Jana Novotna, campionessa bellissima e fragile

Ho visto giocare per la prima volta Jana Novotna in una di quelle partite di cui non parla mai nessuno. Era un banalissimo primo turno, contro una giocatrice di secondo piano che partiva decisamente svantaggiata. L’avversaria in questione era la francese Isabelle Demongeot, giocatrice francese che come singolarista ha vinto un solo torneo (1991), nei tornei dello Slam ha raggiunto un una sola occasione gli ottavi di finale (1986) e cinque volte il terzo turno e in classifica si è spinta fino al 35° posto. Meglio è andata in doppio, con nove titoli, due quarti di finale al Roland Garros e il 20° posto in classifica. Se Jana nell’occasione ha giocato su un campo dotato di copertura televisiva è perché il torneo era il Roland Garros e la sua avversaria era una francese. Naturalmente io ho visto l’incontro non sulla Rai ma su France 2, canale che all’epoca mi ha consentito di vedere diverse cose che in Italia non venivano trasmesse.

Ero diventata un’appassionata di tennis da un paio d’anni, ma ancora seguivo principalmente i tornei maschili e di partite femminili ne avevo guardate ben poche. Mi sono fermata perché non avevo altro da fare, con la curiosità di guardare qualche punto e poi cambiare, e non sono più riuscita a staccarmi. Il gioco della Novotna mi ha coinvolta fin da subito. La bellezza dei suoi gesti, la sua eleganza, erano qualcosa che ero abituata ad associare a Stefan Edberg e a nessun altro. Non che non ci siano state altre grandi giocatrici di tocco, ma ancora non le avevo guardate. Martina Navratilova all’epoca per me era ancora poco più di un nome, anche se entro breve mi sarei rifatta e sarei diventata una sua tifosa. Ma non ho mai tifato per Martina quanto ho tifato per Jana. Martina era una campionessa straordinaria e inavvicinabile, un mito, e lo è ancora, anche se nel 1990 non era più la più forte, Jana… era Jana, come ho scoperto fin da subito.

La Novotna ha vinto il primo set 6-0, senza lasciare nulla alla sua avversaria, poi ha iniziato a farmi capire che con lei non avrei mai potuto dare nulla per scontato. È riuscita a perdere il secondo set al tie-break, e io che la guardavo non capivo come potesse aver smesso di massacrare la sua avversaria. Non ricordo quale impegno avessi, solo che alla fine del secondo set ho dovuto uscire, che l’ho fatto scuotendo la testa perché non capivo come quella partita non fosse già finita, e che quando sono tornata in casa come prima cosa ho controllato il risultato finale. La Novotna aveva vinto, certo. 10-8 al terzo set.

Ecco chi era Jana Novotna, una giocatrice straordinaria capace di giocare colpi incredibili e di buttare alle ortiche tutto quando fatto fino a quel momento perché aveva perso il controllo del suo sistema nervoso. Lei non ha mai ammesso di aver paura di vincere, si è sempre giustificata dicendo che gli errori capitano a tutti e che aveva un gioco così vario che le cose erano complicate, perché doveva controllare troppi elementi e che quando qualcosa non funzionava la sconfitta era se non inevitabile comunque abbastanza facile. Non è stata capace di vedere il rovescio della medaglia, che proprio perché lei sapeva fare tante cose se anche un colpo non funzionava poteva vincere sfruttando gli altri colpi.

Probabilmente avevo sentito parlare per la prima volta della Novotna l’anno prima, quando era stata sconfitta agli ottavi di finale di Wimbledon da Laura Golarsa. Presentando il match della giocatrice italiana Rino Tommasi aveva spiegato che la Novotna era una doppista molto insidiosa, e che l’incontro sarebbe stato tutt’altro che facile. In effetti la Golarsa, che all’epoca stava attraversando uno straordinario momento di forma e che un paio di giorni più tardi sarebbe arrivata cinque volte a due punti dal battere Chris Evert nei quarti di finale, ha vinto 7-6, 2-6, 6-4.

Cos’aveva fatto la Novotna prima di quell’incontro con la Demongeot? Io ancora non lo sapevo, parte di queste cose le ho sapute nell’arco del paio di anni successivi, ascoltando le telecronache e leggendo giornali di tennis, parte le ho scoperte ancora più tardi e altri dettagli li sto scoprendo in questi giorni, tanto è vero che man mano che scopro qualcosa in più aggiorno anche gli articoli già pubblicati. All’epoca, senza internet, avere le informazioni era un po’ più difficile.

1986

Era diventata professionista all’inizio di questa stagione. Sconfitta al primo turno sia al Roland Garros (da Lilian Drescher, svizzera) che a Wimbledon (da Susan Mascarin, statunitense), aveva concluso la stagione al 172° posto (e al 137° in doppio, con secondo turno raggiunto in doppio insieme alla connazionale Hana Fukarkova e sconfitta, 6-0, 6-0!, da Graf-Sabatini).

1987

Terzo turno al Roland Garros (vittorie su Jo Durie e Radka Zrubakova e sconfitta – conquistando un solo game – a opera di Steffi Graf), ottavi di finale a Wimbledon (vittorie su Ronni Reis, Hu Na e Sharon Walsh prima di perdere – stavolta giocando, il punteggio è 6-4, 6-3 – da Steffi Graf), ottavi di finale a Flushing Meadows (vittorie su Svetlana Parkhomenko, Wendy Turnbull, nell’occasione era testa di serie numero 16, e Julie Halard, sconfitta a opera di Pam Shriver). Almeno in un torneo, a Charleston, era arrivata in semifinale, battendo per strada Arantxa Sanchez e perdendo da Raffaella Reggi. In classifica si era spinta fino al 47° posto.

In doppio insieme alla francese Catherine Suire era arrivata al terzo turno del Roland Garros, al secondo di Wimbledon e al terzo allo US Open. Aveva vinto due tornei con la Suire (Strasburgo e San Diego) e uno con Claudia Khode-Kilsch (Amburgo) e chiuso la stagione al 24° posto.

1988

Primo turno all’Australian Open (sconfitta da Etsuko Inoue), al Roland Garros (sconfitta da Patricia Tarabini), secondo a Wimbledon (vittoria su Tine Scheuer-Larsen e sconfitta da Helena Sukova) e ancora primo turno a Flushing Meadows (sconfitta da Judith Wiesner). Negli altri tornei era riuscita ad arrivare in finale all’inizio dell’anno (Sydney, battuta da Pam Shriver) e a ottenere la sua prima vittoria alla fine (Adelaide, su Jana Pospisilova), chiudendo la stagione al 35° posto.

In doppio le cose erano andate meglio. Da sesta testa di serie all’Australian Open insieme ad Hana Mandlikova era arrivata ai quarti di finale (sconfitte da un duo formidabile come Navratilova-Shriver) e insieme a Catherine Suire si era fermata al terzo turno a Wimbledon e allo US Open. Aveva vinto due tornei di doppio con la Suire (Oklhaoma, Roma), uno con Tine Scheuer-Larsen (Amburgo), e due con Helena Sukova (Montreal, Mahwah), In più sempre con la Sukova aveva conquistato la medaglia d’argento alle Olimpiadi e aveva esordito in Federation Cup. Aveva giocato solo il doppio con Jana Pospisilova e vinto quattro delle sue cinque partite, con la sconfitta dell’incontro in finale che non aveva impedito alla Cecoslovacchia di sconfiggere l’Unione Sovietica. Ricordo che all’epoca i nomi degli stati, così come i confini, erano ben diversi da quelli attuali. La classifica la vedeva al 13° posto.

In più insieme a Jim Pugh aveva vinto il doppio misto all’Australian Open e allo US Open, mentre si era dovuta accontentare del secondo turno a Wimbledon.

1989

Era stato l’anno delle esplosioni di due bambine prodigio, Arantxa Sanchez, classe 1971, capace di battere Steffi Graf in finale, vincere il Roland Garros e chiudere la stagione al quinto posto, e Monica Seles, classe 1973, capace di far tremare la Graf nella semifinale di quello stesso torneo e di assestarsi al sesto posto. C’era spazio per notare altre giocatrici? Per notarne una che, essendo nata nel 1968, rispetto alle altre appariva “vecchia” senza aver ottenuto risultati altrettanto eclatanti? All’Australian Open Jana si era fermata al terzo turno (vittorie su Jeri Ingram e Carrie Cunningham, sconfitta da Martina Navratilova), al Roland Garros, per la prima volta testa di serie (11) nell’individuale in un torneo del Grande Slam, si era spinta fino ai quarti di finale (vittorie su Julie Halard, Claudia Porwick, Rene Simpson e Silvia Hanika e sconfitta da Arantxa Sanchez), a Wimbledon era arrivata agli ottavi (vittorie su Rene Simpson, Elise Burgin e Katrina Adams, sconfitta da Laura Golarsa in un incontro in cui io sapevo chi era la Golarsa e non chi era la Novotna, giusto per dire quanto poco avevo notato la giocatrice cecoslovacca) e sconfitta al secondo turno a Flushing Meadows (vittoria su Meredith McGrath, sconfitta da Barbara Paulus).

Per quanto riguarda i tornei minori era arrivata in finale ad Amburgo (vittoria in semifinale su Arantxa Sanchez, da lei già sconfitta in una precedente occasione nel corso dell’anno, e ritiro senza giocare la finale contro Steffi Graf), vittoria a Strasburgo (su Patricia Tarabini) e ancora finale a Zurigo (vittoria in semifinale su Monica Seles, sconfitta in finale da Steffi Graf). Esordio in Federation Cup come singolarista, bilancio finale 4 vittorie e una sconfitta, con sconfitta per la squadra in semifinale da parte degli Stati Uniti. Prima partecipazione al Masters ed ennesima sconfitta, al primo turno, per mano della Graf, e undicesimo posto finale.

Nel doppio aveva iniziato a fare coppia quasi fissa con Helena Sukova. Insieme le due giocatrici avevano raggiunto la semifinale all’Australian Open e al Roland Garros, avevano vinto Wimbledon ed erano state sconfitte al terzo turno di Flushing Meadows. Avevano anche vinto Brisbane, Boca Raton e Key Biscayne, mentre con Tine Scheuer-Larsen aveva vinto Barcellona. Nel Masters di doppio lei e la Sukova erano state sconfitte in semifinale, la classifica le vedeva al quinto posto.

Nel doppio misto aveva partecipato a un solo torneo, Wimbledon, insieme a Jim Pugh. I due si erano fermato in semifinale.

Nel 1990 Jana iniziava ad allenarsi con Hana Mandlikova, altra giocatrice cecoslovacca dall’enorme talento e dall’animo fragile. Jana, Hana, Martina, in misura minore anche Helena Sukova… per un certo periodo dalla Cecoslovacchia sono venute fuori giocatrici straordinarie, che era un piacere guardare e che hanno vinto meno di quanto il loro talento avrebbe meritato.

L’anno era iniziato con una serie di vittorie in doppio ottenute insieme a Helena Sukova. Brisbane, Sydney, Australian Open, Indian Wells, Boca Raton, Key Biscayne, Roland Garros… solo a Eastbourne, dopo sette vittorie consecutive (fra cui due tornei del Grande Slam), erano state costrette a fermarsi al secondo turno. Non so chi fra le due si fosse fatta male, ma il quaderno su cui per anni ho annotato i risultati in quel match registra un ritiro. Prima c’era stata una finale persa a Berlino, ma in quell’occasione Jana aveva giocato con Hana Mandlikova, e non so se ancora prima avesse disputato il doppio a San Antonio, torneo dove so che aveva partecipato al singolare. In questi anni ci sono diversi buchi nei dati che sono riuscita a raccogliere. E in singolare?

All’Australian Open, dove era la quinta testa di serie, era stata sconfitta al terzo turno da Patty Fendick, giocatrice che in seguito avrei apprezzato pur non arrivando a tifare davvero per lei. Il punteggio finale è stato 1-6, 7-6, (7-5), 6-4, ma un appunto basato su un articolo di Rino Tommasi pubblicato all’epoca da Matchball mi ricorda che nel secondo set Jana era stata in vantaggio per 4-0. Ho il vago sospetto che dopo essere arrivata a un soffio dalla vittoria si sia spenta. Cosa che in seguito non le ho mai visto fare…

Gli altri tornei non erano andati molto meglio, terzo turno a Indian Wells (battuta da Meredith McGrath), quarti di finale a Boca Raton (battura da Laura Gildemeister), ottavi di finale a Key Biscayne (battuta da Judith Wiesner), quarti di finale a San Antonio (battuta da Rosalyn Fairbank, terzo turno a Berlino (battuta da Nathalie Tauziat). Difficile notarla sulla base dei soli risultati, anche se sempre su Matchball un articolo che tracciava il bilancio del 1989 aveva indicato come “le novità dell’anno” dopo la Seles, la Sanchez, la Novotna e la neozelandese Cordwell. Chi seguiva davvero il tennis poteva aver notato Jana, io ero a conoscenza della sua esistenza e poco più.

Tornei, nomi, risultati. Non era questa la cosa più importante. Ora che è morta i giornali si sono affrettati a ricordare la prima e l’ultima delle sue finali a Wimbledon, le lacrime del 1993 sulla spalla della duchessa di Kent e la gioia del 1998 e a dirci quanti tornei aveva vinto. Dati, statistiche. Per chi non l’ha seguita è questo che rimane, che la può inquadrare. Non per me. A me Jana ha donato una quantità di emozioni incredibili a partire da quella prima volta che l’ho vista scendere in campo. Ha dominato un set, ne ha incredibilmente perso un altro e ha lottato molto più di quanto avrebbe dovuto. Che poi ne sia venuta fuori vincitrice è stato non proprio un caso, ma qualcosa di accidentale, quella volta è andata bene mentre tante altre volte sarebbe andata male.

Negli incontri successivi non l’ho vista, per il grande pubblico era una giocatrice come tante, non aveva richiamo televisivo né, a Parigi, attirava tanti spettatori sul campo, quindi giocava in campi laterali e le informazioni su di lei erano un semplice nome nella lista dei risultati pubblicati da televideo. Dopo una vittoria su Isabelle Demongeot al primo turno per 6-0, 6-7 (6-8), 10-8 (e mi domando se nel secondo set le ho pure visto sciupare qualche match point, ma proprio non lo ricordo) ha battuto Brenda Schultz al secondo per 6-2, 6-1 ed Eva Sviglerova al terzo per 7-5, 6-2. Negli ottavi di finale ha incontrato Gabriela Sabatini, una delle poche in grado di battere, anche se saltuariamente, Steffi Graf.

Gabriela era testa di serie numero quattro, aveva già giocato una finale (US Open 1988) e sei semifinali ed era una delle beneamine del pubblico (compreso mio fratello, che tifava per lei e per la Seles). Era sfavorita, ma anche consapevole di poter vincere visto che aveva già sconfitto Gabriela nel loro primo incontro, nel 1988 a Stoccarda (primo turno, punteggio 1-6, 7-6, 7-6). Poi aveva perso i tre successivi incontri, ma la consapevolezza delle sue possibilità c’era, così come l’attenzione del pubblico. Jana ha vinto 6-4, 7-5.

Ascoltando la telecronaca, le cui immagini purtroppo sono di brutta qualità, sentiamo i commenti che parlano di colpi buttati via e di paura di vincere, cose che negli anni successivi sarebbero tornate a tormentare Jana con una frequenza impressionante.

L’articolo di Rino Tommasi sul torneo registra un semplice “In semifinale è giunta anche la cecoslovacca Jana Novotna, che si è presa la soddisfazione di battere prima la Sabatini e poi Katerina Maleeva”. Toh, c’era anche la Novotna… Certo, l’attenzione del torneo era andata sul primo successo di Monica Seles, sull’esordio in un torneo maggiore di Jennifer Capriati, sul momento di (breve) calo di Sabatini e Sanchez, ma liquidare così una semifinale mi sembra un po’ poco. Anche se forse è meglio questo che il “7” datole nel suo pagellone da Ubaldo Scanagatta, condito da un “È dimagrita, si muove meglio, a tennis sa giocare. Se non è il massimo della simpatia non è colpa sua”. Da quel che ho letto all’inizio era semplicemente chiusa, stava molto sulle sue, e presentare a questo modo una giocatrice che non è esuberante fuori dal campo non mi sembra molto carino.

Dopo aver sconfitto la Sabatini Jana è andata avanti e nei quarti di finale ha battuto anche Katerina Maleeva 4-6, 6-2, 6-4. Il suo percorso si è fermato in semifinale davanti a una Steffi Graf ancora troppo più forte di lei: 6-1, 6-2. Intanto aveva iniziato a farsi conoscere dal grande pubblico, a calcare i campi importanti ed era entrata definitivamente nel mio cuore.

In questi giorni ho letto un bel po’ di articoli sulla Novotna. Articoli doverosi, perché i giornali devono segnalare la morte di un personaggio noto, ma che per la maggior parte si limitavano a ricordare i tornei vinti, 24, e due delle finali di Wimbledon, quella persa nel 1993 e quella vinta nel 1998. Ma per me che ho seguito la sua carriera quasi fin dall’inizio lei non era solo questo, non era il numero di tornei vinti anche se quando vinceva ne ero felice. Sono due gli articoli che mi hanno toccata, quello di Alessandro Nizegorodcew, https://www.sportface.it/tennis/novotna-jana-morta-wimbledon-1993-1998-graf-hingis/290263, che parla di un’empacità totalizzante e di una tristezza difficile da spiegare, e quello di Marco Mazzoni: http://www.livetennis.it/post/284090/la-leggerezza-di-jana-novotna-un-ricordo-di-marco-mazzoni/. Leggendo il suo brano sono scesi i lacrimoni, un pianto che ha fatto il bis con quello sgorgato nel momento in cui ho appreso della morte. Come raccontare Jana? Con i risultati? Ma quelli contano poco. Sono stati importanti per farla entrare nell’Olimpo del tennis, ma non erano avvero lei. Una volta con mio fratello mi ero lamentata di quanto poco fosse considerata la Novotna, di quanto i giornali la trascurassero, accostandola anche a Martina Navratilova e chiedendo perché non se ne parlasse allo stesso modo. Questo non per sminuire Martina, che nella mia mente in un’impossibile classifica delle giocatrici più forti di tutti i tempi dovrebbe occupare il primo posto, ma per innalzare lei, Jana. Ho tifato per Martina alla fine della sua carriera, quando era già un mito. Qualunque cosa avesse fatto – in diretta le ho visto vincere solo l’ultimo dei suoi Wimbledon, tutti gli altri trionfi erano precedenti – sarebbe comunque stata fortissima. Lei era indiscutibile. La Novotna no, doveva lottare per tutto con le unghie e con i denti, era considerata una perdente – di fatto ha perso un bel po’ di partite che sembravano già vinte, logorando considerevolmente il mio sistema nervoso – eppure aveva un gioco straordinario, ed era lì sul campo con tutte le sue fragilità a cercare di ottenere quel che tutti sapevamo che meritava.

Nel tennis ho tifato per tanti giocatori, più o meno forti, vedendoli giocare in diretta, con l’incertezza del risultato, oppure scoprendoli in seguito, dai commenti dei telecronisti, dalla lettura di 500 anni di tennis di Gianni Clerici, dai filmati disponibili su youtube, ma al di là di Stefan Edberg non ho tifato per nessun altro quanto ho tifato per Jana Novotna. Un gioco meraviglioso, una fragilità che mi apparteneva, una donna che mi ha toccata come non avrei creduto possibile. Riposa in pace Jana. Il mondo senza di te è più povero.

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