Joan Ryan: Little Girls in Pretty Boxes/1

Quando Simone Biles si è fermata, a Tokyo, ha avuto tutta la mia simpatia. Non sono mai stata una sua tifosa e non ero particolarmente interessata ai suoi risultati, ma quello che ha fatto è importante ed è bene rifletterci sopra. La ginnastica artistica è uno sport pericoloso. Lo sappiamo tutti, anche se non ci pensiamo. I ginnasti fanno sembrare tutto facile, perciò dimentichiamo i rischi che corrono. E invece no, Biles non si è sentita di correre rischi e ha deciso da sola ciò che voleva fare. Una scelta non facile, perché su un atleta la pressione delle aspettative può essere fortissima. Quanto spesso gli atleti dicono no, e fanno un passo indietro? Anche in sport che hanno una storia drammatica come la ginnastica artistica.

Pochi giorni prima che le Olimpiadi iniziassero ho comprato un libro che aveva attirato la mia attenzione almeno un anno fa, Little Girls in Pretty Boxes di Joan Ryan. E già nell’introduzione Ryan ci ricorda che le ginnaste sono spesso ragazze molto giovani – non è più il caso di Biles, che ormai ha 24 anni, ma Biles stessa ha iniziato a vincere che era giovanissima – e che

these girls are competing on a worldwide stage. If an elite gymnast or figure skater fails, she fails globally. (pag. 19)

Il NO di Biles, il suo fermarsi, è importante per tutte quelle ragazze che si stanno dedicando alla sua disciplina, a qualsiasi livello. Negli ultimi anni ho scritto quasi solo di pattinaggio artistico, ma ho iniziato a seguire le gare di ginnastica qualche mese prima rispetto al pattinaggio, alle Olimpiadi di Seoul. Ho visto per caso una ragazza avvicinarsi alle parallele asimmetriche. Tutto quello che sapevo di lei era la sua nazionalità. Quando la ragazza ha completato il suo programma io ero diventata una sua tifosa. Il programma le è valso un 10.00 perfetto, uno dei quattro 10.00 che ha ricevuto alle parallele durante quelle Olimpiadi. In quei giorni ne ha ricevuti altri tre, Daniela Silivas, per un totale di sette voti perfetti che le sono valsi tre ori (parallele asimmetriche, trave e corpo libero), due argenti (concorso individuale e a squadre) e un bronzo (volteggio).

Little Girls in Pretty Boxes non parla di lei, e non solo perché si concentra sulle ginnaste americane. Silivas è fuori dal libro perché Ryan ha preferito raccontare la storia dei sacrifici di una moltitudine di ragazze, molte delle quali hanno sacrificato tutto senza veder realizzati i propri sogni. C’è spazio anche per qualche campionessa affermata, ma la maggior parte dello spazio è dedicato a coloro che non vediamo, o di cui ci dimentichiamo facilmente. Non sono al centro dell’attenzione, magari non hanno vinto null d’importante, perché dovremmo ricordarle? Provate a scrivere il nome di Julissa Gomez su internet. È rimasta paralizzata nel 1988 dopo aver sbagliato un volteggio. Tre anni più tardi è morta. Anche il suo idolo Elena Mukhina nel 1980 era rimasta paralizzata a seguito di un incidente, nel suo caso al corpo libero. Quanto alla sua amica Christy Henrich, dopo che un giudice le ha detto che se voleva continuare a gareggiare ad alti livelli avrebbe dovuto perdere peso, è diventata anoressica. È morta nel 1994, diversi anni dopo aver abbandonato le competizioni, senza essersi mai ripresa da quello che la ginnastica le aveva fatto. E poi c’è Sang Lan, paralizzata a causa di un incidente avvenuto ai Goodwill Games del 1998, ancora al volteggio. Sono i casi più drammatici raccontati da Ryan, non gli unici.

Il libro è doloroso. Lo è perché ci mostra gli infortuni, ma anche gli abusi, subiti da queste bambine che cercavano di inseguire il loro sogno e si sono ritrovate in un incubo. Gli abusi, che siano fisici o verbali, non si contano. E se gli infortuni sono determinati da incidenti – anche se forse, con una maggiore attenzione al benessere fisico delle ragazze e al recupero da infortuni precedenti determinati incidenti sarebbero potuti essere evitati – gli abusi sono qualcosa che non può mai essere accettato. Per chi è interessato alla ginnastica, o anche per chi si occupa di sport ad alto livello e alla formazione degli atleti, ci sono cose che è bene conoscere, per evitare che determinate situazioni, determinati comportamenti, si possano ripetere. Per quanto mi riguarda questo è un libro che va letto, ma non mi sento di riassumere in poche righe storie dolorose, a volte drammatiche, perciò passo oltre.

In Little Girls in Pretty Boxes Joan Ryan si concentra soprattutto sulla ginnastica artistica. Questo non significa che non ci sia spazio per il pattinaggio artistico, visto sotto diversi aspetti poco piacevoli. Ryan ci dice, senza fare nomi, di aver parlato con

a skater who underwent plastic surgery when a judge said her nose was distracting (pag. 16)

Vale a dire, l’apparenza conta più delle capacità tecniche, e le ragazze devono essere pronte a qualsiasi sacrificio se vogliono avere qualche speranza di successo. Molto più avanti nel libro, Ryan cita Elayne Zayak. Zayak è nata il 4 aprile del 1965 ed è diventata Campionessa del mondo nel 1982, una delle tante campionesse giovanissime del pattinaggio. È a lei che dobbiamo la Zayak rule, visto che nel suo libero ha proposto quattro tripli toe loop e due tripli salchow. Faceva più tripli delle altre, ma erano sempre gli stessi ripetuti, e l’ISU ha detto chiaramente che un programma valido doveva contenere anche varietà, non solo numeri.

Zayak si è fermata poco dopo il successo, perché a sedici anni era

tired of the United States Figure Skating Association telling her what she could and couldn’t say in interviews. Tired of judges calling her parents to suggest she see a dermatologist for a patch of acne on her face—and, by the way, she ought to wear more pink. (pag. 115)

Quindi la federazione si preoccupa anche di ciò che possono o non possono dire gli atleti, e suppongo che se un atleta fa qualche dichiarazione non proprio gradita possa suggerirgli di correggere il tiro, e i giudici si impicciano dell’aspetto estetico delle pattinatrici con commenti sia sul fisico che sull’abbigliamento. L’episodio si riferisce a parecchi anni fa, ma la richiesta di più rosa mi infastidisce parecchio. Le pattinatrici sono atlete, e devono potersi esprimere liberamente senza paura di essere giudicate troppo poco femminili e per questo penalizzate nei punteggi. Ricordo, quando ho iniziato a seguire la disciplina, che la commentatrice spiegava che se Midori Ito fosse stata più bella avrebbe ricevuto voti più alti. Cosa aveva a che fare la sua bellezza con le sue capacità tecniche? Ho scoperto l’importanza della bellezza, o meglio, di un aspetto gradito ai giudici, fin da subito. E Ryan si preoccupa di dirci, fin dall’introduzione, che nel pattinaggio

costumes can actually affect a score. They are so important that skaters spend $1500 and up on one dress—more than they spend on their skates. (pag. 17)

La prima edizione del libro è del 1995, mi sa che in questi anni le cifre sono un po’ salite. Comunque, per quanto mi piaccia vedere costumi che sono in tema con la musica scelta dal pattinatore, per me come pattina è più importante di come si veste. Sì, ok, il costume può aiutare il pattinatore a esprimere meglio lo spirito della musica, ma la profondità dei suoi fili o il numero di passi dovrebbe essere più importante di un costume.

E, restando sul fatto che questo libro su alcune – solo su alcune – informazioni è un po’ datato, Ryan cita le due più forti pattinatrici statunitensi del momento, Kristi Yamaguchi, campionessa del mondo nel 1991 e 1992 e campionessa olimpica nel 1992, e Nancy Kerrigan, vincitrice di un argento olimpico (1994) e di uno mondiale (1992) e di un bronzo olimpico (1992) e uno mondiale (1991), e soprattutto bellissima principessa del ghiaccio capace di rialzarsi dopo la tremenda aggressione subita da una rivale. È così che è stata presentata Kerrigan per un certo periodo, Ice Princess, perché è ciò che vogliono negli Stati Uniti, vittima di una rivale invidiosa. L’aggressione Kerrigan l’ha subita davvero, e la stampa ne ha approfittato per narrare la storia drammatica e attirare spettatori.

With glamorous and feminine stars like Kerrigan and Kristi Yamaguchi to lead the way, the United States Figure Skating Association has seen the influx of corporate sponsorship climb 2000 percent in just five years. Money that used to go to tennis is now being shifted to figure skating and gymnastic as their popularity grows. (pag. 26)

Dopo Kerrigan e Yamaguchi gli Stati Uniti hanno avuto Kwan. Ci sono state altre pattinatrici forti, Tara Lipinski e Sarah Hughes hanno vinto quell’oro olimpico che a Kwan è sempre sfuggito, ma né Tara né Sarah, probabilmente anche per colpa di carriere più corte, sono state amate come Michelle. Comunque quei soldi che erano arrivati al pattinaggio se ne sono andati, e ho come l’impressione che la federazione americana di pattinaggio non abbia gradito e che, non riuscendo a costruire una Ice Princess, si sia orientata su un campione virile. Perché se la donna deve essere aggraziata, elegante, l’uomo deve essere forte, mascolino. Ryan si concentra sulle donne, perciò alcune sue affermazioni valgono solo per loro, ma su alcuni temi, salvo piccoli aggiustamenti, ciò che afferma Ryan vale anche per gli uomini.

Torniamo un po’ indietro, al momento in cui, quasi un secolo fa, Sonja Henie, ha potuto introdurre sul ghiaccio costumi molto diversi rispetto ai precedenti. Quando ha iniziato a partecipare al Campionato del mondo era poco più di una bambina, perciò poteva permettersi quelle gonne corte che sarebbero state scandalose se indossate dalle eleganti nobildonne sue avversarie. Con Henie

skaters have fed the cultural fantasy of the ideal female: young, beautiful, refined, glamorous, wholesomely sexy and, of course, thin. Creating a skating star, like creating a movie star, is as much an exercise in politics and public relations as it is in coachind and training. “It’s a packaging process, very much so,” Scotvold says. “You’re trying to create a princess of the ice… You try to make sure they know they have to behave, have good manners and be well-dressed. They know they will be watched on and off the ice.”

“Image”, as another coach bluntly put sit, “is everything.” (pag. 107)

Politics and public relations? Packaging? Image? Io credevo che fosse importante ciò che i pattinatori fanno in pista durante la gara. Dovrei smetterla di essere così ingenua. E se questo era valido all’epoca, ora ci sono in ballo molti più soldi, e con il tempo determinate tecniche vengono affinate. Non dobbiamo dimenticare che

the Olympic medal not only rewards, it transforms. The champion becomes an icon, a living symbol of a nation’s feminine ideal. (pag. 136)

La pattinatrice come icona e non più come donna reale. Ryan parla a lungo delle pressioni psicologiche sulle ragazze per conformarsi a quest’ideale, anche con una corporatura minuta e discorsi sul peso che fanno rabbrividire per ciò che queste ragazze vengono costrette a sopportare. Chi riesce viene idolatrata, chi non riesce… a qualcuno importa? Non a determinati allenatori – non tutti, per fortuna – che sanno che la loro fama è legata al numero di campioni che riescono a produrre, e spesso non a chi guarda le gare solo una volta ogni quattro anni, ammira il campione e non si pone domande, magari anche solo perché non sa che ci sono domande da porre. Oltre a elogiare il campione la stampa dovrebbe porre domande scomode, scavare come fa questo libro, perché determinati problemi possono essere individuati e magari risolti.

Come ci spiega Ryan,

like savvy political managers, coaches Evy and Mary Scotvold covered Kerrigan’s flaws with clever packaging […]

“You must not mistake who the judges are and what their tastes are,” Evy Scotvolda says. “You’re trying to appeal to them, that’s for sure. You’re not trying to appeal to your own taste. If you don’t have the right taste, learn it.” (pag. 138)

Per la serie, il pattinatore si deve conformare al gusto dei giudici, e se non lo fa peggio per lui.

Image-making and politicking were the game within the game (pag. 140).

Il campionato statunitense del 1994 è andato come è andato, con l’aggressione a Kerrigan organizzata dall’ex marito di Tonya Harding. Prima dell’aggressione, Kerrigan era la principale favorita per la conquista del titolo, questo in un anno olimpico nel quale le pattinatrici statunitensi lottavano per due soli posti.

Per la precisione, visto che il primo posto sembrava già prenotato,

all the other skaters in the competition knew they were fighting for second. Competitor Nicole Bobek went so far as to tell the New York Times, “I imagine if she doesn’t do well, the judges will hold her up.”

“They’re not going to keep Nancy Kerrigan off the Olympic team,”agreed Elayne Zayak’s coach Marylynn Gelderman. “That would be stupid. Everyone accepts that would be stupid. I would be shocked if they ever would do anything as dumb as that.” (pag. 142)

Sul fatto che in quel momento Kerrigan fosse la pattinatrice statunitense più forte sono d’accordo, così come sul fatto che fosse assurdo escluderla dalla squadra olimpica. Però qui abbiamo un problema. Kerrigan è andata alle Olimpiadi pur avendo saltato il campionato nazionale perché la sua situazione era del tutto eccezionale e perché Nancy è stata capace di recuperare e di superare un test a porte chiuse che le è stato fatto dalla federazione. Ma se non ci fosse stata l’aggressione, e Kerrigan si fosse classificata terza, da quel che emerge le Olimpiadi le avrebbe viste dal televisore. Nel pattinaggio sono le federazioni nazionali a decidere chi inviare ai Giochi olimpici, e ciascuna federazione ha i suoi criteri. Se per gli Stati Uniti il criterio è (era, credo che ora la designazione sia legata al risultato del campionato nazionale in modo meno rigido) arrivare nei primi uno/due/tre posti, a seconda di quanti posti hanno a disposizione per quella stagione, allora il pattinatore deve ottenere quel risultato. Ma lo deve ottenere, non gli deve venire regalato il risultato perché di solito pattina meglio.

Già che ci siamo sfatiamo il mito che i pattinatori sono tutti amici e che quindi accettano senza problemi il risultato delle gare, anche quando quei risultati non sono esattamente corretti. Ne parla anche Alexei Mishin nella sua autobiografia, ma l’ho appena iniziata quindi ne scriverò in un’altra occasione.

Christopher Bowman once returned to the locker room at a competition to find his skate blades bent and scratched; someone apparently had beaten them against the radiator. To this day, Bowman’s coach, Frank Carroll, never leave his skaters’ bags unattended. Mothers had been known to slip coins into rivals’ boots, hoping to cause enough discomfort to disrupts the girls’ performances. Pair skater Tracy Prussack had her skates stolen and her car vomited on. At the Pacific Coast Sectional Championships in 1994, a competition that would determine who would qualify for the U.S. Championships, one young skater received an anonymous special delivery letter at the rink, calling her names and making fun of her skating in an apparent attempt to rattle her.

The mind games are as common as the physical sabotage. Mostly it’s the little things, like Surya Bonaly performing a spectacular but illegal back flip right next to Japanese competitor Midori Ito during practice at the 1992 Olympics, drawing accusations that she was trying to psych out Ito. Skaters tell of spreading damaging rumors about other skater sto prey on their emotions. […]

The jabs sound pretty and silly, but when the pressure to win is so great and the difference between winning and losing so slight, skaters try to gain any advantage they can. (pagg. 143-144)

Lo sguardo di Ryan è sugli Stati Uniti. Parla dell’Ice Princess, che per tanti anni c’è stata ma che in America manca da tanti anni. Non che non ci siano state grandi campionesse, solo che vengono da altre parti del mondo, dall’Asia e dalla Russia, con due soli inserimenti, dell’italiana Carolina Kostner e della canadese Kaetlyn Osmond, dopo il 2006. Sono 14 Campionati del mondo e, contando anche quella del 2006, 4 Olimpiadi, senza una campionessa americana. In assenza di una principessa per cui tifare, suppongo ci si possa anche adattare, purché il pattinatore sia virile. Nella sua autobiografia Scott Hamilton ha parlato del fatto di aver iniziato a usare tute semplicissime, senza strass o decorazioni varie, per sottolineare l’aspetto atletico del suo sport, perché stanco del pregiudizio comune secondo cui il pattinaggio sia uno sport da omosessuali. Non ricordo le parole precise, e al momento non ho la possibilità di consultare il libro, ma Hamilton, che ha vinto tutte le gare a cui ha partecipato, compresi quattro Campionati del mondo e un’edizione dei Giochi olimpici, fra il 1981 e il 1984, sentiva il bisogno di sottolineare l’aspetto atletico del suo sport. Questo quando i salti erano tripli, con l’eccezione dell’axel, che Hamilton eseguiva doppio anche se qualcuno aveva già iniziato a presentarlo triplo. Il pregiudizio c’era allora, e c’è anche adesso, non per nulla qualche pattinatore ci tiene a sottolineare quanto sia virile ciò che fa. Che a livello atletico i pattinatori facciano cose straordinarie è fuor di dubbio, e chiunque si azzarda a criticarli perché secondo lui il pattinaggio artistico non è davvero uno sport dovrebbe chiedersi se lui è in grado di fare un salto quadruplo, o anche solo triplo, prima di aprire bocca, ma per quanto io possa capire la frustrazione dei pattinatori quando il loro sport viene sminuito, c’è modo e modo di reagire, e il pattinaggio non è solo salti. La stessa Ryan ne parla. Il libro, ricordo, è del 1995. All’epoca i salti più difficili, anche per gli uomini, erano i tripli. Pochissimi uomini avevano eseguito un quadruplo toe loop, forse il solo Elvis Stojko lo aveva eseguito in combinazione, il quadruplo Salchow era ancora qualcosa di mai visto.

Though skating doesn’t see the traumatic injuries that plague gymnastic, the increasingly difficult skills demanded by the sport have brought their share of stress fractures, broken bones and torn muscles, which is why many in skating would like to see the jumps deemphasized. “I keep saying it’s not necessary, that triples aren’t everything,” says Joan Burns, a top U.S. judge from California. “There are four elements to figure skating: jumps, spins, footwork and choreography. They all have to be good, not just the jumps.” (pag. 113)

Qualcosa mi dice che l’ISU ha seguito la strada opposta, che ha aumentato l’importanza dei salti, che ora non sono più tripli ma quadrupli, al punto che i giudici assegnano voti alti per trottole, passi e components a chi fa tanti quadrupli indipendentemente da come questi elementi sono stati eseguiti. E i pattinatori che hanno subito brutti infortuni non si contano.

Magari prima o poi mi soffermerò su alcune considerazioni legate alla ginnastica artistica, ma sfogliando il libro per questo post sono arrivata al sesto capitolo, The Game Within the Game. Politics and Money e mi sono accorta di non potercela fare. Già così ho scritto tantissimo, non riesco a commentare anche questo capitolo in un unico post, perciò per ora mi fermo. Prenderò ancora in mano il libro di Ryan, ma voi compratelo e leggetelo tutto.

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