Ancora su Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahneman

Scrivere in inglese è un impegno eccessivo, il mio vocabolario è limitato e trascorro più tempo a cercare di ricordare dove vanno le h, o quale sia il tempo corretto da utilizzare, che a pensare al senso di ciò che voglio scrivere, perciò inevitabilmente i testi sono più semplici. Spiego meno, e faccio ugualmente tantissimi errori.

Italiano dunque, per un altro post su un libro a cui sto dedicando tantissimo tempo. Ormai sono mesi che leggo Pensieri lenti e veloci (Thinking, Fast and Slow) di Daniel Kahneman. In un paio di occasioni, qui in italiano e qui in inglese, ne ho commentato qualche passaggio. Secondo me è un libro che tutti coloro che fanno i giudici di pattinaggio dovrebbero studiare, non perché parli di pattinaggio – fino a ora di commenti relativi allo sport ne ho trovati davvero pochi ed erano sempre relativi ad altri sport – ma perché parla dei meccanismi che fanno funzionare il nostro cervello. Parla dei pregiudizi inconsapevoli e del mondo in cui l’ambiente in cui ci troviamo e tutta una serie di circostanze esterne influenzano le nostre decisioni. E visto che le decisioni dei giudici di pattinaggio sono fondamentali per i pattinatori, che vincono o perdono medaglie, si qualificano o no per determinate gare, in base ai voti che ricevono, i voti dovrebbero essere il più corretti possibile. In tutte le gare, per tutti i pattinatori.

Conoscere i meccanismi psicologici che ci portano a una decisione piuttosto che a un’altra è importante. Se io so che una circostanza esterna può influenzarmi, posso fare del mio meglio per combattere quella circostanza esterna. Spesso non riuscirò a eliminare del tutto l’influenza della circostanza esterna, però posso minimizzarla. Un caso evidente è il national bias. Noi non possiamo dire chi assegna deliberatamente voti più alti ai suoi connazionali e chi lo fa senza rendersene conto, però possiamo dire chi assegna i voti in base al national bias. Ho fatto abbastanza statistiche io, hanno fatto statistiche altre persone. Molti nomi sono stati fatti tre anni fa in un articolo pubblicato su BuzzFeed. Su SkatingScores per ogni gara, da quando possiamo abbinare i voti al giudice che li ha assegnati, compare una tabella relativa al national bias. Chiunque ne ha voglia può controllare quel dato e partire da lì per verificare il comportamento di un singolo giudice, o dei giudici di una specifica nazione, o fare confronti fra una disciplina e l’altra, o analizzare nel dettaglio una singola gara, o un’intera stagione. Il limite è nella fantasia di chi fa i controlli e nel tempo a sua disposizione. Io so di voler fare altri controlli, non ho idea di quando riuscirò a farli.

Cosa ci dicono questi controlli? Che alcuni giudici sono in grado di non farsi influenzare dal national bias, o di farsi influenzare poco, mentre per altri l’aiuto ai connazionali è un’abitudine. Per l’ISU una migliore formazione dei giudici sotto tutti gli aspetti dovrebbe essere una priorità, cose come la canzone ufficiale del Campionato del mondo hanno diritto di esistere solo quando tutti i problemi seri sono stati risolti. I soldi vanno spesi sulle necessità, non sulle apparenze, ma se guardiamo il bilancio dell’ISU, che ho citato qui, vediamo che la cifra spesa per le pubbliche relazioni è molto più alta rispetto a quella spesa per i due aspetti fondamentali per garantire la correttezza delle gare, la formazione dei giudici e il dotarli di strumenti tecnologici adeguati, e che lo sbilanciamento, già presente nel 2018, si è accentuato nel 2019. Per me la cosa è preoccupante.

Formazione dei giudici significa non solo sapere quali siano i bullet legati ai vari elementi, o saper distinguere un elemento da un altro. Significa anche essere consapevoli di ciò che si fa e del perché lo si sta facendo, e qui torno a Kahneman.

Nel secondo post di cui ho inserito il link, quello in inglese, parlavo dell’effetto ancora (àncora, non ancóra, purtroppo in italiano in questo caso non scriviamo l’accento e graficamente le due parole si scrivono allo stesso modo pur avendo significati diversissimi) riportando un esempio relativo all’altezza delle sequoie. Poco dopo nel libro si trova un altro commento interessante che parlando delle ancore si va a inserire in un discorso sulla propaganda. La propaganda influenza tutti i giudici, perciò non è possibile fare discorsi di national bias. È il principio su cui si fonda la pubblicità: se io continuo a martellare la testa della gente dicendo quanto è buono il mio prodotto, una parte delle persone finirà per convincersi della validità delle mie affermazioni, anche se io non ho portato prove e mi sono limitata a dire ripetutamente che il mio prodotto è migliore di quelli della concorrenza. Perciò, per esempio, l’esaltazione continua di un singolo pattinatore, con l’affermazione ripetuta che ha studiato danza per anni e che quindi è un ottimo ballerino, influenza i voti nei components anche se queste doti di ballerino non si vedono. Questo perché

un messaggio, se non è immediatamente scartato come ingannevole, ha un affetto associativo indipendentemente dalla sua attendibilità. Esso ci racconta una storia, la quale si basa sulle informazioni disponibili, anche se la loro quantità è esigua e la loro qualità scarsa […]

Che la storia sia vera o credibile importa poco, se non addirittura nulla.

(pag. 171, cap. XI)

Il messaggio non è ingannevole, che determinati pattinatori abbiano studiato danza è un fatto, perciò il nostro cervello immagazzina l’informazione al fianco del nome dell’allenatore, della nazionalità, degli studi che sta compiendo, e di tutte le altre notizie in cui ci capita d’imbatterci. Alcune rimangono lì, non influenzano la nostra percezione del pattinatore (anche se cose come la nazionalità o l’etnia, nel caso di una persona razzista, hanno influssi che nel migliore dei casi possiamo definire spiacevoli), altre lavorano in modo sotterraneo. Se il pattinatore in questione ha studiato danza per anni, devo davvero guardarlo per capire se è capace di trasmettere i suoi studi in pista o no? In teoria sì, un giudice dovrebbe valutare ciò che vede, non ciò che sa, in pratica tutti ci facciamo influenzare da quel che sappiamo a priori, e se quel che vediamo contraddice ne nostre convinzioni scartiamo quel che vediamo come poco significativo. Del resto,

Mantenere la propria vigilanza contro i preconcetti è un lavoraccio

(pag. 175, cap. XII)

I preconcetti non sono solo quelli negativi, attenzione, sono anche quelli positivi. Quel pattinatore ha studiato danza, quindi è bravo. Il resto non conta.

Io salto da un capitolo all’altro, ma in mezzo a tutte le pagine che tralascio ci sono esempi interessantissimi, situazioni interessantissime. Quanto sappiamo di come funziona la nostra mente? Quanto sappiamo davvero, non quanto crediamo di sapere. Io vado avanti rapidamente un po’ perché non posso trascrivere l’intero libro – esiste una cosa chiamata diritto d’autore – e un po’ perché gli spunti sono talmente tanti che finirei con il divagare troppo. Già così scrivo tantissimo, scrivere ancora di più (e pensare pure che qualcuno mi legga) è difficile.

Kahneman definisce sistema 1 quella parte del nostro cervello che ci porta a prendere le decisioni in fretta, sistema 2 quella parte che ci fa prendere le decisioni lentamente, a seguito di un ragionamento. I giudici di pattinaggio, con poco tempo a disposizione, prendono decisioni in base a ciò che il sistema 1 dice loro, noi da casa analizziamo i loro voti tramite il sistema 2. Restando sul pattinatore dai movimenti rigidi, nel momento in cui ci viene detto che ha studiato danza noi pensiamo che qualcosa debba aver imparato, perciò l’informazione che abbiamo ricevuto influenza il nostro modo di guardarlo.

A meno che non si decida fin dall’inizio di prescindere dalle informazioni disponibili (per esempio che le si è ricevute da un bugiardo), il sistema 1 le elaborerà automaticamente come se fossero vere.

(pag. 204, cap. XIV)

Che il pattinatore in questione abbia studiato danza è vero, perciò in automatico il giudice gli assegna uno 0.25, o magari anche uno 0.50 in più in skating skills e in interpretation of the music rispetto a quanto avrebbe fatto se non avesse avuto quell’informazione. Indipendentemente da ciò che ha visto. Ed è inutile fargli notare il suo errore, perché il nostro cervello

tende a farci credere nelle storie che ci raccontiamo da soli.

pag. 206, cap. XIV)

E ancora

la fallacia resta attrattiva anche quando la si riconosce per ciò che è

(pag. 212, cap. XV)

scritto spiegando come pur vedendo le falle in certi ragionamenti, tendiamo a preferire le belle storie alla logica. Gli esempi ve li dovete leggere sul libro di Kahneman, le frasi estrapolate dal contesto possono sembrare come i Comandamenti, qualcosa di imposto dall’alto che magari non ha attinenza con noi, e invece dietro a queste semplici parole c’è un discorso molto lucido. Io prendo le conclusioni e le applico nel campo che interessa a me, potremmo parlare di latri argomenti e la serietà del discorso rimarrebbe.

Le uniche cose che si possono fare per ridurre il più possibile gli errori sono formare meglio i giudici, sospendere quelli che ripetutamente giudicano in modo scorretto (ma guardando davvero come giudicano, non facendo come Alexander Lakernik, che è riuscito a dire che prima di PyeongChang i voti di Weiguang Chen erano sempre stati corretti), diminuire il potere decisionale dei giudici e fornire loro migliori tecnologie.

Per quanto interessante, lascio questo discorso per spostarmi su un altro, con l’esperimento del soccorso. L’esperimento non lo ha fatto Kahneman, lui ha solo riportato quanto ha fatto da altri. Gli sperimentatori hanno posto sei persone (fra cui un attore) in sei cabine diverse, e a turno, accendendo di volta in volta i vari microfoni, gli hanno chiesto di parlare dei loro problemi. L’attore, il primo a parlare, fra le altre cose ha confessato di essere soggetto a crisi epilettiche nei momenti di stress. Finito il primo giro di commenti, quando il microfono dell’attore è stato acceso di nuovo, questi ha balbettato parole incoerenti e richiesto aiuto, concludendo con l’affermazione che stava per morire un attimo prima che il suo microfono venisse spento. Con una persona chiaramente in pericolo di vita, cosa hanno fatto gli altri? Parliamo di quindici persone, perché l’esperimento è stato ripetuto tre volte con altrettanti gruppi di persone diverse. Quattro sono usciti immediatamente dalla loro cabina per prestare soccorso a chi, apparentemente, era in serio pericolo di vita. Cinque lo hanno fatto con notevole ritardo, quando ormai l’epilettico era probabilmente morto. Gli altri sei non sono usciti.

Come ha concluso Kahneman,

gli individui si sentono sollevati dalle responsabilità quando sanno che anche altre persone hanno udito la medesima richiesta d’aiuto.

(pag. 229, cap.XVI)

Se noi fossimo stati lì, saremmo corsi in aiuto dell’epilettico o avremmo lasciato stare, sicuri che ci avrebbe pensato qualcun altro? Siamo davvero in grado di dare questa risposta? Quando mi sono trovata in una situazione in cui qualcuno aveva bisogno di aiuto, io ho sempre saputo cosa stavano facendo gli altri. Se non lo avessi saputo, mi sarei comportata allo stesso modo? Come ha concluso una persona a cui era stato raccontato l’esperimento,

La presenza di un altro ridurrebbe il mio senso di responsabilità personale più di quanto avessi pensato inizialmente.

(pag. 229, cap. XVI)

E cosa c’entra tutto questo con il pattinaggio? Beh, se io fossi un giudice di pattinaggio potrei pensare che non è importante se io sbaglio ad assegnare i voti, tanto nelle gare più importanti di giudici ce ne sono altri otto. Certo, e se sbagliano anche gli altri? È improbabile che sbaglino tutti nella stessa direzione (a meno che non siano influenzati dalla propaganda di una singola federazione), ma a volte basta davvero poco per cambiare un risultato. Anche un giudice è importante, tutti devono essere messi nelle condizioni di giudicare al meglio e devono esserci sanzioni per chi giudica in modo scorretto. Non è che io mi diverta a sospendere la gente, ma se le scorrettezze, volute o involontarie, non hanno conseguenze, chi le ha commesse in passato continuerà a commetterle in futuro.

Certo, come ha spiegato Lakernik nell’intervista di cui ho inserito il link poco più in su, i giudici si conoscono da anni, e le persone

«tacitamente si esonerano» (ed esonerano amici e conoscenti) dalle conclusioni degli esperimenti che li stupiscono.

(pag. 232, cap. XVI)

In parole povere, sì, certo, ci sono giudici incompetenti o disonesti, ma non sono certo i miei amici, loro sono brave persone. Chi sono gli incompetenti e i disonesti? Non abbiamo una domanda di riserva? Questa è troppo difficile.

Poco più avanti Kahneman passa a parlare delle predizioni e di come vengono influenzate dalle circostanze esterne. La mia mente non può fare in meno di sostituire la parola predizioni con la parola valutazioni. Sono due cose diverse, ma entrambe si basano su qualcosa di impalpabile e di facilmente influenzabile dalle circostanze. Kahneman parla della difficoltà di fare valutazioni predizioni corrette e che correggere eventuali errori nella propria stima è difficile, al punto che

Lo sforzo è giustificato solo quando la posta in gioco è alta e quando si è particolarmente determinati a non commettere errori.

(pag. 257, cap. XVIII)

Posta in gioco alta. Per i pattinatori parliamo di medaglie, possibilità di partecipare alle gare, premi in denaro, sponsor, gioia per il risultato raggiunto… per loro la posta in gioco è alta. Per i giudici? Per loro non cambia niente. Anzi, magari con una scorrettezza, che sia voluta o involontaria, il pattinatore che loro sostengono vince, perciò sono più felici. Per loro è più naturale assumere un comportamento scorretto piuttosto che uno corretto. Però potremmo alzare la posta in gioco e farli orientare verso la correttezza con la minaccia di una sospensione. Giudicare una gara è un impegno ed è faticoso, ma se lo fanno è perché gli piace farlo. E se non lo potessero più fare in caso di errori? Se non potessero più andare alle gare più importanti? La posta in gioco per loro salirebbe, così come la determinazione a non commettere errori. E, ripeto, per parte di loro sono convinta che si tratti di errori in buona fede, evitabili con una formazione migliore, che deve comprendere approfondimenti sulla tecnica e studi psicologici. Perché

Seguire le proprie intuizioni è più naturale, e in qualche modo più piacevole, che contrastarle.

(pag. 260, cap. XVIII)

Finita questa sezione ne inizia un’altra. Il saggio di Kahneman è suddiviso in 38 capitoli suddivisi in 5 grandi sezioni, la terza, dedicata all’eccessiva sicurezza, inizia con l’illusione della comprensione. Vi invito ancora una volta a leggere il saggio, i discorsi interessanti sono troppi perché io possa riportarli qui. Noi non capiamo tanto quanto crediamo, siamo influenzati dal bias del senno di poi, l’effetto alone influenza la nostra visione, anche riuscire a riconoscere i nostri errori non ci impedirà di sbagliare di nuovo… tutte cose su cui dovremmo riflettere abbondantemente, e non è affatto facile.

le illusioni di validità e abilità sono sostenute da una potente cultura professionale. Sappiamo che le persone continuano a credere incrollabilmente in qualsiasi asserzione, per quanto assurda essa sia, quando godono del sostegno di una comunità di credenti che hanno la loro stessa mentalità.

[…] non stupisce che innumerevoli individui appartenenti a quel mondo credano di essere tra i pochi eletti capaci di fare quello che secondo loro nessun altro saprebbe fare.

(pag. 291, cap. XX)

Kahneman sta parlando di esperti di finanza, ma potrebbe parlare di giudici di pattinaggio e non cambierebbe nulla. I giudici si sostengono a vicenda e quindi sono convinti di essere nel giusto e non ammettono critiche dall’esterno. Con questo non sto dicendo che io al posto loro farei meglio, ma l’abitudine a non riconoscere nemmeno un errore evidente, a sminuire i commenti dei fan perché sono fan e non esperti come loro, c’è tutta. Loro sono gli eletti e se non non capiamo… siamo noi che non capiamo e basta, perché noi non siamo giudici (appunto per il futuro: leggere Il cigno nero di Nassim Taleb, sembra interessante, e la rapida menzione che ne fa qui Kahneman non è neppure la prima). Giusto per infierire ancora un po’,

chi acquisisce più competenze sviluppa sempre più l’illusione della propria abilità e diventa troppo sicuro si sé, staccandosi gradatamente dalla realtà.

(pag. 292, cap. XX)

Visto che chi è competente è più sicuro di sé ma non è detto che sia più preciso, Kahneman ha provato a confrontare le valutazioni di alcuni esperti con i risultati di alcuni algoritmi. In questo caso non trascrivo l’esempio, solo la conclusione, che ci dice che

Circa il 60 per cento degli studi ha dimostrato che gli algoritmi sono assai più esatti (pag. 298, cap. XXI)

nelle loro predizioni rispetto agli esperti. A me questo sembra un incentivo a usare tutti gli strumenti offerti dalla tecnologia per valutare ciò che è valutabile in modo oggettivo, cose come le dimensioni dei salti, il fatto che una rotazione sia completa o no e la correttezza di un filo. Uno dei motivi

dell’inferiorità del giudizio dell’esperto è che gli esseri umani si rivelano incorreggibilmente incoerenti quando formulano giudizi sommari su informazioni complesse. Se viene loro chiesto di valutare le stesse informazioni due volte, spesso danno informazioni differenti.

(pag. 300, cap. XXI)

E tanti saluti alla serietà dei record del mondo. Lo stesso giudice un giorno può valutare una gara in un modo, un altro giorno può valutarla in un altro. E questo è il meno. Lo stesso giudice può assegnare il bullet per un salto ampio a un pattinatore che in genere fa salti piccoli, perché nell’occasione ha fatto un salto più ampio rispetto alla sua media, e non assegnarlo a un secondo pattinatore che ha fatto un salto più ampio rispetto a quello del primo pattinatore, ma da cui si aspettava di più perché in altre occasioni ha fatto salti più ampi. A quando l’uso delle tecnologie per valutare tutti in modo equo? Certo, per cambiare qualcosa nel sistema di giudizio e nel modo in cui lavorano i giudici bisogna prima riconoscere che c’è un problema, e non è facile.

Kahneman racconta di un progetto a cui ha partecipato tanti anni fa. A lui e ai suoi collaboratori il progetto sembrava fattibile nell’arco di un paio di anni. Guardando i dati statistici, però, ha scoperto che progetti analoghi portati avanti da gruppi paragonabili al suo nel 40% dei casi si erano conclusi con l’abbandono al progetto, negli altri casi l’obiettivo finale era stato raggiunto in un periodo compreso fra i 7 e i 10 anni. Con queste prospettive, sembrava che non valesse la pena impegnarsi in quel progetto. Ma

Messi davanti alla necessità di una scelta, rinunciammo alla razionalità anziché all’impresa..

(pag. 332, cap. XXXII)

Il progetto si è concluso 8 anni più tardi, dopo che parecchie persone, Kahneman compreso, lo avevano abbandonato ed erano stati sostituiti da altre persone. È difficile riconoscere che quel che si sta facendo, o lavorare come si sta lavorando, non porterà da nessuna parte, e quindi si va avanti. Si rinuncia alla razionalità sperando per il meglio. La conclusione, l’ultimo passaggio che cito, è il motivo che mi ha spinta a scrivere oggi. Le persone che non conosceva citate da Kahneman sono coloro che avevano avviato progetti simili al suo. Esperti nei loro rispettivi campi, ma persone che per lui erano solo nomi e del cui successo o fallimento non gli importava nulla. Li guardava dall’esterno, distaccato, perché non faceva parte del loro gruppo.

Quando c’è una crisi è più facile cambiare direzione, ma quella non era una crisi, erano solo alcuni dati riguardanti persone che non conoscevamo. Nella nostra impresa comune, era molto più facile ignorare la visione esterna che le cattive notizie. Il modo migliore di descrivere la nostra condizione è definirla una forma di letargia, una riluttanza a riflettere su quello che era successo. Così andammo avanti.

(pag. 341, cap. XXIII)

Nel 2002 il pattinaggio artistico ha dovuto affrontare un crisi enorme. Marie-Reine Le Gougne ha confessato di aver falsato il risultato di un’Olimpiade. La gara più importante si è conclusa nel modo sbagliato perché un giudice ha barato. Se non è una crisi questa non so cosa sia una crisi.  Il pattinaggio rischiava di perdere credibilità. L’allora presidente dell’ISU, Ottavio Cinquanta, ha ideato un nuovo metodo per valutare le gare di pattinaggio, quello che, salvo numerosi aggiustamenti nei valori degli elementi, usiamo tutt’ora. Valore base, gradi di esecuzione, components… queste cose sono nate in risposta a una crisi.

Non abbiamo più avuto uno scandalo come quello. Non che non ci siano state gare dal risultato dubbio, ne ho citate parecchie nei post che ho scritto da ottobre in poi, ma non c’è più stato uno scandalo come quello. Nessun giudice ha confessato di aver imbrogliato. Significa che va tutto bene? No, significa che il pattinaggio è sceso in una sorta di letargia. Superato lo scandalo, cambiato il sistema di giudizio, si è andati avanti come se i problemi fossero stati risolti. L’ISU è riluttante a riflettere su quanto è successo in passato e su quanto sta succedendo ora, e la sua soluzione è fare finta di nulla. Qualsiasi sistema venga utilizzato ci sarà sempre qualcuno che proverà a imbrogliare, e ignorare le cattive notizie, ignorare la realtà, non porta a nulla. Il national bias lo vediamo benissimo. Le chiamate assurde su fili e rotazioni pure. Con i components, l’area del punteggio nella quale i giudici assegnano più spesso voti assurdi perché sono più difficili da contestare, pure, ma in qualche caso, con una migliore formazione dei giudici, questi voti migliorerebbero. Manca meno di un anno alla prossima Olimpiade. Non sarebbe il caso di bloccare i giudici più scorretti, formare meglio gli altri, ridurre il loro spazio di manovra in modo da ridurre l’arbitrarietà e sfruttare tutte le risorse offerte dalla tecnologia adesso?

This entry was posted in libri, pattinaggio and tagged , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply