
L’ultimo libro sul pattinaggio che ho terminato è Inside Edge di Christine Brennan. Il sottotitolo è A Revealing Journey Into the Secret World of Figure Skating, e in effetti Brennan non si concentra tanto su quel che vedono gli spettatori ma su ciò che fanno gli atleti e le loro famiglie, gli allenatori e i giudici, non solo in occasione delle gare ma anche nel periodo che trascorre fra una gara e l’altra, che è la maggior parte. Nei post che ho pubblicato recentemente non ho mai citato Brennan, non tanto perché non avevo ancora finito la lettura quanto perché le cose che più mi hanno colpita non si inserivano bene in nessun discorso. Quello di oggi quindi non è un post che porta avanti un discorso unico, quanto una serie di spunti. Il libro è stato pubblicato nel 1996 e si concentra soprattutto sulla stagione agonistica appena conclusa, la 1995-1996, perciò i nomi che fa, i discorsi che porta avanti, vanno inseriti nel contesto di quegli anni, anche se alcune cose che Brennan ha scritto sono ancora terribilmente attuali.
Strangers-judges-make decisions about a skater based on appearance, gossip, and on what they did in the past. (pag. 15)
La frase arriva subito dopo un commento sul fatto che, per quanto fatto in pista quel giorno, lo statunitense Paul Wylie avrebbe meritato di vincere l’oro olimpico del 1992 e non fermarsi all’argento dietro al sovietico (era un periodo di sconvolgimenti politici, solo in seguito avrebbe gareggiato sotto la bandiera ucraina) Viktor Petrenko. Secondo lei Wylie non ha vinto perché non aveva mai vinto nulla prima, nessuno si aspettava il suo successo, e quindi, con un passato poco significativo a livello di gare importanti, i giudici hanno agito in modo conservativo e lo hanno piazzato dietro a un pattinatore che aveva già vinto l’argento mondiale e il bronzo olimpico. Per quanto riguarda pregiudizi e gossip, in seguito parla abbondantemente di Tonya Harding e Nicole Bobek, frenate non solo dal fatto che oggettivamente hanno fatto casini in più di un’occasione, ma anche dalla loro fama di cattive ragazze in un mondo apparentemente popolato da principesse. Non dovrebbe essere così, ma spesso la reputazione di un atleta influenza il giudizio tecnico. Più avanti Brennan ha scritto
Picking a winner in figure skating is more like chosing a sorority sister than crowning a sports champion. It’s a complex decision based on gossip, nationality, résumé, and popularity. Whom you know, whom you like, and who smiles at whom makes the difference. Occasionally skating plays a role, too. Sometimes, the result is ridiculous. Often, the process is inexplicable. (Pag. 71)
Non sorprendentemente, per qualche tempo dopo la pubblicazione di questo libro a Christine Brennan, che per anni aveva commentato il pattinaggio artistico, è stato vietato l’accesso all’area riservata alla stampa in qualsiasi competizione. La federazione non ha gradito e invece di contestare, o interrogarsi per capire se ci fosse qualcosa di vero e apportare migliorie, si è chiusa a riccio. Parlando dei giudici,
With the push of a button on a touch pad, they alter the course of a skater’s career. Hundreds of thousands of dollars will move into the bank account of one skater or another, based on solely their opinion.
Judges are the most misunderstood people in figure skating. When they are judging a competition, they appear isolated from the skaters and apart from the skating world-a row of nine detached people who, for all the public knows, don’t even have names.
But judges actually could not be more involved in the sport. They run it. They are the ones who are the president and vice president of the U.S. Figure Skating Association. They are the team leaders on international trips. They watch practice sessions. They become pseudo-press agents for a skater from their country. It’s pratically a requirement that they sell their skaters to the judges from other nations. They develop great friendship with skaters and coaches. They monitor the elite skaters in their cities and report back to the USFSA on their progress. They sometimes meddle in the personal lives of skaters; a competitor’s weight is a popular topic for a judge. They give advice on programs, music, and costumes. Skaters from Brian Boitano on down have taken judges’ words to heart; Boitano and his coach ripped out his Olympic program months before the 1988 Games simply because of what the judges told them.
Judges are omnipresent and omnipotent. They rule the skating world with a furtive glance and a raised eyebrow. Nothing happens without their blessing. (pagg. 71-72)
Carino questo passaggio. Che la loro opinione fosse importante lo sapevo, che davano consigli o spiegavano cosa, a loro giudizio, non funzionasse in un programma, pure, ma a leggere queste parole l’impressione è che le loro parole, le loro opinioni, siano decisamente vincolanti, anche quando si tratta di convinzioni arbitrarie.
Nella pagina successiva Brennan cita il caso di un errore grave di un giudice, ma fatto in buona fede. Era un campionato americano, e a un giudice che stava valutando una prova di Christopher Bowman si è rotta la punta della matita. Per qualche istante il giudice in questione ha tolto gli occhi dalla pista per procurarsi un’altra matita. Quando ha ricominciato a guardare la prova, Bowman stava eseguendo una sequenza di passi senza problemi. I suoi voti sono stati alti, molto più alti di quelli di tutti gli altri. Nel momento in cui il giudice si era distratto, Bowman era andato a sbattere contro la balaustra. Può capitare che un giudice, per qualsiasi motivo, distolga un attimo gli occhi dal pattinatore e non veda un errore anche grave. In teoria l’esclusione del voto più alto e di quello più basso dalla media dovrebbe combattere, oltre al national bias, questo tipo di errori, perché la probabilità che più giudici si distraggano nello stesso istante è decisamente scarsa. Forse dovremmo discutere con la legge di probabilità che ha portato nove giudici su nove a distrarsi nello stesso istante e a non vedere l’inciampo di Nathan Chen sulla sequenza coreografica nella finale di Grand Prix 2019.
Alcuni brevi passaggi sono dedicati al national bias e al bloc judging, con menzione dell’Europeo del 1976 e del voto del giudice cecoslovacco per John Curry, con la sua conseguente sparizione per dieci anni dalla scena internazionale (pag. 72), e una battuta di Katarina Witt che, rispondendo all’affermazione che “The Eastern-bloc judges will go for their skaters“, ha detto che “They had to“, aggiungendo poi
“They were told to. They had no choice”. (pag. 74)
Piccolo salto indietro nel tempo. Visto che la gara più importante sono i Giochi olimpici, tendenzialmente nel pattinaggio si ragiona per quadrienni olimpici. Nel 1980 in campo maschile gli Stati Uniti hanno avuto Charlie Tickner, bronzo sia ai Giochi olimpici che al Campionato del mondo. Dopo il ritiro di Tickner lo statunitense più forte è diventato Scott Hamilton. Fra il 1981 e il 1983 Hamilton ha vinto tutte le gare a cui ha partecipato, tre Campionati del mondo, due Skate America, un Skate Canada e un NHK Trophy. Brian Boitano, che ora conosciamo come campione olimpico e campione del mondo, nel 1984 ha vinto il suo secondo argento al campionato nazionale, e alle spalle aveva solo un settimo posto al Campionato del mondo del 1983. Per quanto Hamilton fosse il favorito ai Giochi olimpici del 1984, il risultato non era tanto scontato. Il problema non era tanto il tedesco Norbert Schramm, argento mondiale nelle ultime due stagioni, quanto il promettente canadese Brian Orser, bronzo mondiale nel 1983. Ai Giochi Orser ha vinto sia il programma corto che il libero, in entrambi i casi davanti a Hamilton, e l’oro complessivo è andato a Hamilton solo perché Orser non è riuscito a recuperare lo svantaggio accumulato con il settimo posto nelle figure obbligatorie. Hamilton ha vinto l’oro, Orser l’argento, Boitano si è fermato al quinto posto.
Because there was a strong American ahead of him, he knew he would not win until that man, Hamilton, retired. In figure skating, Boitano knew you took a number and waited your turn.
This was why: In the days of compulsory figures, to make sure Hamilton won, the U.S. judge couldn’t push for Boitano, too. He or she was selling one man-Hamilton. The U.S. judge would tell the judge from, say, Great Britain that he or she would “look out for” the British skater if the Britush judge would in turn “look out for” Hamilton, the Olympic favorite. Boitano was expendable. In the wheeling and dealing, he would fall like a rock to sixth or seventh place. (Pag. 151)
Quindi non solo le federazioni fanno giochetti sporchi, ma a volte li fanno a spese di qualcuno dei loro stessi atleti pur di spingerne al meglio altri. E se pensate che questo sia un episodio del passato… no, succede anche adesso. Quando a parlarmene in una conversazione confidenziale è stato qualcuno che queste cose le vive dal di dentro sono rimasta sconvolta. Anche ora, pur di spingere al meglio qualcuno, le federazioni possono essere disposte a sacrificare tutti gli altri, indipendentemente dal loro valore.
Altro salto ancora più indietro nel tempo, al campionato nazionale statunitense del 1964, vinto, fra le donne, dalla giovanissima Peggy Fleming davanti a Tina Noyes e Christine Haigler. Era un anno olimpico. Quell’anno i Giochi olimpici sono stati vinti da Sjoukje Dijkstra davanti a Regine Heitzer e Petra Burka. Le statunitensi, nell’ordine Fleming, Haigler e Noyes, si sono piazzate sesta, settima e ottava.
Se il risultato del campionato statunitense fosse stato diverso (tre giudici su cinque hanno assegnato il primo posto a Fleming, uno lo ha assegnato a Noyes)
Noyes would have been the U.S. champ heading into the Olympics in Innsbruck, Austria, not Flemnig, which, in those years, would have meant she likely would have received more of a push with the judges at the Olympics. […] National order almost always was honored on the international stage back then. Had Noyes won the national title, she would have had the judges’ attention as the next potential U.S. star. (Pag. 162)
Siamo abituati a dire che le competizioni nazionali non contano, ma non è vero. I giudici si formano le loro impressioni anche sulla base di quanto avviene nelle competizioni nazionali, non per nulla i giudici di alcune nazioni – Stati Uniti e Russia in primis, ma non sono le uniche – assegnano ai loro atleti voti altissimi. E, proprio perché c’è questa diffusa escalation di voti (di cui tutti siamo consapevoli, e che nonostante il fatto sia noto riesca a influenzare i giudizi internazionali), si tende a ritenere che i voti vengono regalati anche a quei pattinatori che non ricevono alcun regalo, e che per questo finiscono sottostimati a livello internazionale. Se poi la nazione abituata a non regalare nulla, per motivi politici interni sabota deliberatamente uno dei propri atleti, non c’è da stare allegri.
Altro salto di argomento. L’ho scritto, non è un discorso coerente ma una serie di spunti forniti dalle parole di Brennan man mano che vado avanti con il libro. E Brennan si sofferma anche sugli allenatori, in questo caso Audrey Weisiger, allenatrice di Michael Weiss, pattinatore che nel 1999 e nel 2000 avrebbe vinto il bronzo mondiale, ma che nel 1996 si è classificato solo quinto al campionato statunitense. Weisiger
hated feeling inadequate if she wasn’t skating well, wich was exactly how the top coaches at the best rinks made you feel, she said. From that moment on, she vowed that if she ever taught skating, she would never make her students feel as if their self-worth were based on “a tiny piece of metal.” (Pag. 184)
Io temo che siano ancora troppi gli allenatori che legano l’autostima dei pattinatori a quanto fatto in pista, provocando danni psicologici enormi nei loro allievi.
Qualche pagina più tardi Weiss si presenta sul luogo di una competizione con un orecchino – scelta passabile, lo avevano già fatto Philippe Candeloro, Gorsha Sur e Lloyd Eisler – e pizzetto, cosa inconcepibile. Dopo che in allenamento ha eseguito un quadruplo toe loop, e ancora nessun americano ne aveva completato uno in gara, Taffy Hollyday, ex pattinatrice all’epoca diventata giudice, ha chiesto a Weisiger cosa stesse vedendo.
“Did you see his quad?” Weisiger replied, ignoring her question.
“Yes, I did,” Holliday replied “But what’s with the goatee?”
Joe Inman […] teased him later:
“Hey, what’s this?” (Pag. 190)
Un pizzetto ha attirato più interesse di un quadruplo, e non in senso positivo, per l’esasperazione di Weisiger che ha rilevato che in nessun altro sport la decisione di farsi crescere o no un pizzetto avrebbe avuto la minima importanza. E il problema non è solo di Weiss, Brian Boitano si è fatto crescere il pizzetto solo dopo essere passato fra i professionisti.
“When I was an amateur, I never would have done this,” he said. “Who knows what the judges would have done.”
Perhaps nothing. But it wasn’t worth taking the risk. (Pag. 191)
E stiamo parlando di Boitano, non di un pattinatore qualsiasi. Nel dubbio, prima della gara Weiss ha fatto sparire il pizzetto. Però se la mentalità è questa, indossare costumi che per i giudici occidentali sono troppo elaborati può essere un rischio. Qualsiasi cosa può essere un rischio, ora non riesco a fare ricerche nei miei file, ma se non ricordo male è stato l’appena citato Inman a dire che Hanyu è stato fortunato a vincere l’oro olimpico usando musiche giapponesi perché erano musiche che non potevano instaurare un contatto emotivo con gli occidentali. Affermazione gravissima non solo perché SEIMEI è un capolavoro, ma perché traccia una scala di valori secondo cui le musiche occidentali vanno bene e quelle orientali no. I pregiudizi dei giudici possono appuntarsi su qualsiasi aspetto ed essere distruttivi.
Piccolo promemoria, direttamente dalla voce di “Ed Cossit, a judge from New York“:
“In a four-and-half- minute program, you spend twenty-one seconds in the air,” Cossit said. “What about the other four minutes?” (Pag. 193)
Dovremmo scrivere questa frase bene in vista in tutti i palazzetti di pattinaggio, come nelle aule dei tribunali c’è scritto che La legge è uguale per tutti. Va bene, i salti ci devono essere e devono essere eseguiti bene, ma nel programma c’è anche altro, e quest’altro dovrebbe avere la sua importanza nella valutazione del punteggio, anche perché questo altro è la maggior parte del tempo. Molto più avanti Brennan riporta un commento fatto da un’allenatrice, Evelyn Kramer, su Michael Weiss:
“He’s the last of the old-time skaters.” she said. “When he skates, he really skates. The kids don’t skate anymore. They only jump.” (Pag. 247)
Pattinatori che si limitano a saltare e non pattinano? Mi sembra di averla già sentita da qualche parte questa definizione, anche se pure adesso qualcuno che pattina davvero c’è. Tornando a Brennan, il suo sguardo si sposta al campionato nazionale junior 1995. La gara è stata vinta da Sydne Vogel davanti a Tara Lipinski e Brittney McConn. Brennan dedica giustamente un certo spazio a Lipinski, ma molte attenzioni sono anche su Jenni Tew, seguita anche nelle gare di qualificazione al campionato nazionale. L’intenzione di Brennan è di mostrare non solo i campioni o gli aspiranti tali, ma anche il mondo che c’è dietro, e tutte quelle ragazze che provano per qualche tempo a inseguire un sogno e poi spariscono senza lasciare una traccia significativa. Per Tew è la prima partecipazione al campionato nazionale junior, si sarebbe ripresentata nel 1997 classificandosi quinta dopo un terzo posto nel programma corto e un sesto nel libero. Nel 1995 ha realizzato l’ottavo programma in entrambe le fasi di gara e ha concluso ottava.
Two girls who were ahead ot Tew-D’entremont [Amy D’Entremont, quarta classificata] and Serena Phillips, in fifth-had made mistakes.
Jenni’s problems was not her performance. To have been judged better, she needed another triple jump, and she needed to have traveled back in time to have skated at Nationals a year earlier. Then the judges would have remembered her, felt comfortable with her skating, and probably placed her fifth or sisth-for the exact same program that earned her eight place now.
They Might even have tolerated a mistake and still put her fifth or sixth. That’s called “holding up” a skater. D’Entremont, who had been sixth in juniors at the 1994 Nationals, got the benefit of the doubt this time. (Pagg. 238-239)
La reputazione prima di quanto fatto in pista. Forse, se rendessimo i giudizi meno soggettivi potenziando le tecnologie in tutti i casi in cui è possibile farlo, ridurremmo al minimo questo tipo di problemi. Non sparirebbero, ma qualsiasi cosa che può essere fatta per rendere i giudizi più corretti dovrebbe essere una priorità dell’ISU, e invece…
Non solo scandali. Io sto selezionando alcuni passaggi dal libro di Brennan, e quelli che trascrivo non sono nemmeno tutti quelli che in qualche modo mi hanno colpita. I motivi per cui un’affermazione attira la mia attenzione possono essere parecchi.
Tara Lipinski ha vinto un oro olimpico e uno mondiale per i salti, non per altro. All’epoca era quella che completava i salti più difficili, compresa una combinazione triplo loop-triplo loop. Stiamo parlando di donne a metà degli anni ’90, i salti sono tutti tripli (Surya Bonaly ha provato più volte il quadruplo toe loop e il quadruplo Salchow ma non ha mai completato la rotazione) e doppio Axel (all’epoca lo avevano eseguito triplo solo Midori Ito e Tonya Harding). Jeff è Jeff DiGregorio, allenatore di Lipinski.
What about the triple axel, Jeff?
“Sure, we’re going to work on it when we get home. I think the quad salchow might be easier, though.”
Tara?
“I would rather do the quad sal, because it is a little easier” (Pag. 243)
Dovremmo provare ad ascoltare più spesso i pattinatori. Sono loro che fanno i salti, e che sanno cosa è difficile e cosa non lo è, cosa li spaventa e cosa non li spaventa. Per Lipinski un quadruplo è meno difficile del triplo Axel. Non troppo tempo fa in un’intervista Daniel Grassl (dal minuto 44) ha dichiarato che un salto quintuplo per lui è meno difficile del quadruplo Axel. Sorvoliamo sul fatto che l’ISU non ha ancora assegnato un valore ai salti quintupli. A quanto pare l’Axel è un salto così particolare che è più facile completare un salto con una rotazione in più, passare da un triplo a un quadruplo per le donne, da un quadruplo a un quintuplo per gli uomini, che passare da un triplo Lutz a un triplo Axel o da un quadruplo Lutz a un quadruplo Axel, Fra questi due salti c’è una differenza di mezza rotazione, non di una, ma il gesto tecnico è così diverso da rendere l’Axel un salto di tutt’altro livello. Però per l’ISU il quadruplo Axel merita un valore base appena superiore rispetto a quello del quadruplo Lutz.
Qualche giorno fa ho parlato di come ai Giochi olimpici del 1992 Stojko sia sceso dal sesto al settimo posto nonostante un programma libero ben pattinato a fronte dei programmi fallosi degli altri pattinatori. Avevo scritto che i giudici non si erano lasciati spazio per lui. Un giudice, Bonnie McLauthlin, ci spiega questo meccanismo commentando una prestazione di Todd Eldredge:
“I had all my numbers in my mind for the last five skaters, how I’d marked them if they skated well,” McLauthlin said. “After Todd missed the first jump, I thought, ‘Well, now he’s third.’ And then he missed the second jump, and then I thought ‘Well, now he’s fourth.’ And then he missed the third jump and I thought, ‘Well, now he’s fifth.’ After that, I had no place to put him, all my places were gone. So, the way my numbers worked, I have to give him either sixth or tenth, because I have seventh, eight, and nine together with no room between them. So I gave him sixth.” (Pag. 258)
Alcune pagine (273-277) sono dedicate al Campionato del mondo 1995, al piazzamento di Michelle Kwan e a quello che hanno fatto in pista lei e le sue avversarie, ma sorvolo, non posso trascrivere l’intero libro. È più interessante vedere cosa è successo nella gara maschile. Todd Eldredge ha aperto il programma con una combinazione triplo Axel-doppio toe loop, è caduto sul secondo triplo Axel (ma le rotazioni le ha completate) e ha sostituito prevista la combinazione finale, doppio toe loop-doppio toe loop, con un triplo Axel. La Zayak rule era già in vigore da una decina d’anni. Quanti tripli Axel ha eseguito Eldredge?
The word used in the judges’ regulations is repeat. What was the definition of repeat? To try it? Or to land it? The judges weren’t sure. (Pag. 280)
Le regole a volte sono scritte così bene che neppure i giudici ne conoscono il significato. Non che sapere cosa c’è scritto nel regolamento sia importante.
Claire Ferguson, the USFSA president and a judge herself, was so thrilled with Eldredge’s move that she didn’t care what the rules said.
“I haven’t read the rule book and I’m not going to. I thought what he did was fabulous,” she said. (Pag. 280)
Che molti giudici non conoscano il regolamento lo avevamo notato, che se ne possano vantare è una sorpresa. E con questa bella conclusione mi fermo, non perché non ci sarebbe altro da dire ma perché a volte, nonostante quello che ho già visto, i giudici riescono ancora a sorprendermi e mi spingono a fare una piccola pausa per riprendermi da quello a cui ho appena assistito.
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