GIFT – prima parte

Per il pubblico GIFT è nato l’ultimo giorno di Prologue. È stata un’esperienza intensa, Prologue, qualcosa che nessuno, prima di Hanyū Yuzuru, aveva mai immaginato. Uno show di pattinaggio con un unico pattinatore? Come avrebbe fatto a reggere a livello fisico per l’intera durata dello show? Si sarebbe cambiato? Ci sarebbe stato qualcosa a collegare le varie parti? E, se ci fossero stati video, il pubblico non si sarebbe annoiato? I dubbi erano tanti. Prologue li ha spazzati via. Pattinaggio ad altissimo livello, in ogni momento. Alla fine Hanyu era esausto, ma il numero complessivo di quadrupli e tripli (e trottole, e sequenze di passi, che sono comunque cose stancanti) è alto, molto più alto del numero di salti normalmente eseguiti in una gara. Un impegno mentale ed emotivo notevole, perché in pochi minuti è passato da un programma all’altro, da un’interpretazione all’altra, e con una parte della mente focalizzata sull’andamento complessivo dello show e non sulla singola cosa che stava facendo. Si è affidato a professionisti bravi nei loro rispettivi campi, MIKIKO, i Rhizomatiks, Kōki Nakamura che ha suonato lo shamisen per Change, ma il progetto generale era suo, e tutto ruotava intorno a lui.

In Prologue Hanyu ha narrato la sua storia iniziando dall’addio alle gare, non al pattinaggio, e poi è tornato indietro, alle prime competizioni. Ha narrato la sua storia attraverso programmi memorabili, alcuni pattinati sul posto, altri mostrati nei video. Gli allenamenti, le gare, i momenti belli come quelli dolorosi, il terremoto, la stagione 2013-14, con i trionfi di Sochi e Saitama, ma anche, alla fine, in Sasanqua, i secondi posti che aveva ottenuto in autunno, prima dei trionfi, e poi i salti, il quadruplo loop, PyeongChang, i suoi sogni, gli infortuni, il quadruplo salchow e il quadruplo axel, fino a Haru yo, koi, l’ultimo programma che ha interpretato su una pista di gara. Prologue (1, 2) è incentrato sulle gare, ed è una storia magnifica. Al di là dell’impegno fisico, nessun altro avrebbe potuto ideare una storia del genere e portarla avanti. Perché la storia abbia senso, deve risuonare con il pubblico. Le lotte devono essere reali. Il percorso deve essere importante. E chi narra la storia deve avere una presenza scenica tale da catturare tutti con ciò che sta facendo. Il lavoro di MIKIKO e dei Rhizomatiks, per quanto straordinario, non avrebbe avuto lo stesso effetto se fosse stato accostato a programmi vuoti.

Prologue ci ha detto che era possibile fare uno show di un’ora e mezza da solo, con una storia a collegare i programmi, pattinaggio dal vivo, video, musica e luci. GIFT dura di più, l’impegno fisico richiesto è maggiore. Il Tokyo Dome non è la Pia Arena di Yokohama né Flat Hachinohe. A Yokohama gli spettatori erano stati 7.900, per due giorni di fila, con diretta nei cinema e nei teatri e in televisione il secondo giorno. A Hachinohe gli spettatori erano stati 3.000, in tre giorni diversi, anche in questo caso con diretta in cinema e teatri e in televisione. Il Tokyo Dome, come capienza massima, può ospitare 55.000 spettatori, anche se poi abbiamo saputo che, viste le dimensioni della pista (Hanyu ha voluto la pista olimpica, 30×60 metri) e di tutto quello che c’era intorno, gli spettatori che hanno potuto assistere allo spettacolo dal vivo sono stati 35.000. Più 30.000 persone nei cinema e nei teatri. Più i giapponesi che hanno visto lo spettacolo in televisione su Disney+. Più il resto del mondo che lo ha guardato su GlobeCoding, e spero che ci verrà detto il numero delle persone che ha comprato il biglietto. Tutto è più grande. Tutto viene magnificato. E se si fallisce, il fiasco può essere di portata colossale.

Dietro a GIFT c’è un lavoro di preparazione enorme. Lo immaginavamo prima, ne abbiamo avuto la conferma durante lo show. Io sono stata letteralmente sopraffatta. Le emozioni provate in quelle tre ore, nei giorni successivi, fino a quando è stato possibile riguardare lo show – spero che venga realizzata una versione su DVD o un qualsiasi altro supporto che possiamo acquistare e conservare, per riguardarlo tutte le volte che vogliamo – sono intensissime. Queste sono considerazioni personali, di una fan che ha guardato lo show con aspettative alte ma anche tante incognite. Non avevo idea di cosa avrei visto. La presenza di MIKIKO e dei Rhizomatiks in Prologue mi aveva dato un’idea del tipo di lavoro che sono in grado di fare, ma lo avrebbero riproposto o avrebbero fatto altro? Certo non poteva essere una mera riproposizione di Prologue, non avrebbe avuto senso.

La prima cosa che abbiamo visto sono state quelle due mani enormi, al fianco del megaschermo, e lo spazio per due orchestre. Alla fine abbiamo saputo che a suonare erano state la Tokyo Philharmonic Orchestra e una seconda orchestra diretta da Satoshi Takebe. Solo professionisti di altissimo livello. Artisti, nei rispettivi campi.

Le prime parole che abbiamo sentito sono state quelle del breve video di presentazione caricato sul sito ufficiale. Are you happy there? Do you have a connection with someone? Un’anticipazione. Hanyu si diverte a giocare con noi, per il sito ufficiale ha usato una sua fotografia che lo ritrae con il costume di The Final Time Traveler, programma di esibizione della stagione 2014-15, e ne ha caricata una nuova interpretazione sul suo canale Youtube, indicando che era un programma “for GIFT“, poi però in GIFT di The Final Time Traveler non c’era traccia. O forse sì? Nello spirito?

Il brano è stato scritto da Hideki Sakamoto per il videogioco di Jiro Ishii Time Travelers. Ishii stava lavorando a un progetto con il quale voleva riportare l’attenzione sul terremoto di Kobe del 1995, che stava sparendo dalla memoria collettiva, quando si è verificato il terremoto del Tōhoku. Superati i dubbi iniziali sull’opportunità di andare avanti, ha completato un gioco nel quale è fondamentale il ricordo del passato, che rischia di essere cancellato da un cataclisma che ha tolto la vita a numerosissime persone. Il ricordo del passato. La memoria. Un trauma, e la capacità di superarlo per andare avanti. Ma questi pensieri sono arrivati dopo. È difficile separare ciò che ho vissuto in quel momento da ciò che ho elaborato dopo. E, da fan, è inevitabile che io proietti in ciò che ho visto tutto ciò che so. Forse qualcuno che non è un fan non si ritrova, certamente ognuno di noi ha la sua esperienza personale. Per me, ciò che so si è sovrapposto a ciò che ho visto e sentito, e al mio vissuto personale.

Is your heart broken?

Quanto è difficile fare questa domanda? Rischia di sembrare solo vuota retorica. Avrebbe potuto esserlo, se dopo non ci fosse stato tutto quello che c’è stato. Giusto per togliere dubbi, la quinta volta che ho guardato lo show mi sono trascritta tutto ciò che Hanyu ha detto, perché non volevo perdere le sue parole. Anche se la trascrizione non può conservare il tono della sua voce, la musica, né tutto ciò che abbiamo visto. Hanyu, il suo pattinaggio, le luci, le coreografie delle Elevenplay.

La prima musica, dopo alcuni colpi di tamburo e alcuni semplici giochi di luce fatti per calarci nell’atmosfera, è stata quella di L’uccello di fuoco di Igor Stravinskij. È una delle musiche più usate nel pattinaggio, non ho idea di quante volte l’ho sentita. È stata usata anche da Hanyu, come programma libero della stagione 2007-08, la sua ultima stagione novice. Con quel programma ha vinto tutti i suoi liberi. Non tutte le gare, al Campionato nazionale junior si è classificato terzo, un risultato straordinario per la sua età (era settimo dopo il programma corto, ha vinto il libero, diventando il pattinatore più giovane capace di salire sul podio in quella gara). Dettagli che ho controllato in seguito, anche se il costume lo ricordavo bene. Un costume cucito da sua mamma, come tutti quelli degli anni giovanili. Bello, ma quando il lavoro viene commissionato a una stilista straordinaria come Satomi Ito, il risultato è capace di togliere il fiato.

Musica epica dunque, con una breve introduzione in cui abbiamo visto alcune foto e ci sono state ricordate alcune gare. In Prologue avevamo visto parecchi video di gara, tutte gare di Grand Prix, ho notato dopo, nessuno di un Campionato ISU, e solo foto dai Giochi olimpici. In quel caso suppongo che la scelta sia stata legata ai diritti, probabilmente Hanyu ha faticato meno a comprare i diritti delle gare di Grand Prix, ha rinunciato ai Campionati ISU, tanto il dettaglio lo si nota solo se si fa davvero attenzione, e si è accontentato delle foto di Sochi, PyeongChang e Pechino. Stavolta quelle immagini sono quasi del tutto assenti. I pochissimi video di gara sono brevi e dedicati a quando è un bambino, o si vedono di sfuggita, con un’inquadratura laterale, i colori smorzati. Suppongo che l’idea fosse di differenziare il più possibile i due show, ma non solo.

Hanyu è un pattinatore, lo sappiamo. Eppure GIFT non parla di pattinaggio. In tutto lo show, Hanyu non ha mai parlato di gare, di sport, di pattinaggio, di pista. Sono cose che vediamo, che sappiamo, ma lui non ne ha parlato. Prologue è la storia di un atleta. GIFT è la storia di una persona. Prologue è la storia di Hanyu Yuzuru-senshu, GIFT è la storia di un bambino, e poi un uomo, che insegue un sogno, ed è la mia storia. Il pattinaggio lo vediamo, perché Hanyu è un pattinatore, e conoscendo la sua storia siamo in grado di unire i puntini, sentire anche quello che non dice, ma proprio perché non dice tante cose, ci caliamo in lui. Completamente.

Hanyu compare sul megaschermo, seduto su una sedia, al buio, con solo una luce a illuminarlo e inquadratura dall’alto, qualcosa che ritroveremo più avanti. La sua storia inizia in modo semplice, come iniziano tutte le storie, con la scoperta del mondo, e il desiderio di trasformarsi in ciò che ama. Anche se è piccolo, anche se ci sono limiti a quello che è in grado di fare, il futuro è lì che lo aspetta, insieme ai suoi sogni.

L’entrata in scena è spettacolare con una piattaforma che lo porta in alto, in centro al megaschermo, e quelle ali di fuoco che sono un’espansione delle sue ali. Il calore dei sentimenti, della gioia di ciò che si ama. Bisogna essere sicuri di sé per potersi permettere un ingresso come questo, perché il rischio di essere sopraffatti, o di scadere nel pacchiano, è alto. Ma, quanto tutto funziona alla perfezione, come in questo caso, l’apertura è epica. E insieme all’uccello di fuoco della fiaba russa, del balletto di Strvinskij, con la lotta fra il bene e il male, percepiamo che colui che si trova di fronte a noi è una fenice, capace di rigenerarsi, di rinascere dalle sue ceneri per annunciare l’arrivo di una nuova era.

La musica incalzante, i fuochi intorno alla pista, lo sbattere delle ali maestoso, un gesto molto diverso da quelli molto più dolci del cigno che incontreremo più avanti, una layback ina bauer immensa, una trottola che, con quel costume, diventa magica… tutto è perfetto. Siamo già nella storia, con Hanyu che si ferma, con le ali spalancate, per dare un attimo di respiro, immobile prima di una nuova partenza.

I could do more things.

Sentiamo un orologio in sottofondo, il tempo che passa, così come un orologio era la porta di Prologue. Hanyu non dimentica ciò che ha fatto, anche se lo rivive e lo trasforma. E rivediamo proprio L’uccello di fuoco nel ricordo del passato. Dall’Hanyu tredicenne passiamo all’Hanyu ventottenne. È sempre lui, più grande, con un costume più bello, con lo stesso sogno.

It will surely come true, eventually.

La luce, con quell’ombra lunghissima che gira intorno a lui, e la dichiarazione di determinazione. Il sogno che si avvererà di sicuro, perché lui non è disposto ad accettare nulla di diverso, perché non gli piace fallire. Quando è stata l’ultima volta che ci siamo sentiti invincibili? Che siamo stati sicuri che i nostri sogni si sarebbero avverati?

Ci sono musiche che non riconosco ad accompagnare le parole di Hanyu. Una parte del mio cervello protesta, perché io vorrei sapere tutto, ma in realtà non è necessario. Quello che conta è l’effetto, e ogni scelta musicale è perfetta. Ogni parola è perfetta. Ogni immagine è perfetta. Tutte insieme che si fondono in un’unica storia.

La nascita, il sogno, la natura. Credo che un occidentale non possa davvero capire cosa provi un giapponese per la natura. Io sto leggendo tanto, non perché devo ma perché voglio, e… non so, penso all’hanami. A Hana ni nare, con il desiderio di essere un fiore. Al Kojiki, con la creazione del mondo, usato da Shae-Lynn Bourne per realizzare la coreografia di Origin. Alla scelta di eseguire la combinazione 3A+2T, la combinazione “leggera”, un salto staccato dal filo seguito da un doppio, ingentilito dall’essere eseguito con le braccia alzate, e poi un altro salto staccato dal filo, un 3Lo, in Ten to chi to, perché in quel momento la musica faceva percepire a Hanyu un vento gentile, e lui voleva trasmettere questa sensazione. Al fatto che Hanyu, nel periodo in cui ha realizzato Hope and Legacy, ha studiato bioetica, e dopo Helsinki ha parlato della sensazione di immersione nella natura che ha provato mentre pattinava. Hope and legacy, un programma chiamato non con il nome del brano musicale, ma con un nome ideato di proposito, perché anche le parole sono importanti, e quel programma, speranza ed eredità per il futuro, è Hanyu stesso.

When night comes, everyone can see me. There’s nothing though about it. Because this is me.

Questo sono io. Questo è ciò che sono. Non fa male, perché anche le nostre ferite hanno costruito la nostra identità. Quanta forza ci vuole per dirlo? Le difficoltà, sue, di tutti noi, si susseguono continuamente.

I wanted to become strong and impressive like the moon. There were many times afterward that were though and sad and made me want to quit, but I kept trying. But there’s still so much I can’t do. I should’ve known. But I’m going to keep trying. I will succeed. It was like being stuck forever in a dark tunnel. But there were several places where the light entered. Morning gave way to night, and again to morning and soon night again. Every day was like that. When I traveled through that tunnel, I was alone. But that was a good thing. I have something to cherish! It was a flash of a dream. It’s what’s important to me. I clung tightly to it and continued forward. Ceaselessly onward. Onward, onward! I ran and ran forward with all my strength. Before I knew it, all I had left was what I cherish.

Is that lonesome?

No, it’s fun! (Yes, it’s lonesome.)

That’s right! It’s fun! Always cherish what you don’t want to lose. Clasp it tightly and never let go. Because you have a dream you want to achieve! Because that’s impressive! And that’s me!

Me. Speranza ed eredità.

Non poteva esserci un altro brano, non dopo quest’introduzione. Alla fine il calcolo dirà che Hanyu ha interpretato dodici programmi, o spezzoni di programmi. Sette sono programmi di gara, tre programmi corti e quattro liberi. Due sono gala. Uno è un programma che abbiamo visto per la prima volta in Prologue. Gli altri due sono stati realizzati appositamente per GIFT. Questi ultimi sono nati in funzione di questo show, anche se io non mi lamenterei se li riproponesse in uno degli show a cui prenderà parte in futuro. Programmi scollegati, nati fra il 2007 e il 2021, con lo specifico scopo di fargli vincere le gare. Ma per Hanyu i programmi non sono mai una successione di elementi tecnici e basta, e quando un programma va in profondità, è possibile calarsi nella sua storia. Costruire una storia con lui.

Sull’immagine del cielo e del mare (il mare è sulla pista) partono le prime note, e chi conosce la carriera di Hanyu è immediatamente nella storia. Il programma più grande mai pattinato in una competizione internazionale. Ci sono stati programmi con più quadrupli, nessuno completato con la stessa perfezione dal primo all’ultimo istante. Un solo libero ha raggiunto questo livello, con lo stesso contenuto tecnico, tre anni e mezzo più tardi, in un campionato nazionale giapponese. Ma anche chi non ha questi ricordi non può non entrare nella storia. Le note di Joe Hisaishi sono meravigliose. Sorge la luna. E Hanyu torna in pista, sopra e sotto la luna, e scivola sulle onde per la sua sequenza di passi. Non poteva interpretare tutti i programmi per intero, non ne avrebbe avuto le forze. Già così quello che ha fatto ha dell’incredibile, la sua condizione atletica è eccezionale. Dubito che ci sia qualcun altro in grado di interpretare così tanti programmi, presentando lo stesso contenuto tecnico, nell’arco di tre ore. In questo caso i salti sono solo due, il triplo flip posto alla fine della sequenza di passi e il triplo lutz che chiude il programma. Di mezzo Hanyu crea il mondo con i suoi gesti, assistito dai video e dalle proiezioni. Lo vediamo che traccia segni con le sue lame, e anche quelle curve sono arte. Lo vediamo far sorgere il sole con un gesto, e immergersi nella natura. Lo vediamo fluire, perché la vita e il mondo sono un continuo divenire. Lo vediamo circondato di stelle, numerose come numerosi sono i sogni. Lo vediamo donare ciò che ha dentro di sé. Hope and Legacy.

Sole e luna tornano, ai lati del megaschermo, per un altro video con monologo. Abbiamo avuto il momento più glorioso, con un programma che, come testimoniano tutti i commenti in diretta dell’epoca, ha annichilito tutto ciò che chiunque altro aveva fatto fino a quel momento. Ora sappiamo che solo lui stesso, in una singola occasione, sarebbe tornato a quel livello. Ma quando si arriva al vertice non si può che cadere, e la caduta è molto dolorosa, proprio perché si è in alto. La qualità è quella dei vecchi film in super 8, immagini sfilacciate, piene di disturbi, monocromatiche, e una sofferenza che si spande fino a cancellare tutto.

Everything around me suddenly crumbled. I was simply too scared to do a thing. All the blades of grass and flowers disappeared. At some point, the sun had gone away. The moon was gone, too. Utter darkness.

Why?… I don’t know what happened. It was so shiny before. There were so many lives!

Why? Why?… Why?…

I was growing along with all that I cherish. I only chose that which is important, and yet…

Where did they go? Why did they go away? I cherished them so… Why?

I don’t like being alone. I didn’t think I would be lonely. I didn’t think I would be sad. I didn’t think being alone would be scary.

Tears spilled out again. The tears I’d been hiding all this time.

E le lacrime cadono sulla pista fino a cancellarla, fino a cancellare tutto. Io non ho idea di quanto lavoro ci sia dietro, ma il modo in cui le immagini, la musica e le proiezioni di luce si sposano è perfetto. L’impatto emotivo è fortissimo. Quante volte abbiamo nascosto le lacrime? Quante volte ci siamo sentiti annientare? Come si fa, da un momento epico come Hope and Legacy, a passare dalla disperazione assoluta? Perché? Perché avvengono queste cose?

Qual è l’essenza dell’arte? Perché le opere più grandi ci toccano in modo così profondo? Io posso raccontare ciò che ho visto, come è costruito lo show, ma le emozioni… ciò che so è che durante la visione, la prima come la sesta, c’era qualcosa dentro di me, una sofferenza che riconoscevo come vera, un bisogno che era il suo e allo stesso tempo il mio. Abbiamo sogni diversi, abbiamo seguito percorsi diversi, ma perché?

Perché? Perché? Perché?

Quanto un’esperienza è così intensa da prosciugarti, da ribaltarti come un calzino, da farti gioire, scendere nell’abisso più profondo e poi riportarti in alto, è molto di più di un semplice spettacolo, o di un semplice evento sportivo. Sì, tecnicamente parlando non è un evento sportivo, perché GIFT non è una gara, non ci sono punteggi, non ci sono risultati. Però Hanyu è diventato famoso praticando uno sport, e l’aspetto sportivo non sarà mai totalmente separato da lui, anche perché per lui è importante conservare un contenuto tecnico elevatissimo. Il più elevato in assoluto, evidente nella complessità tecnica di questo show, ma anche di un programma con cinque quadrupli, pattinato sulla sua pista e offerto in dono a tutti. Commentando con altre persone che hanno assistito allo show, ci è capitato di dire che abbiamo fatto una seduta di psicoterapia di gruppo. La profondità delle emozioni provate, l’intensità di ciò che GIFT ha suscitato dentro di noi, sono stati catartici.

Cosa è davvero importante per noi? Per me?

Hanyu è tornato in pista con un programma nuovo, One Summer’s Day, coreografato da David Wilson sulla musica di La città incantata di Hayao Miyazaki. Un mondo magico e pericoloso, abitato da yōkai, pieno di sorprese e di imprevisti, nel quale è difficile conservare la propria identità. Hanyu è Haku, il drago bianco che ha smarrito se stesso, ma che non esista a combattere per gli altri. E, anche stavolta, tutto è perfetto, dal costume bianco traslucido e fluttuante che ricorda Haku ai movimenti fluidi del suo volo libero. Niente salti, al di là di un paio di salti coreografici, una sola trottola, luci blu, il colore della profondità di quel mare su cui Hanyu pattina, della spiritualità e del mistero, ma anche della malinconia. Il pattinaggio non è solo salti, non è solo elementi tecnici con un preciso valore base. Lo abbiamo visto nelle gare, non sempre chi ottiene il punteggio più alto è colui che è capace di comunicare con chi lo sta osservando. E la morbidezza di questa pattinata vale molto più di un salto quadruplo.

Le Elevenplay, comparse in One Summer’s Day, ora diventano protagoniste. GIFT non sarebbe stato altrettanto perfetto senza il loro contributo, senza la commistione di così tanti talenti che hanno costruito insieme una storia straordinaria. Hanyu ci parla della luce delle stelle, nel cielo, e il ricordo di quel cielo stellato che lui e gli altri abitanti del Tōhoku hanno visto dopo il terremoto è immediato. Ne hanno parlato tutti, e chi ha visto un cielo come quello non lo può dimenticare.

There is something that you and only you can do. I want to see that.

Il numero è giocato sulla luce. Il tempo scorre, i giorni e le notti si susseguono.

The path you’ve chosen is very difficult. But I know that I can’t stop walking. Even if you’re a headwind, you’re kind. Even if it’s challenging now, you will make the cold day warm. You will make the hot day cool. Is that who you are? The wind blew strongly and it seemed to smile. That’s why I’m not scared. I choose to go into the strong wind. That wind spoke to me.

Keep coming this way. Your dream will come true.

Se andremo avanti, i nostri sogni si avvereranno. Quante volte ce lo diciamo? E quante volte riusciamo a trasformare i nostri sogni in realtà? La transizione fra un passaggio e l’altro è talmente fluida da far sembrare che sia questa la naturale dimensione della narrazione. Non è normale che il ballo si trasformi in luce, che dalla luce emerga Hanyu, che i gesti di Hanyu, sullo schermo, creino il mondo, e che dallo schermo emerga lui, in carne e ossa, per riproporre un programma epico? No? Non è questo il pattinaggio? No, solitamente non lo è. Nessuno, in precedenza, aveva mai immaginato di poter fare una cosa simile. Eppure, ora che lo abbiamo visto, sembra la cosa più normale del mondo, non perché semplice, ma perché organica. Viva. La mano che si chiude, un dito dopo l’altro, in un gesto semplice e perfetto, le luci che si muovono formando un cerchio sulla pista, un cielo stellato sul megaschermo, e poi una massa indefinita, una nuvola, una galassia, un’esplosione di luce che diventa uomo. Che diventa Hanyu, mentre le prime note della Ballata n. 1 di Chopin risuonano nell’aria.

Molti pattinatori hanno un programma iconico, che li rappresenta. Si pensa a quel pattinatore, e la mente corre subito a uno specifico programma. Per Hanyu questo non è vero, perché i programmi iconici sono tanti. È la sua intera carriera a essere iconica. La ballata, insieme a Parisienne Walkways, è il programma con cui ha stabilito più record del mondo, quattro. Diventano sei, se consideriamo che in due occasioni questo programma ha contribuito a fargli stabilire il record del mondo nel totale. Due di quei record del mondo, uno nel programma corto e uno nel totale, sono storici, fissati per sempre. E in altre due occasioni, pur senza record, Hanyu ha interpretato la ballata in modo perfetto. È stato con la Ballata che ha posto le basi per il secondo oro olimpico, e per la conquista del Super Slam. Non che questi pensieri vengano in mente durante lo show, ma sono lì, nel subconscio. Sentiamo le note, e ne siamo avvolti. Siamo travolti dalle emozioni. Come con la madeleine di Proust, non serve altro. Quando, in passato, mi è capitato di leggere articoli in inglese che criticavano la scelta di Hanyu di interpretare nuovamente programmi del passato, etichettandoli come mere ripetizioni, e ritenendoli qualcosa di stantio, da buttare via… questo significa non capire nulla. Mi spiace per loro, che si perdono la profondità. C’è una parte della cultura occidentale legata alla novità, all’usa e getta, che svilisce tutto quanto, che impedisce la crescita, la maturazione, la stagionatura, che non sa guardare all’essenza delle cose. La ritroveremo questa cultura in GIFT, più avanti, anche se alla prima visione non lo potevo sapere. Le note di Chopin sono la radice delle cose, la nostra essenza, sono l’accudimento amorevole per togliere tutte le imperfezioni. Sono un sogno che diventa realtà.

La prima parte del programma si svolge sullo schermo. Hanyu indossa un paio di scarpe da ginnastica e balla, all’interno di un locale buio, che non vediamo. Quello che vediamo è che dai suoi gesti si creano sbuffi di luce, nuvole, pulviscoli che si diffondono nello spazio. Abbiamo detto tante volte che Hanyu sembra creare le note con i suoi gesti. Ora ne abbiamo una rappresentazione visiva. Chiunque abbia avuto l’idea, è un genio.

La transizione dall’Hanyu sullo schermo a quello sulla pista è naturale, senza soluzione di continuità. Seamless. L’esecuzione, perfetta.

Chopin è stato uno dei vertici. Dopo, c’è la discesa nell’abisso. C’è la sensazione di affogare, di finire al fondo e non poter respirare più. Non poter sognare più.

Nobody else will achieve your dream for you. All along, you’ve chosen who to be.

Il percorso di Hanyu è riassunto in uno storyboard realizzato da Kyotaro Hayashi. Avrebbe potuto scegliere di usare video delle gare, ha preferito una rappresentazione dal tono fiabesco. Riconosciamo alcuni costumi, alcune posizioni, alcune gare. Vediamo Hanyu crescere, accompagnato dalle note di Otoñal. È il primo programma che ha interpretato dopo il secondo oro olimpico. Era arrivato al vertice, ha scelto un programma introspettivo, con cui riguardare alla carriera passata per prendere slancio verso il futuro. Le cose non sono andate come si aspettava. Come tutti noi ci aspettavamo.

You’ve fought a lot. You’ve done many disagreeable things. You’ve had much patience. You’ve cried heavily, with much regret. Every day has been your choice.

When did this hurt happen? It has fully formed a scab. But it’s not healing. You’ve been waiting the whole time.

I’ts okay. My dream has come true. I’ve become strong thanks to you.

It’s time to heal.

È tempo di guarire. Siamo capaci di dirlo? Il primo passo, difficilissimo, è riconoscere che c’è un problema. Che qualcosa ci ha ferito, ma che noi siamo sempre noi, e che possiamo volerci bene lo stesso. Che è importante volerci bene. Sto leggendo l’autobiografia di Kiira Korpi in questi giorni. La sua unica citazione di Hanyu riguarda ciò che Hanyu ha detto dopo aver vinto il suo secondo Campionato del mondo, a Helsinki nel 2017, con Hope and Legacy. Korpi aveva già lasciato le gare, ormai guardava tutto dall’esterno.

Instead of talking joyfully about getting to the top, he singled out a mistake in his short program and apologized for it. I wanted to shake him: Wake up, you’ve just won the world championship gold!” (but why didn’t I wake myself up to?!) – pag. 161

Korpi non è Hanyu, le loro carriere si sono sovrapposte solo in minima parte e non sono paragonabili, ma Korpi parla della difficile accettazione dei suoi errori e dei suoi limiti. Parla di ferite che non si vedono, ma che nel nostro animo pesano come un macigno.

Cos’è che ci ferisce? Io so di essere bravissima a far scivolare le cose, a far finta che determinati problemi non esistano, ad accettare ciò che arriva dall’esterno come se fosse giusto, anche se non mi piace, a mostrare una facciata di imperturbabilità. Questo fino a quando non arrivo al limite. Poi basta un niente, una piuma che sposta il mio equilibrio in maniera impercettibile, e crolla tutto.

Ci sono ferite che non guariscono. Che rimangono lì, nascoste. Sembra tutto normale, e invece abbiamo fatto uno slittamento laterale. Ci siamo dissociati. È tutto ok. Daijobu. 大丈夫。大丈夫。Hanyu lo dice all’inizio, due volte. Ma è davvero tutto ok?

La data che vediamo comparire, 10 febbraio 2022 è quella del libero olimpico. Quel giorno Hanyu ha smesso di essere il campione olimpico in carica. Quel giorno non ha vinto una medaglia, ed era dal dicembre del 2014 che era sempre salito sul podio in tutte le gare a cui aveva partecipato. Sette anni al vertice, ma in realtà, al di là di un incidente di percorso che lo ha relegato al quarto posto in una gara di Grand Prix, lui al vertice c’era arrivato anche prima. Molti pattinatori hanno carriere più corte, e il periodo di successi spesso dura ancora meno. Quel giorno Hanyu è caduto due volte, altra cosa che non gli capitava da anni. Quel giorno, nonostante tutto, è definitivamente entrato nella leggenda, spinto in alto dalla determinazione con cui ha fatto lo stacco del quadruplo axel. Le cose non sono andate come avrebbe voluto, come tutti avremmo voluto. Non sempre i sogni si avverano. Hanyu è caduto, il salto, pur se riconosciuto come quadruplo axel, è stato giudicato sottoruotato.

La fine di un sogno?

Hanyu ha parlato, nei giorni successivi, degli sforzi compiuti invano, ed è stato doloroso ascoltarlo, perché sappiamo cosa ha sempre detto degli sforzi. Dell’andare avanti, anche se non sempre si viene ripagati. Quel giorno è stato la fine di tutto? Non è stato ripagato, non nel risultato. Quante volte ci siamo impegnati con tutte le nostre forze, e le cose sono ugualmente finite male? E non sempre c’è la possibilità di rimediare, di provare un’altra volta.

Il quadruplo axel era un rischio enorme, lo sapevamo. Era anche il desiderio di andare oltre le possibilità umane, di inseguire un sogno nonostante il rischio della caduta. È stato la conferma che Hanyu è oltre i calcoli, oltre le gare, oltre una concezione della vita limitata dalle nostre paure e dai nostri interessi. Quel salto è stato una dimostrazione di fiducia enorme nella forza del sogno e nelle nostre potenzialità. Non per nulla il montaggio di Prologue ci ha fatto vedere lo stacco, la fase di volo, e si è fermato prima dell’atterraggio.

La gara era iniziata due giorni prima, con il programma corto. Un programma corto bellissimo e doloroso. Il programma corto più difficile mai realizzato da chiunque, perché le difficoltà non sono date solo dai salti. Sì, tre pattinatori avevano inserito nel layout salti più difficili, altri sei avevano previsto le sue stesse difficoltà, ma la difficoltà non è data solo dal numero di rotazioni o dal tipo dei salti. Hanyu è stato l’unico a eseguire sei soli incrociati, e questo quando, secondo John Misha Petkevich, un programma senza incrociati è “virtually unthinkable“. Gli incrociati di Yuma Kagiyama sono 11, quelli di Nathan Chen 15, quelli di Shoma Uno 18. Junhwan Cha ne fa 8, non molti più di Hanyu, ma nel suo programma c’è un solo quadruplo. Jason Brown, senza quadrupli, ne fa 16. E non sono solo gli incrociati. Esistono vari tipi di passi usati esclusivamente per prendere velocità. Il totale va dai 40 di Cha ai 45 di Uno e Kagiyama. Hanyu ne fa 23. Introduction and Rondo Capriccioso è il programma corto più difficile mai proposto da chiunque. Solo che le cose non sono andate come lui aveva sognato, come tutti avremmo voluto. Un buco nel ghiaccio, nel momento in cui Hanyu avrebbe dovuto eseguire il quadruplo salchow, ha trasformato il salto in un singolo.

Nel momento in cui Hanyu è atterrato da quel salchow, ha dimostrato una forza incredibile. Ha eseguito la sua luna esterna come se non fosse successo nulla di strano, come se quel volo ampio, con una sola rotazione, fosse stato esattamente ciò che intendeva fare. Chi non conosce il pattinaggio non ha notato nulla di strano. Non ha visto nessun errore. Un errore in realtà c’è stato, piccolo. Uno slittamento laterale all’atterraggio del salto d’ingresso della trottola saltata. Nulla di grave, in un programma straordinario. Macchiato dalla sfortuna, da un’assenza che nel punteggio finale ha avuto un effetto devastante. Anche le assenze pesano, e possono finire con il definirci. Con il dare origine a cicatrici che non vogliono guarire.

Hanyu aveva già posto del balsamo su quella ferita, quando aveva interpretato il programma in modo perfetto per 24-hour. In quell’occasione però c’era una sola spettatrice, al di là della troupe televisiva, e il pubblico ha visto il programma in differita. Non è la stessa cosa. Non potrà mai essere la stessa cosa. Anche ora. I Giochi olimpici non sono paragonabili a nient’altro, anche se GIFT ha avuto più spettatori rispetto a quelli delle gare olimpiche. Ma se non sempre è possibile realizzare i nostri sogni così come li avevamo sognati, a volte possiamo adattarci, e fare in modo che i sogni non muoiano. Che le ferite vengano lenite da un balsamo, dalla consapevolezza che il mondo può non essere giusto, può ferirci, ma che noi possiamo ugualmente andare avanti. Per questo, per quanto possibile, Hanyu ha ricreato l’atmosfera olimpica, con il tempo che dal 10 febbraio 2022 è corso avanti, fino al 26 febbraio 2023.

“You have six minutes for your warm up”

Prologue era iniziato con i sei minuti di warm up. Ci aveva colti di sorpresa, ma lo avevamo trovato adeguato allo show. L’ultima volta che lo avevamo visto pattinare dal vivo – per la precisione io non ero presente dal vivo, ma altre persone sì – Hanyu era ancora un agonista. Era uno show, ma gli show fanno parte della normalità, sono l’intervallo fra una stagione e l’altra. E le gare iniziano con il warm up. Perciò quel momento era appropriato, una cerniera fra il passato e il presente.

Con GIFT già avviato da un pezzo, nessuno si aspettava più il warm up, e invece.

He’s a two time Olympic gold medalist and two time world champion. He’s also won at the Four Continents, the ISU Grand Prix final, the World Junior Championship and the ISU Junior Grand Prix Final, to become the first male single skater ever to complete a Super Slam of major competitions. From Japan, Yuzuru Hanyu

Luci da gara. La presentazione in inglese, come a Pechino. Niente sconti. Se si vuole superare un trauma, non è possibile cercare scorciatoie. Bisogna rivivere tutto.

Non c’era altro da dire, tranne che la verità.
E la verità era questa: c’era lo spazio sufficiente.

È una delle scene più intense di una delle mie opere preferite, L’arazzo di Fionavar di Guy Gavriel Kay. In questo caso Kay sta narrando di un incidente d’auto e delle sue conseguenze.

Domanda: come si misura il tempo in un momento come quello? Risposta: Dallo spazio che c’è.

Non so quante volte ho letto il libro. Non so quante volte sono stata ferita da queste parole. Una situazione imprevista, difficilissima. Un margine di manovra minimo. Come si reagisce? Quanto pesano le conseguenze di ciò che si è fatto? Per alcuni errori non si ha il permesso di piangere. Si può solo pagare il prezzo. O almeno, questo è ciò che una parte di noi ci dice.

La pioggia, nel romanzo, lava via il dolore. La catarsi è straordinaria. Ma, per quanto io sia stata segnata da queste pagine, può esserci catarsi nella vita vera? Lo avremmo scoperto a breve. Quando tutto ci crolla addosso, possiamo rimanere schiacciati oppure lottare, cambiare i nostri sogni e trovare un nuovo modo per andare avanti. Hanyu non potrà mai atterrare quel quadruplo salchow nel programma corto olimpico. Aveva bisogno di atterrarlo in GIFT.

Alcuni gesti sono caratteristici, li conosciamo. I paralame accostati al viso, per ringraziarli di aver protetto i suoi pattini e dirgli che sta entrando in pista. Il saluto al ghiaccio, la speranza che dal loro incontro possa nascere qualcosa di straordinario. Un minuscolo inciampo all’inizio, qualcosa di imprevisto che ci ricorda che gli imprevisti possono capitare, e che possono essere disastrosi. Una volta ho visto Anna Pogorilaya farsi male alla schiena in un inciampo banale, mentre stava salutando il pubblico prima del suo programma. E poi i discorsi fra sé e sé, un triplo loop di prova, per scaldarsi, una musica incalzante di sottofondo che se ha fatto crescere la tensione in me, non so che effetto possa aver fatto a lui, axel singolo intenzionale, con il controllo dei salti che è diventato il mio modo per cercare di aggrapparmi a qualcosa. Anche ammirando la curva tracciata dalla lama. Ecco la rincorsa del quadruplo toe loop, il salto arriva, arriva, ginocchio lievemente piegato, euler-triplo salchow, qualcosa che nel programma corto non può fare, che non ha senso provare, non ora. È stato solo un modo per fare comunque una combinazione con un triplo, visto quel ginocchio piegato? Non lo so. Al Four Continents Championship 2020 un atterraggio impreciso sul quadruplo toe loop lo ha spinto a cambiare la combinazione, a fare euler-triplo salchow invece di triplo toe loop. Lì poteva, in un programma corto non si può. E non è che perché GIFT è uno show Hanyu può fare tutto quello che vuole. Questo poteva essere solo un programma corto pattinato rispettando le regole della gara, sapendo che un errore avrebbe rovinato il risultato finale. Non un punteggio, in questo caso, ma la storia.

Non ho mai capito come facciano, i pattinatori, a mantenere la calma. Io non reggerei. Ogni volta che ho dovuto affrontare un appuntamento importante, sono stata tradita dai miei nervi. Ecco la parte analitica che sopraggiunge, che cerca di aggrapparsi a qualcosa, di razionalizzare, per evitare che il cuore esploda. Perché se avesse sbagliato uno dei salti della Ballata di Chopin sarebbe stato un peccato, tutti vogliamo vedere programmi senza errori, ma quello sarebbe stato un incidente di percorso. Un errore in Rondò avrebbe distrutto la storia, e lo sapevamo tutti. Lo show, due ore e mezza più il rifacimento della pista, oltre quaranta minuti di pattinaggio, era tutto legato al successo di questo programma. Non che non fosse importante anche il resto, ma per affermare che si può guarire dalle ferite bisogna fare in modo che le ferite possano guarire, non infliggerne di nuove.

Via la giacca, rivelazione del costume. Lo avevamo intravisto, sapevamo che costume era, ma come sempre il momento è stato accolto con un boato. Certe tradizioni si mantengono. La bottiglia, quanto basta per bagnarsi le labbra. Di nuovo la rincorsa. Quadruplo toe loop-triplo toe loop. Ne ho visti di più fluidi da parte sua, ma va bene così. È comunque da +5. Ormai i bullet mi sono entrati in testa. L’orchestra non c’è, è uscita, quella che sentiremo è l’interpretazione che Shinya Kiyozuka ha registrato per lui. Luna esterna, mohawk, tre di valzer, mohawk, sta arrivando. Il salchow è traditore, non per nulla su internet lo chiamiamo scherzosamente snake, serpente. Può rivoltarsi e mordere, sparire in qualsiasi istante, ma quando c’è, nessuno ha mai avuto un quadruplo salchow paragonabile a quello di Hanyu. Stavolta è buono, non perfetto, ma va bene così. Non perfetto perché sono ipercritica, perché lui vuole la perfezione, altri con un salto come questo ricevono il +5. A volte lui no, neppure con salti migliori. La mente non può fare a meno di fare calcoli. A Torino, quando Hanyu era sceso in pista, per qualche istante mi ero chiesta se sarei svenuta. Va tutto bene. È tutto ok. Salchow singolo intenzionale, un ultimo controllo. La posizione accosciata, l’ultimo momento di riflessione, di concentrazione, la mano su Pooh. A quanto pare non è ancora tornato in Canada a riprendersi l’altro. È curioso come la mente corra in mille direzioni. Se l’arte è una rappresentazione della vita, qui stiamo vivendo ogni singolo istante. Se con l’arte affrontiamo i nostri demoni, ora i demoni incombono su di noi in tutta la loro terribilità. Se con l’arte scendiamo nel profondo, è arrivato il momento di calarsi nell’abisso, con la speranza di tornare a riveder le stelle.

On the ice, representing Japan, Yuzuru Hanyu

Ce l’ha fatta. Interpretazione perfetta. Il quadruplo salchow è stato quello che solo lui sa fare. Sull’atterraggio del secondo salto della combinazione ha dovuto lottare, ma… +2. Comunque +2. Nell’axel ha scelto di non piegare il braccio, di non fare quel gesto folle e difficilissimo che solo lui poteva pensare di fare, e che abbiamo visto che è in grado di fare. Sulla trottola A finale ha alzato un braccio, perché se ciò che fa non è originale, se non si rende le cose più difficili giusto per vedere se è in grado di farle, perché sono belle, non sarebbe lui. Alla fine si è vista tutta l’intensità delle emozioni. La sofferenza. Nemmeno lui sapeva se sarebbe riuscito a completare il programma. La differenza fra qualcosa come il cinema, in cui tutto viene ripetuto fino a quando non è perfetto, e un’arte performativa, che vive sul momento, davanti agli spettatori, e che può fallire. Arigato. Glielo leggiamo sulle labbra. Aveva già interpretato diversi programmi, c’erano stati un triplo flip e un triplo lutz in Hope and legacy, una combinazione quadruplo toe loop-triplo toe loop e un triplo axel nella Ballata, non ho contato le trottole, o le sequenza coreografiche e di passi. Quando si presenta un programma di gara, lo si fa da riposati, perché si darà il 100%. Lui no, perché nella narrazione Rondò aveva senso qui, non all’inizio. In Prologue era giusto iniziare con SEIMEI – un SEIMEI in versione ridotta, due soli quadrupli, anche se i tripli axel erano diventati tre perché ormai lui non è più vincolato dalle regole – in GIFT si poteva arrivare a Rondò solo dopo aver compiuto un determinato percorso.

Alla fine il suo sorriso è la cosa più bella che ci sia. La gioia di aver superato i suoi demoni. Il sollievo da una sofferenza che lo tormentava da oltre un anno. Nulla potrà cancellare quel buco nel ghiaccio, il punteggio non sarà riscritto. Ma è stato un incidente di percorso, un episodio sfortunato, il destino che ha deciso di mettersi di mezzo. Non mancanza di volontà, mancanza di capacità. Arigato gozaimashita, detto al pubblico e al cielo. E poi un saluto al ghiaccio, in quel punto. Stavolta non ci sono buchi. Stavolta non c’è bisogno di chiedersi perché.

È la fine della prima parte. Hanyu sparisce dietro le quinte per riprendere fiato, con il pugno stretto a mostrare tutta la sua soddisfazione. Il ghiaccio viene rifatto. E noi andiamo in analisi.

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4 Responses to GIFT – prima parte

  1. Fenraven – Fenraven lives in central Florida, which reminds him of Wisconsin and Minnesota. Find him on Twitter and Facebook by searching on 'fenraven'.
    Fenraven says:

    I used DeepL to translate this, because it is so much better than Google. Your observations and writing are powerful. They reminded me why I love GIFT so much, and why I watched it four times in four days. It’s been a week now, and I was already hungering for another viewing when I read this post. It is time to watch GIFT again.

    • Martina Frammartino
      Martina Frammartino says:

      When I discovered Deepl, I also noticed that its translations are better than Google’s. I usually do Japanese-English translations, something that must be always taken with caution.
      I was overwhelmed by GIFT, and I felt the need to write about it. When Yuzu said in July that he wanted to change our idea of what a figure skating show is, he meant it. Not that I’ve ever doubted him, but his ability to go beyond all our expectations every time is incredible. Yes, it’s always a good time to watch GIFT again.

      • Fenraven – Fenraven lives in central Florida, which reminds him of Wisconsin and Minnesota. Find him on Twitter and Facebook by searching on 'fenraven'.
        Fenraven says:

        He’s certainly changed the idea of what an “ice show” is. GIFT was so far beyond “ice show,” it’s not even in the same universe. 🙂

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