
In Giochi di gloria Gianmario Bonzi racconta la storia dei giochi olimpici estivi, partendo da quelli dell’antica Grecia per passare a quelli voluti dal barone de Coubertin per arrivare a quelli attuali, Tokyo 2020 (o 2021, che dir si voglia) esclusi. Prima di ciascuna edizione dei Giochi olimpici gli editori invadono librerie e edicole con svariati libri storici, il testo di Bonzi si inserisce in questo filone, e visto che manca l’ultima edizione, dal punto di vista editoriale questo ormai è un libro vecchio. Eppure non è un libro vecchio, perché quello che c’è nelle sue oltre 900 pagine è interessantissimo, e non invecchia. Manca l’ultima edizione dei Giochi, ci sono le precedenti, con un’infinità di storie di campioni e di episodi, noti e meno noti, affascinanti. Quello che faccio io non è una recensione, anche se consiglio di leggere il libro pur se mancano le gare più recenti. Io mi limito a spulciare per cercare alcuni episodi controversi che hanno attraversato la storia dello sport. Non perché mi piacciano gli episodi controversi, ma perché sento così spesso dire che non va contestata la regolarità delle gare da averne la nausea. Gli atleti, in qualsiasi disciplina, fanno del loro meglio, di solito in modo corretto, a volte in modo scorretto (il caso più noto di scorrettezza è il doping, ma ci sono stati casi di bici con un piccolo motore per aiutarsi negli scatti, sabotaggi di attrezzature di altri atleti, scommesse, e chissà quant’altro), ma non ci sono solo gli atleti. Ci sono allenatori, società, sponsor, televisioni, nazioni, giri di scommesse… Lo sport dovrebbe essere pulito, non sempre lo è. Vediamo alcuni episodi.
Cominciamo con prima della prima edizione. Lascio stare tutti i problemi organizzativi e finanziari affrontati dal francese de Coubertin, e mi soffermo su una decisione che, tecnicamente parlando, non è un imbroglio, ma ci fa capire da subito cosa significano i Giochi olimpici, anche quando ancora non esistevano e non interessavano a quasi nessuno:
con i francesi inevitabilmente in posizione di forza dentro il Comitato olimpico, le prove di ciclismo in programma diventano casualmente cinque, come le vittorie che tutti si aspettano da Paul Masson (ne conquisterà in effetti tre): piccolo segnale delle lotte sotterranee per garantire specialità favorevoli agli atleti di casa… (pag. 33)
La manifestazione non è ancora nata, il grande pubblico non sa neppure che esiste (per la verità per ora non esiste neppure il grande pubblico), e già si cerca di fare in modo che gli atleti di casa conquistino il più alto numero possibile di medaglie. Poi venitemi a raccontare che l’importante non è vincere ma partecipare.
Seconda edizione, Parigi 1920. La maratona viene inserita nel programma di gare all’ultimo momento e si svolge per le vie della città. Lo statunitense Arthur Newton a un certo punto si accorge di essere solo in testa, continua a correre e, visto che non vede nessuno che lo supera, si convince di essere il vincitore. Quando però taglia il traguardo lo avvisano che è solo quinto, dietro un lussemburghese che vive a Parigi da anni e che al momento si crede sia francese, un francese, uno svedese e un altro pattinatore di cui Bonzi non indica la nazionalità.
l’americano non si dà pace, perché sa che nessuno gli è passato davanti. A meno che… gli altri non abbiano preso una scorciatoia, cosa assai probabile, anche perché i primi classificati sono molto meno affaticati e impolverati di lui. Le proteste piovono nel vuoto, quinto era e quinto rimane. Gli arriveranno quanto meno le scuse dei giornalisti francesi (pag. 55).
Non credo se ne sia fatto tanto delle scuse. Ormai non sapremo mai se i quattro maratoneti hanno effettivamente preso una scorciatoia, ma da questo racconto sembra probabile, un racconto che ci dice che anche quando non c’era la televisione e il relativo prestigio, e non c’erano interessi economici legati a premi in denaro o a sponsor, per qualcuno la tentazione di barare era fortissima. Dubito che con la crescita di importanza delle gare in questo periodo di tempo sia cresciuta anche l’onestà. I disonesti ci saranno sempre, fra gli atleti… e fra gli altri. Subito dopo la gara della maratona, Bonzi si sposta su una prova di ciclismo.
Grant, un altro americano, settimo, accusa un ciclista di averlo buttato a terra mentre stava superando un concorrente francese. Farà causa al CIO 20 anni dopo. Inutilmente. E il terzo classificato, lo svedese Fast, chiede informazioni a un agente che gli fa sbagliare strada (pag. 55).
Dubito che Grant avesse qualche prova, ma ho il sospetto che fare un ricorso al CIO sia quasi sempre inutile. Comunque in quattro righe vediamo la correttezza degli atleti, e anche di coloro che dovrebbero occuparsi della correttezza delle gare. Tutto bene.
Sorvolo sul razzismo delle Giornate Antropologiche di St. Louis 1904 e sull’intera edizione e sui Giochi intermedi del 1906, e mi soffermo sull’introduzione a Londra 2008, quando i Giochi iniziano finalmente a crescere di importanza con tutto quel che ne consegue:
i Governi, improvvisamente, si accorgono dello sport e ne intuiscono il potenziale di aggregazione, di identificazione tra individui della stessa nazione, persino di “misura” della forza economica e semplicemente dello stato di salute della Nazione. Il che li trasformerà parzialmente o completamente, soprattutto dopo la I Guerra Mondiale, in uno strumento di propaganda nazionalistica (pag. 93).
Bonzi cita un passaggio tratto da Giochi di Potere di Nicola Sbetti, mi sa che dovrò comprare anche questo libro, perché Bonzi lo citerà anche più avanti e tutte le citazioni sono interessanti. Comunque i Giochi diventano strumento di propaganda nazionalistica, e non solo in periodi di guerra. Per le nazioni diventa importante dimostrarsi forti da tutti i punti di vista, medagliere compreso, anche se il CIO non ha mai riconosciuto il medagliere ufficiale per nazioni. E se per una nazione è importante vincere tante medaglie, siamo sicuri che tutti giochino sempre in modo pulito? Va bene, siamo a Londra 1908, edizione in cui
in tutte le discipline i giudici sono solo inglesi e di favoritismi se ne contano a bizzeffe (pag. 99).
Quindi la tendenza ad aiutare i connazionali è qualcosa che esiste praticamente da sempre. La soluzione del CIO è usare giudici internazionali fin dall’edizione successiva, e certo questo aiuta. Non risolve tutto, però. Se in sport come il tennis è facile scegliere un arbitro di una nazionalità diversa da quella di entrambi i giocatori, nel pattinaggio i giudici sono nove, senza contare il pannello tecnico, e i pattinatori provengono da parecchie nazioni (a Pechino erano 20 nella gara maschile, 23 in quella femminile, 13 in quella delle coppie di artistico e 17 in quella di danza): dove li trovano nove giudici qualificati che non appartengono a nessuna di queste nazioni? E poi ci possono essere accordi fra giudici di nazionalità diverse, come ci ha dimostrato nel modo più evidente lo scandalo di Salt Lake City 2002.
Se le prime polemiche che ho citato non hanno portato a nulla, con le medaglie che sono rimaste a coloro a cui erano state assegnate durante i Giochi olimpici, abbiamo anche il caso di due medaglie ritirate a Stoccolma 1912 (pagg. 114-115). Si tratta degli ori vinti da Jacobus Franciscus “Jim” Thorpe, nel pentathlon militare e nel decathlon con prestazioni nettamente superiori rispetto a quelle dei suoi avversari, tanto da far guadagnare all’atleta i complimenti del re Gustavo V di Svezia al momento della premiazione. Il motivo, vero, è uno che ora fa rabbia: Thorpe è stato accusato di professionismo, all’epoca una colpa imperdonabile. Che poi il suo professionismo fossero 100 dollari al mese guadagnati da semiprofessionista nel campionato di baseball per aiutare la madre vedova, dopo che lui aveva perso il sostegno universitario, non importava a nessuno. Così come non importava che lo scandalo fosse scoppiato 7 mesi dopo le gare, quando il tempo per il ricorso è di soli 30 giorni. Forse, sospetta Bonzi, determinante per la cancellazione dei titoli di Thorpe è stato il razzismo, visto che l’atleta era un indiano (nel senso di nativo americano, termine che non mi è mai piaciuto). I titoli gli verranno riassegnati solo nel 1892, quando Thorpe è morto da un pezzo, povero e quasi dimenticato. C’è da dire anche che lo svedese Hugo Wieslander, secondo classificato, ha sempre rifiutato la vittoria a tavolino. Tanto di cappello a chi è in grado di riconoscere la superiorità dell’avversario e reputa i principi sportivi più importanti degli interessi personali.
Il razzismo, e le discriminazioni, possono avere molte forme. Una è quella nei confronti delle donne, che de Coubertin non avrebbe voluto presenti ai giochi. Fedele alle idee vittoriane, per lui la donna era l’angelo del focolaio domestico, e al più poteva accontentarsi di fare la spettatrice (già un passo avanti rispetto all’antica Grecia, comunque). Per la prima volta a Stoccolma vengono disputate le gare femminili di nuoto, la vincitrice dei 100 metri stile libero è l’australiana Sarah “Fanny” Durack. Durack
si è pagata il viaggio in nave perché le autorità sportive australiane non vogliono «sprecare soldi» per le donne alle Olimpiadi (pag. 117).
Fra l’altro, il nuoto è uno sport è scandaloso, Bonzi ricorda l’arresto, cinque anni prima, di un’altra australiana, Annette Kellerman, su una spiaggia di Boston, per oltraggio al pudore: indossava un costume intero. Si potrebbe scrivere a lungo dell’abbigliamento delle atlete in tutte le discipline, dai costumi di tutte coloro che si sono dedicate a discipline con l’acqua alle tenniste che giocavano con il busto col le stecche e cappellini enormi, fino ad arrivare in certi casi a situazioni opposte, con le pallavoliste che ora sono costrette a indossare pantaloncini quasi inesistenti. Ma questo è qualcosa su cui al momento sorvolo, come sorvolo sulle condizioni di sicurezza, anche se Bonzi racconta diverse storie drammatiche di atleti che hanno perso la vita per condizioni di gara terribili e in assenza di un soccorso medico adeguato.
Finita la guerra i Giochi olimpici tornano a essere disputati. Ad Anversa nel 1920 la polemica scoppia con la finale di calcio, con i giocatori della Cecoslovacchia che lasciano il campo
inaspriti dal comportamento dell’arbitro, dopo l’1-0 del Belgio segnato su rigore contestatissimo (a ragione!), il 2-0 in fuorigioco e l’espulsione del difensore Steiner (pag. 138).
Nel momento dell’espulsione se ne va l’intera squadra, a cui viene assegnata la sconfitta per 5-0 a tavolino e a cui non viene assegnata neppure la medaglia d’argento. Al confronto, quanto avvenuto nella gara (a cronometro) di ciclismo su strada, raccontato qualche riga più in basso, è assolutamente normale: la classifica iniziale vede primo il sudafricano Kaltenbrun, secondo il francese Canteloube e terzo lo svedese Stenqvist. Kaltenbrun sta già festeggiando quando gli organizzatori si rendono conto di un piccolo dettaglio: Stenqvist è stato bloccato per quattro minuti da un passaggio a livello chiuso. Tolti al suo tempo quei minuti, l’oro va a Stenqvist, con buona pace della classifica divulgata inizialmente, dimostrazione che in alcuni sport esistono precedenti di gare con risultato cambiato anche dopo che è stata stilata la classifica ufficiale.
Nelle pagine dedicate a Parigi 1924 e Amsterdam 1928 ho fatto diverse sottolineature, compresi un paio di passaggi da Giochi di Potere, ma nulla che riguardi gare contestate, possibile che non ce ne sia stata neppure una? O forse nel momento in cui leggevo quelle pagine la mia mente era concentrata su altro, chissà. Per quanto riguarda i discorsi di marketing, mi sa che mi focalizzerò su quest’aspetto quando leggerò il libro di Sbetti.
Con Los Angeles 1932 inizia a venire il dubbio che non tutte le donne che partecipano alle gare femminili siano, in effetti, donne. Per esempio, la polacca Stanislawa Walasiewicz vince i 100 metri femminili, stabilendo pure il record del mondo, quindi ottiene la cittadinanza americana, cambia il suo nome in Stella Walsh e si sposa. Fin qui tutto bene, anche se il suo aspetto non è molto femminile. Peccato che nel dicembre del 1980 l’ormai anziana signora Walsh venga assassinata durante un tentativo di rapina, e l’autopsia disposta di legge nei casi di morte violenta accerti che la signora Walsh in realtà era un uomo (pag. 197). Ok, ora ci sono controlli sul sesso, questo non può più avvenire, ma… suppongo che Walasiewicz volesse lasciare il suo paese, e che per farlo abbia trovato come sistema quello di diventare una campionessa olimpica famosa in tutto il mondo, almeno per quanto erano famosi i campioni olimpici all’epoca, e quindi cambiare nazionalità. Non ho idea di quali possano essere stati i suoi rapporti con il marito. Però evidentemente ci sono persone che, pur di ottenere una vittoria, sono disposte a fare cose parecchio strane e non esattamente legali, e se ora questo non è più possibile, chissà cos’altro si può inventare se si ha abbastanza fantasia. Quanto alle gare di atletica maschili, il passaggio merita di essere riproposto (quasi) per intero:
Nei 3.000 siepi i giudici sbagliano il computo dei giri, imponendone a tutti uno in più: 450m di troppo che rimescolano le carte, dal momento che alla campana (sbagliata) di segnalazione dell’ultimo giro era in seconda posizione l’americano Joseph Paul McCluskey, poi bronzo dietro all’inglese Thomas Evenson […]; i concorrenti sono così stremati da rifiutare la ripetizione della gara. Non va meglio nei 200m a Ralph Metcalfe che, per un errore di misurazione del décalage, si trova un metro di handicap rispetto agli altri, ed è solo la tripletta USA a convincere Metcalfe, finito terzo, a non presentare reclamo. Il francese Jules Noël supera i 48m nel disco, ma si ritrova derubato del risultato dai giudici che perdono ogni traccia del suo lancio: ripete la prova e con 47,78m rimane al di sotto del risultato raggiunto prima, finendo fuori dalla zona medaglie, quando probabilmente avrebbe potuto anche vincere l’argento (pag. 198).
Tre gare diverse con risultati decisi da errori dei giudici. Affascinante.
A Berlino 1936 viene introdotta un’importante innovazione tecnologica. Il libro di Bonzi è anche questo, alla storia dello sport e dei suoi protagonisti si intrecciano vicende politiche e sociali, ma anche dettagli legati alla tecnologia, e se in questo post fornisco una lettura molto parziale, su un aspetto che mi sta particolarmente a cuore, la correttezza delle gare, l’intero libro va letto con attenzione. Nel torneo di spada, per la prima volta, viene usato il segnalatore elettrico
limitato inizialmente a un’arma e molto più tardi esteso al fioretto (Mondiali 1955), che fa addirittura scandalo, venendo interpretato come una prova di sfiducia nella tradizionale lealtà degli schermidori. O dei giudici (pag. 215).
Due considerazioni. C’è stato chi ha ritenuto scandaloso l’uso della tecnologie perché era ritenuto offensivo anche solo ipotizzare che gli atleti, o i giudici, non fossero esattamente corretti. Non dico che siano tutti scorretti, ma dare per scontato che siano tutti corretti è, nella migliore delle ipotesi, un’ingenuità. Io, che in certi casi tendo a pensare male, credo che alcuni non volessero valutazioni obiettive perché con valutazioni obiettive è molto più difficile far vincere l’atleta che si vuole indipendentemente da chi sia stato più bravo. La seconda considerazione è: se la spada ha introdotto una tecnologia migliore nel 1936, e il fioretto l’ha introdotta nel 1955, cosa diavolo sta aspettando il pattinaggio artistico? Non c’è un segnalatore elettrico per il pattinaggio artistico, ma esistono tecnologie obiettive che renderebbero più semplice e imparziale l’operato dei giudici. Peccato che non vengano adoperate. Perché?
Proseguo con un solo inciso – in questo caso Bonzi sta parlando dei finti dilettanti e degli escamotage usati da alcuni atleti, o da alcune nazioni, per conservare lo status di dilettante per atleti che, di fatto, sono professionisti – che comunque va bene in qualsiasi contesto: non è importante essere realmente corretti, è importante presentarsi come corretti, soddisfacendo perciò
la dubbia morale olimpica, che privilegia sempre l’apparenza sulla sostanza (pag. 225).
Altro piccolo salto nel tempo, oltre una nuova Guerra Mondiale e un paio di edizioni, Londra 1948 e Helsinki 1952, su cui sorvolo completamente. Siamo alla gara di tuffi di Melbourne 1956, quando
gli evidenti favoritismi del giudice sovietico, Eva Bozd-Morskaya, producono l’introduzione della norma che non farà votare i giudici per atleti del proprio Paese, vigente ancora oggi (pagg. 296-297).
Regola che in realtà è una pezza e non risolve il problema. Cosa dice esattamente la regola? No, perché io le gare di tuffi le seguo troppo saltuariamente per conoscere le regole. Ho scoperto la disciplina per caso, con Gao Min, nel 1992, e qualche giorno più tardi, quando ho visto che c’era un’altra gara di tuffi, mi sono fermata sperando di rivederla. Gao non era in gara, in compenso sono diventata una fan dell’allora giovanissima Fu Minxia. Quindi come funziona? I giudici non possono votare per i loro connazionali anche se fanno parte della giuria? Da questo brano io capisco che la regola è questa, correggetemi se sbaglio. E, se è così, non sono tanto tranquilla. Alle gare di tuffi, come a quelle di pattinaggio, prendono parte atleti di parecchie nazioni, perciò è difficile avere un pannello di giuria ampio (non so quanto sia ampio quello dei tuffi) escludendo tutti i giudici che hanno connazionali in gara. E se io giudicassi una gara di pattinaggio, volessi aiutare gli italiani ma, pur essendo nel pannello di giuria, non potessi assegnare il voto agli italiani, potrei comunque aiutarli assegnando voti bassi agli altri atleti. Questo senza considerare la possibilità che io mi accordi con un giudice di un’altra nazione: tu aiuti il mio connazionale, e io aiuto il tuo. No, per diminuire la possibilità che i giudici manipolino le gare bisogna introdurre sistemi di giudizio obiettivi su tutto ciò che può essere giudicato in modo obiettivo, e squalificare i giudici scorretti.
Nel suo libro Bonzi cita passaggi dai libri di diversi altri autori. Uno di questi libri è Roma 1960, le Olimpiadi che cambiarono il mondo di David Maraniss, giornalista del Washington Post. Maraniss sottolinea
L’emergere di forze nuove che avrebbero cambiato per sempre il mondo dello sport, rendendolo da un lato più egualitario, più democratico e aperto a tutti, ma dall’altro più condizionato dai soldi, dalle organizzazioni statali, dalla propaganda politica, dagli sponsor, e soprattutto… dalle televisioni (pag. 311).
Se io scrivo che ci sono interessi economici dietro agli eventi sportivi, che ci sono interessi statali, che c’è propaganda, che le televisioni hanno una loro influenza che non va sottovalutata… non sono io che sono complottista, che mi invento cose che non esistono. Ne scrive un importante giornalista statunitense a proposito di un evento sportivo che si è disputato 62 anni fa, quando la televisione stava ancora cercando di capire l’importanza degli eventi sportivi.
Passiamo alle gare, o meglio a una gara, quella maschile dei 100m stile libero. Non ho mai seguito nuoto, mi dichiaro totalmente ignorante sull’argomento, anche se ricordo di aver visto le polemiche, in estate, sulla 50m dorso maschile al Campionato del mondo. La prima classifica vedeva il podio occupato dall’americano Hunter Armostrong, dal polacco Ksawery Masiuk e dall’italiano Thomas Ceccon. Mentre era in corso la cerimonia di premiazione, però, il risultato è stato modificato, a seguito del ricorso presentato non so se dagli Stati Uniti o se dallo statunitense Justin Ress. Ress era stato squalificato per essere rimasto completamente sott’acqua oltre il tempo consentito, qualcosa che, mi dicono, gli è capitata anche in altre occasioni. La giuria ha guardato il video della gara (un video con dettagli visibili solo dai giudici, non disponibile per il grande pubblico, che deve solo accettare la correttezza di ciò che viene detto perché nessun giudice ha mai imbrogliato in nessuna competizione) e ha annullato la squalifica perché, a quanto pare, Ress aveva un dito fuori dall’aqua. Mi sarebbe piaciuto vederlo, quel dito. Uno solo? In che posizione tiene le mani Ress quando nuota? Così, per curiosità. Va bene, ricorso accolto, Ress primo, Armostrong secondo, Masiuk terzo, Ceccon quarto, torniamo al 1960, perché nel nuoto non è mai accaduto nulla di strano. La gara è molto combattuta, l’australiano John Devitt e l’americano Lance Larson finiscono apparentemente appaiati, con Larson che conclude sotto il pelo dell’acqua.
Non ci sono le sofisticate apparecchiature elettroniche di oggi, fa fede il giudizio del giudice d’arrivo. E lo svedese Runstromer non ha dubbi: primo Devitt e gli assegna la vittoria. Ma i cronometri la pensano diversamente: dei tre esistenti, due assegnano a Larson 55”1, il terzo addirittura 55” netti. Su Devitt tutti e tre concordano: 55”2. La squadra americana sporge ovviamente reclamo il giorno dopo, ma l’inossidabile svedese non vuole sentir ragioni e per 5 voti a 3 viene respinto: i cronometristi debbono rilevare il tempo e basta, spetta a lui e a lui solo identificare l’ordine di arrivo. Che non cambia. E poiché non si può scrivere primo Devitt in 55”2, secondo Larson in 55”1, a entrambi i concorrenti sarà attribuito lo stesso crono ufficiale, 55”2 (primato olimpico). Ingiustizia è fatta. Va detto che nella sede RAI di Milano il filmato della gara viene osservato e valutato al rallentatore, diciamo in largo anticipo sulla “moviola” del calcio, e conferma il successo di Larson… (pag. 328).
Non sono neppure a metà libro, e il post è già lungo. Per ora mi fermo, ma di episodi quanto meno curiosi, con risultato non esattamente limpido, ce ne sono ancora parecchi.