Joan Ryan: Little Girls in Pretty Boxes/2

Riprendo da dove mi sono fermata, dal sesto capitolo di Little Girls in Pretty Boxes di Joan Ryan, quando spiega che nella ginnastica artistica e nel pattinaggio artistico la politica è legata all’immagine degli atleti.

In sports where the results depend on the perception of a performance as much as the performance itself, playing the political game well can make or break a career […]. The coach and atlete who curry favor with the powers that be and conform to the body type and image enjoy clearer paths to the victory stand than those who don’t. In gymnastic, the federation officials wield most of the power. In skating, the judges do. Judges are both god and guide.

[…] Judges regularly call the parents and coaches of a skater to suggest she wear more blue, or grow her hair long, or lose a few pounds. […] Nothing  is too personal in skating if it bears on the skater’s career. It all matters. At the 1993 U.S. Figure skating Championships, there was speculation that judges lowered scores for flamboyant Nicole Bobek, then fifteen, because she didn’t fit the desired image. (pagg. 183-184)

Se non ricordo male su Nicole Bobek si è soffermata diffusamente Christine Brennan in Inside Edge, e l’immagine che viene fuori dai suoi commenti non è esattamente quella di un’atleta concentrata sul suo sport e disposta a fare sacrifici pur di riuscire a ottenere determinati risultati. Io mi limito a guardare quali risultati ha ottenuto.

Suppongo che il campionato nazionale indicato da Ryan sia quello della stagione 1992-1993, dove Bobek si è classificata quinta. Ovviamente il risultato l’ha esclusa dalla squadra nazionale. Sul podio sono salite Nancy Kerrigan, Lisa Erwin,Tonia Kwiatkowski e Tonya Harding, visto che al campionato americano viene assegnata una medaglia anche al quarto classificato. L’anno successivo, con Kerrigan forzatamente fuori dai giochi, il successo è andato a Tonya Harding – successivamente squalificata, la federazione americana ha deciso che quel titolo è vacante – davanti alla giovanissima Michelle Kwan e a Bobek. Kwan è andata ai Giochi olimpici come riserva, pronta a pattinare nel caso Kerrigan o Harding si fossero ritirate (o in cui fossero emerse in fretta prove decisive che permettessero la squalifica di Harding). Bobek è rimasta a casa, anche se poi è andata al Campionato del mondo perché entrambe le pattinatrici hanno chiuso la carriera con le Olimpiadi, Kerrigan con l’argento e il passaggio al professionismo, Harding con l’ottavo posto e la squalifica a vita. Al Campionato del mondo Bobek ha eseguito programma corto pessimo che l’ha esclusa dal libero. Nella stagione successiva avrebbe vinto il titolo nazionale e il bronzo al Campionato del mondo, ma Bobek non è mai stata un modello per le giovani pattinatrici, né la pattinatrice più ricercata dagli sponsor. Secondo Ryan, Bobek

carried a reputation for having a wild streak—as evidenced, the judges decided, by the four earrings she displayed in one ear. “They’re sending her a message to tone it down,” a skater insider told the Washington Post at the time. (pag. 184)

Quindi quattro orecchini sono sufficienti per perdere il favore dei giudici e avere la carriera pesantemente limitata. Jerry Solomon, agente di Nancy Kerrigan, ha sottolineato l’importanza di ciò che la gente pensa, di come si svolgono gli allenamenti, di ciò che gli atleti dicono alla stampa. Siamo ancora con il vecchio codice di punteggi, il 6.0, e secondo lui

“it’s all going to have an impact on wether someone gives you a 5.8 or a 5.7.” (pag. 184)

E qui entra in ballo il sistema di giudizio, con i giudici che sono volontari non pagati che ricevono promozioni attraverso un sistema che

rewards conformity and political savvy as much as knowledge. (pag. 184)

È il sistema dei trial judge di cui ho già parlato commentando On Edge di Jon Jackson: chi vuole diventare giudice (non so se il sistema sia ancora così o se negli anni sia cambiato, e non so se sia stato utilizzato al di fuori degli Stati Uniti) siede vicino ai giudici e assegna i voti come se lui stesso giudicasse la gara. Alla fine i suoi voti vengono confrontati con quelli dei giudici veri, e se le differenze sono poche allora l’aspirante giudice può essere promosso. Con un sistema così, quello che viene premiato è la conformità, mentre chi si discosta dai voti degli altri può essere sanzionato. Vi invito a leggere l’intero passaggio di Ryan perché è interessante, io salto qualche riga e mi soffermo su un problema legato a questo modo di giudicare.

The pressure to conform can also encourage cheating. At the 1994 U.S. Championship in Detroit, for example, one judge reportedly was caught on videotape glancing over another judge’s marks after each pair performed during the junior dancing compulsories. (pag. 185)

Non solo Babenko e Koritek che si scambiavano informazioni, o Walter Toigo che controllava i voti degli altri giudici, anche al campionato nazionale americano junior del 1994 qualcuno ha ritenuto di non poter assegnare i voti da solo. Giudicare è difficile e non lo metto in dubbio, e proprio perché è difficile ai giudici dovrebbero essere fornite le migliori tecnologie possibili per consentire loro di giudicare in modo corretto, e allo stesso tempo il loro potere dovrebbe essere il più possibile ridotto in modo da minimizzare i danni legati a qualsiasi tipo di errore. Ma i giudici dovrebbero anche essere filmati, in modo da poter vedere se qualcuno bara, e questo l’ISU non lo fa. Anzi, l’ISU ha proibito di filmare i giudici, dando l’impressione che la sua principale preoccupazione non sia avere gare corrette ma evitare altri scandali. Spero che l’ISU mi smentisca presto consentendo di filmare nuovamente tutti i giudici e sospendendo, o squalificando, quelli che si comportano in modo scorretto.

Superato questo punto, Ryan torna a parlare dell’immagine, spiegando che anche i giudici devono conformarsi a una determinata immagine e che

in figure skating, image is so important that even the Zamboni driver wears a tuxedo. (pag. 186)

Suppongo che un pattinatore che indossa costumi lontani dal gusto dei giudici lo faccia a suo rischio e pericolo. All’epoca della pubblicazione del libro il modello a cui le pattinatrici statunitensi si conformavano era Nancy Kerrigan. Nell’aspetto, ma non solo.

If Kerrigan is winning with classical music and balletic choreography, then skaters know that safe and conventional programs are likely to win out over daring and immaginative ones. (pag. 186)

Poi chissà perché, soprattutto nella stagione olimpica, siamo pieni di Bolero, Quattro stagioni, Carmen, Romeo e Giulietta e via dicendo. Intendiamoci, ho visto bellissimi programmi su queste musiche, ma certo i giudici non incoraggiano la creatività.

Certainly there are judges who stand alone against the crowd, but the system discourages it. A judge who stands alone too often will no longer be a judge. (pag. 186)

Ricordiamocelo, se un giudice vuole continuare a essere tale, deve conformarsi agli altri giudici, oltre che assegnare voti graditi alla federazione. Se non lo facesse, la federazione smetterebbe di inviarlo alle gare, e questo rende il national bias molto forte. Servirebbero giudici designati non dalle singole federazioni nazionali ma da quella internazionale, e sanzioni sia al singolo giudice che alla sua federazione, in modo che la federazione stessa fosse interessata ad avere giudici onesti perché l’alternativa sarebbe non averne.

Al di là del conformismo e del national bias, le cose che possono influenzare i voti dei giudici possono essere tantissime. Ryan racconta che ai Giochi olimpici di Lillehammer l’allenatore di Kerrigan, Evy Scotvold, è stato visto chiacchierare con il giudice americano Margaret Weir. Secondo Scotvold, lui non stava cercando di influenzare Weir perché non ne aveva bisogno, al punto di poter dire

“Very frankly, when you’re a coach who’s been around and been successful, you’re well known. When you stand at the boards [at the rink’s edge] and those judges see you’re standing there with a skater, that skater is already doing better than all those other skaters are. So you don’t have to do things.” In other words, the reputation of a coach can enhance or diminish a judge’s opinion of a skater. (pagg. 186-187)

Serviva qualche altro motivo per voler ridurre l’importanza dei giudici? Non solo un giudice può essere amico di un allenatore e alzare i voti dei suoi allievi per via di quest’amicizia, ma lo può fare pure in modo inconscio, perché quell’allenatore è famoso ed è risaputo che i suoi allievi sono ottimi pattinatori.

Parents frequently call local judges at home after a competition to ask them to explain their marks

e fino a quando la telefonata è volta unicamente a capire perché è stato assegnato un determinato voto, in modo che il pattinatore possa lavorare per presentare prestazioni migliori in futuro, non ci vedo nulla di male. Però spesso c’è dietro altro.

One coach recalled how a mother from his club was notorious for cornering influential judges at competitions to lobby for her daughter. […]

Coaches sometimes ask colleagues who might be particularly close to a judge, and who don’t have an entrant in the event, to put in a word for their skater. (pag. 187)

E se un giudice aiuta il pattinatore favorito da un altro giudice, ho il sospetto che prima o poi il favore verrà ricambiato.

Some include judges on their Christmas card list. “One judge, if you told her she looked good in her jeans, she loved you,” says Keith Lichtman. The skaters themselves, at least the savvier ones, quickly learn how to play the game. When Debi Thomas was breaking into upper echelons of skating, she switched membership from a Northern California skating club to the Los Angeles Skating club. Her reason: more national and International judges happened to live in Southern California and belonged to the L.A. club, thus improving her chance of getting a “home judge” on a judging panel during competitions. It is generally accepted that judges score skaters from their own clubs more favorably because they know the skater so well and because a high-ranking skates enhances the reputation of the club. (pag. 187)

Perciò quando vediamo qualche pettinatore che proviene da un’area geografica non particolarmente amata dalla sua federazione, possiamo aspettarci che i suoi voti vengano abbassati, mentre quelli dei pattinatori prediletti dalla federazione (e quindi dai giudici) vengano alzati. Dove ho notato una situazione del genere? Ci devo pensare…

Per quanto giudicare una gara sia difficile, Debi Thomas ha riassunto la situazione alla perfezione:

“Judges are supposed to be unbiased,” Debi Thomas says, “and if you believe that, I have a bridge to sell you.” (pag. 188)

Ryan prosegue narrando quanto avvenuto al campionato americano nel 1994. I giudici bene o male sanno già chi sono i favoriti per la gara, ed è normale che nella loro testa si formino classifiche. Era ancora più normale all’epoca, con il vecchio codice di punteggi, visto che era di tipo comparativo. Per loro Tizio era più bravo di Caio, quindi era normale che gli finisse davanti. Ma le gare vanno giudicate nel loro svolgimento. Ci sono pattinatori che propongono la prestazione della vita, altri che fanno imprevedibili disastri, ed è questo ciò che i giudici devono dire. Invece no, in quell’occasione la coppia di artistico Karen Courtland/Todd Reynolds, che aveva pattinato benissimo in allenamento, in gara ha fatto disastri, con ben tre cadute da parte di Courtland, che in un’occasione ha anche fatto inciampare il suo partner. Risultato? Si sono piazzati comunque davanti a Natasha Kuchiki/Rocky Marval, che non hanno fatto grossi errori, e con il terzo posto sono stati Courtland/Reynolds e non Kuchiki/Marval ad andare alle Olimpiadi del 1994.

Adesso le gare maschile e femminili sono composte da programma corto (dal 1973) e programma libero, fino al 1990 c’erano anche le figure obbligatorie, e per tantissimi anni proprio alle figure era legata la parte più consistente del punteggio.

In the old days, judges could rank a skater so low in the figures portion of the competition that she couldn’t win a medal no matter how well she skated in the short and long programs. And the judges could make the ranking without fear of second-guessing, since the press generally didn’t cover the tedious event. In essence, the skater would be out of medal contention before she even got to the short program. (pag. 190)

Basandosi su quanto dettole da Marylynn Gelderman, Ryan cita Elayne Zayak, spiegando che i suoi punteggi nelle figure erano legati al fatto che in quel particolare momento fosse o meno apprezzata dalle giurie. Secondo lei Zayak avrebbe meritato il settimo posto nelle figure del Campionato del mondo sia quando le è stato assegnato il quarto che quando le è stato assegnato il tredicesimo. Io di tredicesimi posti non ne ho visti, ma valutazioni molto diverse a distanza di due anni (e, come spiega Ryan, qualche chilo in più) sì:

Storia del passato? Anche se fosse, le ingiustizie subite da alcuni pattinatori rimangono, ma in realtà quello che è cambiato è il modo in cui vengono assegnati i voti, non il comportamento dei giudici. Come ha spiegato Caryn Kadavy, medaglia di bronzo al Campionato del mondo nel 1987,

the dropping of figures has hardly eliminated the politics in judging. “It’s still judged so much on whether people like you or not.”

And whether you have a name.

Judges have been known to suffer temporary blindness when a reigning champion falters on the ice. Evy Scotvold saw this at the 1992 Olympics when his skater, Paul Wylie, skated flawlessy yet lost the gold to Viktor Petrenko. Petrenko has been first or second at every competition going into the Winter Games; Wylie had been erratic while trying to juggle skating with his full course load at Harvard. Even though most observers thought Wylie skated better than Petrenko at the Olympics, Petrenko won, based partly on his track record. (pagg. 190-191)

Anche secondo Christine Brennan in Inside Edge e Jon Jackson in On Edge Wylie avrebbe meritato di vincere. Non so se lo dicono perché sono tutti statunitensi o perché è vero, ma a quella gara i due pattinatori sono arrivati con una fama molto diversa.

io non mi sento di giudicare la gara. Non ho mai apprezzato Petrenko, e anche se ero una tifosa di Browning Wylie mi piaceva, perciò le mie impressioni potrebbero essere influenzate dai miei gusti. Bisognerebbe conoscere bene le regole in vigore in quel momento, perché noi ora alle combinazioni di Wylie daremmo dei GOE negativi, ma il commentatore le elogia, quindi all’epoca erano considerate ben eseguite. Petrenko ha iniziato meglio, ma a un certo punto ha esaurito le energie e ha combinato diversi pasticci. Fatto sta che la reputazione dei due pattinatori era molto diversa, e questo può effettivamente aver giocato una parte importante nel risultato finale.

Comunque parlando di judges che have been known to suffer temporary blindness when a reigning champion falters on the ice, io non posso non pensare a giudici che assegnano (considerando il massimo ottenibile con i programmi proposti, uno con una caduta, un errore grave, e l’altro perfetto) un voto più alto nei componenti a chi si è presentato al Campionato del mondo da campione in carica. E non posso non pensare a come si sono impennati i voti a Saitama nel 2019 per un pattinatore che si è presentato come campione del mondo in carica e vincitore delle ultime due finali di Grand Prix (che poi il Campionato del mondo precedente fosse stato monco, privo di due dei medagliati olimpici e con il terzo zoppo poco conta, così come poco conta che nelle finali di Grand Prix mancasse per infortunio il campione olimpico). La reputazione era quella di campione imbattuto, con voti altissimi all’ultimo campionato nazionale, e questo ha influenzato i giudici. Ma dovrei piantarla di distrarmi e di tirare in ballo episodi recenti che nulla hanno a che vedere con il libro che sto commentando.

Probabilmente prima o poi tornerò su Little Girls in Pretty Boxes per qualche passaggio relativo alla ginnastica artistica. Le frasi disturbanti, anche senza entrare in quelli che sono i drammi peggiori, sono tante. Un passaggio interessante riguarda le medaglie olimpiche.

If there was any doubt that the most important mission of the country’s Olympic movement was not to instill life lessons on fairness and sportmanship but simply to win, it was confirmed in 1988.

Giusto per contestualizzare, queste sono le tabelle relative alle medaglie olimpiche:

Lo so, nel 1984 i Giochi olimpici estivi si sono tenuti a Los Angeles, negli Stati Uniti, e la nazione che organizza i Giochi vince sempre qualche medaglia in più. So anche che a Los Angeles mancavano l’Unione Sovietica e quasi tutte le nazioni sue alleate, la differenza è comunque importante, e nel 1988 gli Stati Uniti non sono stati superati (e di molto) solo dall’Unione Sovietica ma anche dalla Germania dell’Est, che aveva un territorio decisamente più piccolo. Quanto alle Olimpiadi invernali

After disappointing results at both the Summer and Winter Games, the United States Olympic Committee appointed a much-publicized task force, headed by New York Yankees owner George Steinbrenner, to figure out how the United States could win more medals. (pag. 212)

Che le singole federazioni nazionali vogliano vincere è normale, compito dell’ISU, o del CIO, dovrebbe essere verificare la correttezza delle competizioni, usando le migliori tecnologie possibili e tenendo d’occhio i giudici, interrogandosi anche sul modo in cui assegnano i voti, per accertarsi che a vincere sia davvero  il migliore. In caso contrario avremo la vittoria a tutti i costi, alla faccia della lealtà sportiva e dei meriti individuali, qualcosa che purtroppo nel pattinaggio ho visto accadere diverse volte.

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