GIFT – seconda parte

Dopo quella discesa nell’abisso, conclusa con il riscatto, che è stata la prima parte di GIFT, era necessaria una pausa. Ne aveva bisogno Hanyu Yuzuru per rifiatare, in fondo ha presentato un programma di gara, e di solito dopo un programma di gara i pattinatori hanno finito il loro lavoro di quel giorno, ne avevamo bisogno noi spettatori. Avevamo finito su una nota alta, il ritorno è esaltante, con l’orchestra che suona Let’s Go Crazy. Un programma storico, perché anche se purtroppo Hanyu non è mai riuscito a stabilire un record del mondo su questa musica, comprende il primo quadruplo loop della storia del pattinaggio. E Hanyu si è divertito a prenderci in giro. Ma come, chissà che fatica avrà fatto a comprare i diritti per questo brano, l’unico programma di gara assente in Time of Evolution proprio per questioni legate al copyright, e poi non lo pattina?

Hanyu entra in pista quando il brano sta finendo, con indosso la seconda versione del costume di Let Me Entertain You. Un programma nato con lo scopo di sollevare l’animo degli spettatori, di allontanarlo dalle preoccupazioni, magari anche solo per qualche minuto, ma che non ha mai ricevuto il riconoscimento che meritava. Non nei punteggi, e neppure nell’apprezzamento del pubblico perché in quella stagione era presente in misura ridotta e impossibilitato a urlare per esprimere il suo apprezzamento. Limiti cancellati per il Tokyo Dome, ed è giusto così.

Hanyu assume la posizione iniziale nel preciso momento in cui cambia la musica, che il suo senso del tempo sia perfetto non lo scopriamo ora. Solo salti tripli, niente trottole, in fondo lo show è lungo, non può consumare tutte le energie qui, mani per un attimo sul sedere in quel momento

There’s nothing left for you to fear
Shake your arse come over here
Now scream

e lo sguardo rivolto agli spettatori quando arriva la richiesta di urlare. Sì, decisamente sa come far esplodere il pubblico. Le luci, che creano l’atmosfera di un concerto rock, sono perfette. L’anno è il 2023, anche se a un certo punto leggiamo anche 1994, l’anno in cui è nato Hanyu, in cui tutto è cominciato.

Siamo sotto le luci della ribalta, ma le luci della ribalta sono davvero sempre così scintillanti? O non hanno anche loro le loro ombre? Immediatamente dopo la fine del programma, con il pubblico in piedi per una standing ovation, le luci virano al blu e poi si spengono, per essere sostituite da lampi di luce bianca, sottilissimi, improvvisi. Alienanti. L’atmosfera è cambiata. Un’evoluzione da un certo punto di vista naturale, ma se in quel momento di gioia potevamo abbracciarci tutti, perché la svolta che abbiamo preso è stata proprio questa? Il calore si è perso, ora siamo in un mondo elettronico, freddo, con regole precise da rispettare. In molti videogiochi non puoi fare quello che vuoi, devi andare avanti, facendo ciò che il programmatore ha deciso per te. Cercando di sopravvivere. Come un automa.

It’s fun! It’s fun!!!
Is it fun?… It’s fun, right?
It must be fun.
Isn’t it fun?
Aren’t you having fun?
Yes, I’m having fun!

Detto con una voce computerizzata, robotica. Un vero spasso! E quello che vediamo è una sagoma umana realizzata a computer, con la scritta ERROR. Siamo tornati indietro di parecchi anni, io rivedo il tipo di immagini televisive di quando ero bambina, i videogiochi dell’epoca, affascinanti per me, ma anche notevolmente rigidi. Space Invaders. Packman. Presto, presto, prima che i cattivi arrivino, prima che il tempo scada. Prima che…

Questo è il numero delle Elevenplay che mi piace di più. Il loro contributo allo show è importante tutte le volte che appaiono, qui è fondamentale. La loro giustapposizione, tanti piccoli automi lievemente diversi nei gesti ma identici nella loro rigidità, l’innaturalità, l’impersonalità della musica e delle luci, tutto contribuisce a un senso di straniamento fortissimo, anche perché la voce fredda, metallica, ci ricorda che dovremmo divertirci, vorrebbe imporci il divertimento. A qualsiasi costo.

Do you really think you can do it? Do you think it’s something you can do? You don’t know. Why do you think so?

Because if I can’t, then what’s the point? Because I’m the one who can do it! And if I can’t do it, then I’ll keep trying until I can!

Avanti, sempre avanti. Andare avanti faceva parte del sogno. Fa ancora parte del sogno, giusto? Che distanza c’è fra la convinzione e la realtà? E se la convinzione non riesce a trasformarsi in realtà, la vita continua ad avere un senso?

Siamo tornati nell’abisso. Ci sono le luci, c’è la musica, c’è il divertimento dei giochi. Divertimento? Questo è un grido di dolore straziante. Questa è la solitudine più assoluta, perché è nascosta dietro a una facciata scintillante. Nel monologo ritroviamo molte delle cose dette da Hanyu nelle interviste. Nel contesto delle gare erano dichiarazioni di determinazione, quella determinazione che lo ha sempre spinto avanti. Ma quanta sofferenza c’è nelle sue parole? Quanta, in anni di allenamento, spesso solitari, senza che siano arrivati i risultati per cui aveva lottato? E non per mancanza di lavoro, di talento, di determinazione.

No one needs me. Now I get it. When was it? When I had fun doing what I like? When was it when it had to be more than that? When was it when I stopped liking and enjoying what i do? The struggle became too much and it messed with my head. I don’t want to think about anything, Everything is a distraction. I do more than I can. It never stops. It never ends. I keep doing what I couldn’t before. That’s what I do. I’m always being more than me. Even though I try so hard. Even though I put in everything. How long did it take for me to get this far? How much effort have i put in? Even I don’t know.

Quando Hanyu parla di aver superato l’oscurità, la musica cambia. Ma davvero ha superato l’oscurità, o è solo una facciata? Ha lasciato da parte tutto, perché era una distrazione. Ha continuato a migliorarsi, a superare i suoi limiti, per un tempo infinito, solo per trovarsi davanti un’altra barriera. Davvero si è lasciato l’oscurità alle spalle? La danza continua a essere robotica, e consumare le proprie energie non sembra la cosa più salutare da fare. Non voler ferire nessuno è una bella cosa. Volere che nessuno venga ferito è una bella cosa. Volere che le persone non perdano la speranza è una bella cosa. Ma a che prezzo?

I want to be the ideal me. That’s the reason to become strong. So I can be me. Does anybody understand who I am? Nobody will ever know. Ever!

La conclusione può essere una sola: GAME OVER. Ed è su questa consapevolezza che abbiamo Ashura-chan.

Un altro programma nuovo, questo coreografato da lui. C’è, di sfuggita, Wikipedia che ci ricorda l’importanza del personaggio che vediamo sulla scena. L’importanza del personaggio, non della persona. Sentiamo la musica, vediamo il mixer, gli ologrammi che accompagnano Hanyu, che lo moltiplicano, a volte precedendo i suoi gesti. Un ritmo forsennato, passi complicatissimi, ma anche l’immagine, chiara, di un pupazzo, un burattino i cui fili vengono manovrati dall’alto, e che non ha una volontà propria. Sempre avanti, anche quando le energie non ci sono più, quando tutto ciò che si vorrebbe è fuggire.

Che Hanyu non abbia limitato lo studio a ciò che gli serviva per superare gli esami, lo sapevamo già. Non aveva bisogno di studiare bioetica, lo ha fatto perché ha voluto. Non aveva bisogno di leggere Jung, ma come possiamo crescere se non ci interroghiamo? Io ho appena iniziato a rileggere L’uomo e i suoi simboli, forse leggerò anche Tipi psicologici. La lotta con noi stessi è qualcosa che tutti facciamo, anche se non siamo in grado di esprimerlo a parole, anche se non ce ne rendiamo conto.

I am tired. I’m tired and I can’t move anymore. I don’t want to move at all.

You can do it. Don’t give up.

I already gave it my best shot. I already did my best. I want to rest. I’m tired. Even though I want to rest, my weak heart and strong pride always get in the way.

You’re strong. You can overcome anything. There’s nothing at all to be afraid of.

I’m scared. I can’t do anything. I’m useless and alone.

You’re not alone. Turn around. Everyone’s waiting.

I can’t move. I’m scared. I can’t do anything.

No, I know you. But you want to deliver it, don’t you? You can’t move, but you want to, right?

Torniamo a Saitama 2019. Chi ricorda quella gara, sa come si è svolta. Losing is losing… Losing has only means disappointments…. I want to train harder... Non scrivo cosa penso di quella scena, di ciò che è stato fatto. Non sono pensieri ripetibili in pubblico. Alcuni mesi più tardi Hanyu ha interpretato Maquerade. Masquerade è sempre stato una pugnalata al cuore, fin dalla prima volta, quando ancora non avevo letto la traduzione delle parole. Ma non è necessario capire le parole di fronte a un’interpretazione così intensa.

Una cosa che mi aveva colpita, all’epoca, era stata la conclusione, con Hanyu che si toglieva il guanto sinistro, mezzo bianco e mezzo nero, e lo scaraventava con forza sul ghiaccio, il riscatto dopo una dura lotta. Quel gesto era lievemente cambiato, show dopo show. Se all’inizio Hanyu era fiero, indomabile, man mano la sua sofferenza era diventa più evidente. La prima volta che aveva lanciato il guanto era eretto, il volto atteggiato in un’espressione di sfida, la dichiarazione che lui era più forte di tutte le avversità. L’ultima era piegato in due, aveva faticato a lanciare il suo guanto, ma aveva trovato ugualmente la forza per farlo, sottolineando che le avversità lo avevano segnato, ma che oltre le avversità era possibile trovare una forza ancora maggiore. Lui ha trovato in sé una forza ancora maggiore, noi ora sappiamo come è andata la stagione successiva. Sappiamo cosa sarebbe successo dopo.

Stavolta non vediamo il programma, sentiamo solo la musica. Una canzone bellissima, un grido di sofferenza straziante.

A warm world… I can’t be this me. I can’t because I’m useless. I have nothing. All I know is what I lack. When I wished for what I lack, what I found was not me.

Ha cercato di soddisfare le aspettative altrui, di adattarsi a qualcosa che non era lui, per cercare di inseguire il suo sogno. Ma, se è importante riconoscere la realtà, le difficoltà che ci pone davanti, e che possono essere insormontabili, che possono pesare ingiustificabilmente su qualcuno, e spianare la strada ad altri, ciò che non si può fare è snaturare la propria essenza. I sogni possono essere adattati alla realtà, si può inseguire un sogno diverso, non si può barare nell’inseguire un sogno, o lasciare indietro ciò che realmente siamo. Altrimenti ci si perde.

La paura e la solitudine fanno parte di noi, così come le sofferenze del cuore e l’orgoglio. Questo dannatissimo orgoglio.

L’immagine dei due Hanyu che tendono la mano, il primo esitante, il secondo con decisione, è fortissima. La persona sicura di sé va avanti, dritta. La persona insicura, ferita, mira troppo in altro, manca la mano tesa verso di lei, ha i muscoli contratti. Due persone, un unico sogno.

Nel momento di massimo sconforto, a Pechino, Hanyu ha rilasciato alcune dichiarazioni straordinarie. Ha parlato del fatto che lui è stato elogiato, anche se non è riuscito a fare ciò che avrebbe voluto, perché il solo fatto di aver lottato con tutte le sue forze ha donato speranza a tante persone. Ha parlato del fatto che tutti lottano nella loro vita, anche se le lotte della maggior parte delle persone non vengono magnificate dalla stampa, non ricevono nessun riconoscimento. Non per questo sono meno reali, e chi lotta, chi va avanti, deve essere orgoglioso di ciò che fa, anche nel caso di un fallimento. Si è posto sullo stesso piano di chi lo stava ascoltando. Lui ha fallito, tutti possiamo fallire, ed è ugualmente possibile rialzarsi, andare avanti oltre un sogno impossibile da raggiungere, e trovare la felicità. Per arrivarci, per arrivare a questa consapevolezza, ha dovuto vivere. Ha dovuto interrogarsi. Ha dovuto soffrire. Ha dovuto superare la caduta.

La musica diventa quella di Il fantasma dell’Opera. ToshI ha deliberatamente inserito in Masquerade alcuni accodi del Fantasma, il passaggio da una musica all’altra, da un programma all’altro, è naturale. Entrambi i personaggi celano la loro identità, entrambi sono feriti. Il Fantasma, per Hanyu, è stato un programma difficile. Ha desiderato interpretarlo per anni, ci è riuscito nella stagione peggiore, quella in cui ha avuto problemi fisici in ogni singola gara, a partire dallo scontro in Cina. Anzi, anche prima, visto che ha dovuto rinunciare alla prima gara, ma è stato quell’incidente a segnare la sua intera stagione, a privarlo del titolo alla Cup of China, a escluderlo dal podio all’NHK Trophy, a fargli perdere il titolo mondiale, a causargli tante sofferenze fisiche. Lo aveva riproposto a Pechino, dopo aver mancato una medaglia olimpica, pattinando liberamente nei giorni prima del gala, anche se non avrebbe dovuto pattinare perché aveva una caviglia infortunata, inizio di quel percorso di cura del suo animo proseguito attraverso la reinterpretazione dei suoi programmi sulla pista olimpica. Anche attraverso l’esecuzione del quadruplo salchow in Romeo e Giulietta, quando a Sochi non era riuscito ad atterrarlo. Quel salchow che avrebbe potuto tradirlo a Sochi, anche se poi l’errore si era rivelato non così grave, quel salchow che lo aveva sostenuto a PyeongChang, quel salchow che a Pechino, in gara, non aveva voluto saperne di entrare, e che in GIFT, in Rondò, è riuscito alla perfezione.

Hanyu compare sullo schermo, metà volto coperto da una maschera, come Erik. Anche nel programma, nel Fantasma e in Masquerade, Hanyu si copre il volto. Qui fa i gesti iniziali, spalanca le braccia, e con i suoi gesti spalanca la porta verso quel mondo precluso ai più, in cui lui sparisce e da cui lui domina l’Opera, e noi rimaniamo ipnotizzati da quel lampadario che oscilla, oscilla, fino a cadere idealmente sulla pista e ad andare in frantumi, con tanto di rumore dei vetri che si spaccano. Sul megaschermo torna Hanyu/Erik, con un’animazione notevole, resa drammatica dalla musica incalzante, e le mani giganti che per un attimo smettono di essere scollegate dal resto e si fondono con ciò che vediamo sullo schermo. Le mani di un burattinaio, che dall’oscurità controlla tutto.

Sono sempre state davanti ai nostri occhi, abbiamo dedicato loro qualche pensiero, poi le abbiamo accantonate in un angolo per seguire la storia. Se c’è un burattinaio, ci sono anche dei burattini, come è stato Hanyu in Ashura-chan. Eppure noi non siamo dei burattini, non se non lo accettiamo. Ci sono cose che non possiamo fare, ma possiamo lottare. E, con un tempismo ancora una volta perfetto, Hanyu ricompare in pista, e con un gesto manda in frantumi il volto mascherato.

Il quadruplo toe loop, quel quadruplo toe loop che i problemi fisici gli hanno sempre impedito di provare, non è perfetto. Le mani vanno sul ghiaccio, l’errore più grave dell’intero show. Ashura-chan ha consumato le energie di Hanyu, da questo momento tutto ciò che farà, lo farà per pura forza di volontà, come per pura forza di volontà ha pattinato tante volte, ottenendo risultati straordinari, da infortunato. Quella forza di volontà che non gli è mai mancata.

Let your soul take you where you long to be

Ho sempre amato l’ingresso nella combinazione 3A+1Eu+3S. Stavolta, con la fiamma che divampa nel momento dell’ultimo atterraggio, l’effetto è ancora maggiore. La combinazione è mozzafiato. Ci vuole coraggio a mettere del fuoco intorno a una pista di pattinaggio, a pensare che il ghiaccio non si scioglierà, quando prima dello show qualcuno aveva sollevato dubbi sul fatto che fosse possibile avere una pista di pattinaggio all’interno di un’arena così grande. Quando ha realizzato i video sulla sua pista, Hanyu ha provato a usare i droni per i filmati, e ha scoperto che era impossibile perché il ghiaccio si scioglieva. Droni, non fiamme vere e vicinissime alla pista in un’arena enorme. Invece no, bisogna fare attenzione a tutti i dettagli, ma è possibile realizzare qualcosa che va al di là del buon senso e delle difficoltà pratiche.

La musica arriva alla sua conclusione, La maschera è tolta. È tolta.

You pretended to completely close off your heart.

I feigned strenght and said I didn’t want anyone to understand me.

Ma è qualcosa che non ha più ragione di essere. L’immagine della porta è bellissima. Ne aveva parlato in qualche intervista, e sappiamo che è la citazione di un anime, ma stavolta l’immagine è più dettagliata, con la maniglia rotta, con i segni delle unghie, ma con la voglia di andare avanti. Ciascun video è diverso dall’altro, e ciascuno è perfetto per le parole che lo accompagnano. Sto usando la parola perfetto in continuazione, ma è la più precisa per descrivere ciò che è stato fatto, la narrazione che si è svolta davanti ai nostri occhi, a cui noi abbiamo partecipato. Che noi abbiamo completato, perché se Hanyu ha narrato la sua storia, ciascuno di noi vi ha sovrapposto la propria.

You are not special. I am nothing special. We’re weak and falling apart. Even if we gasp our last breath, the world will move on just fine. Neither you nor I are special. Why? Because each and every person is a life. Each of us sees the world’s colors differently.

Torniamo alle parole di Pechino, alla dichiarazione di determinazione in luglio. Ciò che ha fatto lui è stato magnificato perché lo ha fatto su palcoscenici importanti, perché ha fatto cose che nessun altro ha fatto, ma lui è uno, anche se nel video si moltiplica in tantissime persone. Lui è uno. Io sono uno. Chi mi legge è uno. Ciascuno di noi è diverso. Ciascuno di noi è normale. Ciascuno di noi è speciale. Lui si è abbassato al livello di chi lo stava ascoltando, e si è rialzato innalzando gli altri con sé. Anche se ci sono lacrime, anche queste lacrime siamo noi. Nulla dura per sempre, e arriva un momento in cui dobbiamo lasciare indietro i nostri sogni.

In Prologue avevamo avuto il video di Dreamy Aspiration e poi l’interpretazione di A Fleeting Dream. Il sogno a collegare i due programmi, legati da quel telo in cui Hanyu si avvolge. Dreamy Aspiration finiva con il ghiaccio raccolto dal basso e lanciato in alto, che si trasformava in luce. Stavolta abbiamo avuto un intero show a parlarci del sogno, abbiamo visto la luce e l’abbiamo vista trasformarsi e sparire. Anche i sogni spariscono. Ma, allo stesso tempo, le proiezioni sul ghiaccio, qualcosa d’impalpabile, creano un mondo. Credo che quello che vediamo risuoni in modo diverso per ciascuno di noi. La forza del simbolo risiede anche nel suo essere non perfettamente comprensibile o compiutamente spiegabile. Al di là dell’oscurità, della solitudine, della vastità che ci circonda e che ci fa apparire minuscoli, possiamo ancora compiere le nostre scelte, e cercare di far nascere qualcosa di nuovo.

Hanyu riprende il suo telo, vi si avvolge dentro, si dirige verso l’uscita, e mentre si siede lo ritroviamo seduto, sullo schermo, come all’inizio di GIFT.

I should be alone. It should be pitch black. It should’ve ended. But why is such a bright light shining? It’s too bright. I can’t look directly at it. I don’t deserve to look at it. Even so, the stars were shining bright on me.

Do your best. (Ganbare). It’s okay.

Nella breve intervista rilasciata dopo lo show, Hanyu ha esplicitamente parlato della persona junghiana. Ancora una volta lo ritroviamo che parla con se stesso, con un sé diverso.

Rovesciamenti drammatici di questo genere sono piuttosto comuni nei sogni: un certo fenomeno si trasforma nel proprio opposto […] come a dimostrare che, tramite la trasmutazione, anche gli estremi possono mutualmente intercambiarsi.

[…] La veste simboleggia spesso anche la copertura protettiva, la maschera (Jung la definiva persona) con cui il soggetto si presenta nei suoi rapporti con il mondo esterno.

(J. Jacobi, Simboli in un’analisi individuale, in C.J. Jung, L’uomo e i suoi simboli, pag. 284)

La maschera non compare solo nei rapporti con il mondo esterno, ma anche in quelli con noi stessi. Ma stavolta, finalmente, Hanyu riesce a vedere il volto oltre la maschera, riesce a sentire ciò che aveva perduto. E a ricordare che, nonostante le sofferenze, esiste la luce. Quella dei bracciali luminosi indossati dagli spettatori, che si accendono in momenti precisi del monologo. Quella del cielo stellato che brilla sempre sopra di noi.

Notte stellata, naturalmente. Il gala del secondo oro mondiale, del secondo oro olimpico. Un programma di speranza. Con le piume che lentamente scendono dall’alto, ci accarezzano, e si posano sul protagonista.

I don’t know what’s on the path I’m going down. I don’t know what’s waiting where we’re heading. But let’s keep going. Let’s run on on a journey to deliver a GIFT.

Nessuno sa cosa porterà il futuro. Ma c’è un futuro, verso cui stiamo andando. E possiamo farlo con speranza. La prima parte era iniziata con la fenice che si innalzava in un cielo di fuoco e risorgeva dalle sue ceneri. È solo giusto che la conclusione sia dedicata al cigno bianco, il colore della purezza per un animale che nell’araldica è un simbolo di buon augurio, e che ora può volare libero.

Are you leading every day happily? Are you feeling difficulty? Are you alone and sad? It doesn’t matter where or when. When you’re tired and your heart’s dried out, please come back. This awful story, this fabulous story, is always here. For the story about you, past and future.

Spero che verrà realizzato un DVD, o che il video sarà reso disponibile in un qualsiasi altro formato, perché questa storia terribile, questa storia meravigliosa, merita di essere rivissuta ancora e ancora. Per Yuzu. Per il passato e per il futuro. Per noi.

La storia di GIFT è finita, abbiamo avuto la parola fin come nei vecchi film. Ma Hanyu non può finire uno show in questo modo, lo sappiamo tutti, e non perché le luci non si sono ancora accese.

I titoli di coda – chi ha controllato i nomi ha calcolato che vengono citate oltre 500 persone – scorrono sulle note di Boku no koto (About Me) di Mrs. GREEN APPLE. Sapevamo che a Hanyu questa canzone piace, quanto meno dai tempi della SharePractice, e a leggere il testo capisco perfettamente perché gli piaccia. Un altro programma nuovo, registrato all’Ice Rink di Sendai, come tutti i video che compaiono sul suo canale. Anche questo, immediatamente dopo GIFT, è stato pubblicato sul canale. Oltre cinque minuti di programma, otto elementi di salto, cinque quadrupli, tre dei quali nella seconda metà, due in combinazione, uno con il triplo toe loop, l’altro con euler-triplo salchow, due doppi axel, uno in combinazione con un doppio toe loop, un triplo loop, due sequenze di passi, una sequenza coreografica. Il regolamento di gara ignorato sotto numerosissimi aspetti, compresa la Zayak rule, visto che tre dei quadrupli sono toe loop, ma ormai del regolamento di gara non importa più nulla a nessuno. Semplicemente è la dimostrazione di uno stato di forma straordinario, superiore rispetto a quello di quando gareggiava. Aveva detto che intendeva continuare a migliorarsi, come sempre è stato di parola. E, giusto per togliere ogni dubbio, nella sezione riservata agli abbonati ha caricato la versione non editata del programma. Lo ha pattinato tutto dall’inizio alla fine, in un’unica volta. Il montaggio è fatto per motivi estetici, non perché lui non sia in grado di pattinare davvero un programma come questo e abbia bisogno di ricorrere a qualche trucchetto. Credo che il suo orgoglio non glielo permetterebbe. Non lo sapremmo noi, lo saprebbe lui, e questo basta.

Oh, that a fine day
Whether it’s a happy day
or a day that crushes my dreams
Oh, I’ll keep on keepin’on
Singing about miracles
in a world both small and big
When we become adults
we forget
how to fly
Even the limited forever
and unhealable wounds
They’re all who I am
Me today

Il testo della canzone, in inglese, si trova qui. Si tratta di una traduzione diversa da quella che abbiamo letto durante lo spettacolo, non cambia il significato. Non cambia l’inno alla vita, che può essere difficile, che può darci gioie enormi o infrangere i nostri sogni, ma che va comunque vissuta.

We know
The miracle’s dead
Both effort and loneliness
can go unrewarded
But you know
Even so
You’ve walked here
over many days
That’s called a miracle

Non poteva esserci brano migliore per chiudere GIFT, non con la storia raccontata da Hanyu, non con quello che sappiamo di lui, che gli abbiamo sentito dire nelle interviste.

Quando torna in scena per i saluti, Hanyu indossa il giaccone ufficiale dello show, e anche lui riceve una sorpresa, perché Satoshi Takebe ha composto un brano per lui, Gift.

Subito dopo, e non è una sorpresa, c’è il bis, Haru yo, koi. Non è una sorpresa perché non ho dubbi che abbiamo notato tutti quel pezzetto di velo che spuntava da sotto il giaccone, abbiamo riconosciuto tutti il costume. Un brano struggente, che parla del tempo che lenisce il dolore e della speranza per il domani, della primavera, e che ha accompagnato Hanyu in alcuni dei momenti più dolorosi, Saitama 2019, Pechino 2022. Ha dichiarato che questa musica lo ha aiutato a superare momenti difficili, che quando ha vinto il Campionato nazionale, e ha realizzato che sarebbe andato ai Giochi olimpici, il suo pensiero è subito corso all’interpretazione di questo brano nel gala. Non alla gara, alle medaglie, al quadruplo axel. A Haru yo, koi nel gala. La speranza per un futuro migliore, qualcosa che lo ha sempre accompagnato, qualcosa che ha cercato di trasmettere agli altri con le sue interpretazioni.

Come in Prologue, il brano è accompagnato dalle proiezioni dei Rhizomatiks. Alcuni dettagli sono cambiati, all’atterraggio del triplo loop per un attimo il cuore batte più forte, ancora una volta siamo di fronte alla perfezione. I fiori che sbocciano ai suoi piedi, le luci sincronizzate che hanno illuminato in modo diverso i vari programmi, tutto è curato fino ai minimi dettagli, fino a creare un’atmosfera magica.

Le luci si spengono, Hanyu esce, e risuona un colpo di tamburo. BOOM! Basta quello. Davvero, non serve altro. Il suono del taiko è immediatamente seguito da un boato. SEIMEI. Ho letto una battuta sul fatto che questo sia il nostro inno nazionale. Non importa quale sia la nostra nazionalità vera, in questo momento siamo un’unica persona. Le luci colorate, le mani della scenografia, l’orchestra… Sul megaschermo vediamo dettagli del backstage. Hanyu si sta cambiando, ne avremo conferma a breve. Noi vediamo le luci che si accendono e si spengono a ritmo con le note, la preparazione di Chopin, Ashura-chan, le ali della fenice mentre si allaccia i pattini. Dettagli. Tutto quello che è stato narrato in tre ore di spettacolo. Ma il nucleo è qui, in queste note, che il pubblico sottolinea con il suo applauso ritmato. Il programma più epico che sia mai stato pattinato. Ha interpretato liberi migliori Hanyu, quattro quadrupli completati in modo perfetto, Hope and Legacy a Helsinki 2017, Ten to chi to a Nagano 2020, e anche a Saitama 2021 l’unico errore era stato un quadruplo axel degradato e atterrato su due piedi, per quanto grave possa essere considerato un atterraggio di quel tipo su quel salto. Origin aveva un contenuto tecnico più elevato del libero olimpico. Saitama 2019, Kelowna 2019, Torino 2019, ora Hanyu non avrebbe problemi a completare tutti gli elementi di salto di Torino. E nel 2015, con tre soli quadrupli e non quattro, su SEIMEI prima di PyeongChang Hanyu aveva ottenuto punteggi più alti. Non ha importanza. Quando tutto ciò che hai è una caviglia sola, neppure quella su cui si atterrano i salti, e un sogno, e pattini quel programma, tutto il resto non ha importanza.

A PyeongChang la sequenza coreografica è stata un’apoteosi. Al Tokyo Dome la sequenza coreografica è un’apoteosi. Non avevamo davvero bisogno di Hanyu in pista per rivivere le emozioni, la musica era sufficiente. Rivediamo lo step out sul secondo quadruplo toe loop, anche senza immagini. Rivediamo la combinazione triplo axel-euler-triplo salchow, con i due salti conclusivi che prendono il posto del previsto doppio toe loop perché Hanyu lotta sempre fino alla fine.

Lo abbiamo visto tutti quando è entrato, o eravamo ancora distratti dal video con gli ultimi preparativi per GIFT? La caviglia che ha tenuto su quel triplo lutz, che terrà per sempre nella nostra memoria, quel tanto che basta a fargli poggiare il secondo piede, a fargli ritrovare l’equilibrio. E poi la trottola, nella nostra memoria e nuovamente in pista. Perché adesso Hanyu è di nouovo davanti ai nostri occhi in carne e ossa. BOOM! Braccio destro. BOOM! Braccio sinistro. Malgrado tutto quello che è successo nell’ultimo quadriennio, malgrado un dolore ingiusto, insopportabile, inaccettabile, e superato, finalmente superato, anche se mai dimenticato, c’è stato quel momento, e nulla lo potrà cancellare. Il programma più epico che sia mai stato pattinato. Il sorriso è lo stesso, ed è un sorriso che fa bene al cuore, che lenisce ogni dolore. Le fiamme, di nuovo alte a sottolineare l’epicità del momento. L’hydroblade. Il suono dei piatti sulla layback ina bauer, momento che non smetterà mai di farmi venire i brividi, e che stavolta viene enfatizzato dalla luce. La trottola finale. BOOM! Braccia spalancate, piede che colpisce il ghiaccio, un dominio dello spazio e del tempo assoluto.

Ha finito il fiato Hanyu, ma non si è dimenticato di essere su un palcoscenico. Il gesto di esorcismo finale, per allontanare gli shikigami e tornare nel presente, nel nostro mondo. La spada messa via, anche se a portare la spada era Uesugi Kenshin e non Abe no Seimei. È passato da un personaggio all’altro, crescendo. Il primo sicuro di sé, il secondo più tormentato. Entrambi pronti a combattere per ciò in cui credono e per proteggere gli altri, indipendentemente dai rischi. Hanyu è entrambi i personaggi, è l’anima del Giappone. Il viaggio è compiuto. Se la prima parte era finita con il riscatto di Pechino, la seconda si chiude sulla consapevolezza che Hanyu è il due volte campione olimpico. Nuovi campioni ce ne sono in quasi tutte le edizioni. C’è un vincitore, che regna brevemente e poi sparisce. Rimanere, come ha fatto lui, come sta facendo lui, è molto più difficile. Non sarà più il campione in carica, è qualcosa di più, perché lui è il campione. Lo dimostra GIFT, il più grande spettacolo su ghiaccio che sia mai stato realizzato. Un’opera d’arte, che supera i confini di ciò che conoscevamo per creare qualcosa di nuovo. Se fra gli infiniti riconoscimenti che gli sono stati assegnati ci sono il People Honor Award e il Kikuki Kan Prize, Hanyu si sta dimostrando più che degno di questi premi.

L’ultima apparizione, sulle note di Suihesen dei Back Number – come ha fatto a indossare la felpa così in fretta? Va bene, l’ha indossata sopra il costume di SEIMEI, ma c’è anche il microfono – è dedicata ai saluti finali. Hanyu ricarica le energie con gli applausi del pubblico, e si vede che non avrebbe più voluto tornare dietro le quinte, che se avesse potuto ci avrebbe abbracciati tutti, chi era nel Tokyo Dome e chi era davanti a uno schermo, che fosse in un teatro o a casa sua. Quelle tre rincorse finali con le scivolate sul ghiaccio, in ginocchio, in piedi, e in luna, non avrebbe dovuto farle. Era fisicamente esausto, ma anche questo è lui. Il dare tutto di sé, fino all’ultima goccia. Con un’ultima richiesta finale, quella di un attimo di silenzio. Lo sappiamo cosa arriverà, non sarebbe un suo show senza questo momento. Non può davvero finire se manca quest’istante.

ARIGATO GOZAIMASHITA!

senza microfono, e con tutto il residuo di energie che gli sono rimaste.

No, non sei tu a dover ringraziare. Grazie a te, Hanyu-sama. Per tutto. Porteremo sempre questo regalo nel nostro cuore.

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