segue il ritmo dei suoi movimenti. Lo so, in teoria è una cosa cosa ovvia, per forza di cose il suono è legato al tipo di movimento compiuto dai pattinatori. Ma il potere di Nova è il potere del suono, ed è con il suono che lui distrugge, oppure dona la vita. In parecchi momenti ha chiaramente giocato con il suono, colpendo il ghiaccio con forza o eseguendo movimenti fluidi che producevano armonia.
Armonia, già. La bellezza di ciò che ho visto era stordente. La bellezza dei costumi che fluttuavano mentre lui pattinava, la bellezza dei suoi movimenti. Quelli veloci, in cui lui arrivava ovunque, quelli lenti, fatti come se fossero la cosa più semplice del mondo, mentre tutti i suoi muscoli dovevano lavorare al massimo per la fatica, urlandogli di fare più in fretta, di sbrigarsi, di concludere quel gesto perché non ne potevano più per lo sforzo di mantenere quella tensione invisibile, e lui ci faceva ammirare ogni gesto in tutta la sua estensione, esaltandone la bellezza. La morbidezza, la fluidità. Liquid gold, ha detto una volta una commentatrice per cercare di far capire quanto fossero incredibili, quanto fossero perfetti, i suoi gesti. Da casa si vedono, ma non è la stessa cosa, perché la telecamera cambia. Da casa si vedono meglio numerosi dettagli, non si vede la continuità, il fluire da un movimento all’altro, da un posto all’altro. Otherworldly.
Ciascun programma è diverso dall’altro, ciascuno ha una sua individualità. Dovrebbe essere sempre così, ma quante volte i pattinatori pattinano sempre lo stesso programma, pur se con musiche diverse, perché è l’unica cosa che sanno fare? Yuzu no. I programmi sono vivi, ciascuno di loro è unico, un besti squat in Utai IV: Reawakening non è come un besti squat in Aqua’s journey (uno dei due giorni ho avuto una visione perfetta della posizione perfetta di Yuzu, al punto che sono rimasta senza fiato per la bellezza di quell’istante). Non si possono confondere. Se li vedessimo senza poter sentire la musica, interpretati con la stessa tuta di allenamento e non con i diversi costumi, li riconosceremmo comunque. Diversi, ma tutti fondamentali e capaci di narrare insieme un’unica storia.
E poi ci sono i salti. Yuzu li usa per narrare la sua storia. Lo faceva già quando gareggiava, ricordo bene le spiegazioni del perché in Ten to chi to ha scelto di eseguire una combinazione 3A+2T, con il secondo salto a braccia alzate, e subito dopo un 3Lo. Anche i salti sono narrazione, anche lo sport lo è. E sono capaci di commuovere. In quel Ten to chi to, la prima volta che l’ho visto, mi ero messa a piangere su un salto, il più semplice, l’euler dell’ultima combinazione, per l’intensità di ciò che stavo vivendo. Perché non stavo più guardando un programma di gara, lo stavo vivendo. E qui i salti sono narrazione.
Loop singolo ritardato. Axel singolo ritardato. Triplo loop. Doppio toe loop con le braccia allargate. Quadruplo toe loop, atterrato nel silenzio, con la musica che inizia perché lui è atterrato, e poco importa che per sicurezza ci sia qualcuno a controllare quando deve iniziare la musica. A livello narrativo è perfetto. Triplo axel. Tutto perfetto.
Qualche volta ha fatto errori sui salti. A Hiroshima soprattutto. A volte le giornate negative capitano. A Chiba l’unico vero errore è stato un flip che sarebbe dovuto essere triplo e che invece è diventato singolo, il primo dei due giorni. In uno dei bis, Let Me Entertain You, non durante la narrazione. Per il resto, nei due show a cui io ho avuto la fortuna di poter assistere dal vivo, ha sempre completato le rotazioni previste, e tutti i salti avrebbero meritato un GOE positivo. Un paio solo un +2, tutti gli altri +5.
+5? Da quando si danno i voti a uno show? Da quando si danno le valutazioni all’arte? L’arte, o è arte, o non lo è. I salti che ho visto io, quasi tutti, erano la perfezione. Erano un gesto sportivo, e allo stesso tempo erano arte. E l’arte… volendo la si può anche spiegare, ammesso di riuscire a trovare le parole, ma soprattutto la si ammira. La si vive. Yuzu saltava, e non c’era verso che potesse sbagliare. Ogni istante era pura armonia. Non c’era la preparazione, poi lo stacco, quindi la rotazione in aria e infine l’atterraggio, i normali gesti di un atleta. C’era un movimento unico. Yuzu si fondeva con la musica, fluiva nello spazio, si librava nell’aria, fino a quando lui si muoveva incontro al cosmo e il cosmo a sua volta si muoveva verso di lui, con la loro separazione che era stata solo temporanea, Yuzu e il cosmo erano destinati a incontrarsi di nuovo, e Yuzu tornava sul ghiaccio. Paf. La perfezione, testimoniata dal suono puro creato dalla lama nel suo movimento sul ghiaccio. Un balletto, con i due attori che si erano allontanati ed erano tornati a riunirsi, perché ciascuno poteva essere completo solo in presenza dell’altro.
Ho visto dal vivo tantissimi pattinatori negli anni. Non solo alla finale di Torino del 2019, ma anche in altre occasioni. In momenti diversi ho visto tutti i pattinatori che sono saliti sul podio olimpico della gara maschile nell’ultima edizione. Ho visto altri campioni olimpici. Nessuno è mai arrivato vicino a fare quel che ha fatto Yuzu. Nessuno di loro si è mai avvicinato alle sue capacità, non solo interpretative, ma anche tecniche. Gli altri eseguono elementi tecnici, quello che Hanyu presenta è oltre il gesto tecnico, e si vedeva anche nel 2019. Io non capisco come abbia potuto qualsiasi giudice assegnare un voto diverso dal +5, quando Hanyu ha completato qualcosa alla perfezione. Hanyu ha fatto errori nella sua carriera, non è mai stato l’atleta più regolare al mondo. ma quando ha fatto al meglio quello che stava facendo… non è possibile non vederlo. Un voto diverso dal +5 avrebbe dovuto far guadagnare a chi lo aveva assegnato una radiazione immediata dall’albo dei giudici, perché non era in grado di capire cosa aveva visto, men che meno di valutarla.
Probabilmente sto dimenticando tantissime cose, e ci sono tante cose che non riesco a esprimere con le parole. Sono andata in Giappone perché altri hanno organizzato il viaggio per me. Sono partita piena di dubbi, e ho visitato luoghi meravigliosi. Ma i momenti più belli, il motivo per cui ho fatto il viaggio e ciò per cui varrebbe la pena di tornare ancora in futuro, sono i due spettacoli a cui ho assistito dal vivo. Come ho scritto a un’amica cercando di trasmetterle le mie impressioni di Echoes of Life, tutto quello che vediamo dal monitor, dal vivo lo vediamo moltiplicato. Le luci, la musica, il suono delle lame, la profondità dello spazio, la possibilità di vedere cose che la telecamera non cattura, l’atmosfera dell’arena… e poi c’è lui. Regale, magnetico, intenso, struggente, rapidissimo, etereo… Yuzu è Yuzu, ed è tutto. Dallo schermo è straordinario. Poi lo vedi dal vivo, e capisci che dallo schermo non hai percepito nulla.