Sendai

Alla fine sono andata in Giappone anch’io. Non è stata esattamente una mia decisione. L’appuntamento per fare il passaporto lo ha preso mio marito per me, altrimenti io non lo avrei fatto. Continuavo a dire “adesso lo fisso, adesso lo fisso, adesso lo fisso”, e (deliberatamente) non facevo nulla. Ed è stato lui a insistere per mesi che dovevo assistere a uno degli show di Hanyu dal vivo. Hanyu—no, Yuzu. Per me è Hanyu quando parlo di lui in modo professionale. Quando scrivo un articolo, quando spiego qualcosa. Ma nella mia testa e nel mio cuore è sempre Yuzu. Una persona che non conoscerò mai, ma che per me è importantissima.

Al marito si è aggiunta un’amica, che ha fatto tutto quello che poteva fare al posto mio e che mi ha aiutata a fare ciò che dovevo fare io, perché da sola non sarei stata in grado di cavarmela con i siti giapponesi. Non sarei riuscita a registrare il mio numero di telefono e a iscrivermi alla lotteria di Asahi. Non sarei stata neppure in grado di cavarmela con l’organizzazione del viaggio, io che fuori dall’Italia non sono quasi mai andata e che mi sentivo come Marcus Brody ad Alessandretta in Indiana Jones e l’ultima crociata. A differenza di Brody io non parlo greco antico, e non c’è neppure qualcuno che mi sta cercando per rapirmi, ma lo spaesamento era lo stesso. Enorme, così come i sensi di colpa per essermi lasciata alle spalle un marito che lavorava e due figlie che studiavano per andare dall’altra parte del mondo a divertirmi. Divertirmi…

In alcuni momenti è stata dura. Il mio inglese fa schifo. L’ho imparato da autodidatta nel 2002 perché volevo leggere La Ruota del Tempo di Robert Jordan, la cui traduzione italiana era stata interrotta nel 1995. Lavoravo in libreria da qualche mese, vendevo corsi di lingua, un giorno ne ho comprato uno anch’io e l’ho studiato. Leggo senza problemi. Fatico a scrivere, anche se mi aiuto con un traduttore automatico. Faccio tantissimi errori e non sono in grado di usare le sfumature, limite che in alcune occasioni si è rivelato un problema enorme. Faccio ancora più fatica quando devo capire quello che viene detto. E quando devo parlare… la frustrazione del non essere in grado di esprimermi era enorme. Non avevo parole.

In più mi sentivo trascinata in un mondo che non capivo, con la sensazione costante di sbagliare qualcosa. L’impatto con il cibo non è stato dei migliori. Non capivo cosa avevo davanti. Non lo riconoscevo con gli occhi, e anche quando usavo il traduttore troppo spesso quello che leggevo non mi diceva nulla. A un certo punto ho rinunciato a capire e mi sono limitata a mangiare cose a caso, sperando di non imbattermi in qualcosa che davvero detestavo. A volte è andata bene, a volte no. È passato, così come sono passati quei momenti in cui avrei voluto essere in Italia perché mi sentivo sopraffatta da tutto.

19 giorni, tanto è durato il mio viaggio. Partenza il 29 gennaio da Milano, arrivo a Tokyo il 30, con cambio aereo in Germania. Partenza il 16 febbraio da Tokyo, con cambio aereo in una diversa città in Germania, arrivo a Milano il 16, con 5 ore di ritardo perché il primo aereo è partito in ritardo, è arrivato in ritardo all’aeroporto di scambio, e mi ha fatto perdere il volo successivo, e l’aereo su cui sono salita in sostituzione di quello perso ha fatto a sua volta ritardo. Sendai, Chiba e Kyoto, con puntate a Tokyo, Kobe e Nara. Sembra assurdo, sono andata in Giappone ma io Tokyo non l’ho vista. Sono atterrata lì, ho preso lo shinkansen per Sendai e poi di nuovo al ritorno, andando subito a Chiba, l’8 ho visitato la mostra di Ryuichi Sakamoto (ora posso dire di essere stata cacciata fuori da un museo perché era orario di chiusura anche in Giappone), quindi passaggio nelle stazioni di Tokyo tornando da Chiba per prendere lo shinkansen per Kyoto, e ultima notte in Giappone a Tokyo, con camera vista aeroporto (le piste no, ma gli aerei in fase di atterraggio e decollo sì) per essere sicura di non avere problemi a prendere l’aereo il giorno dopo. Tokyo? Qualcun altro l’avrà vista, io no. Neppure i luoghi che di solito attraggono i fanyu. Librerie, cartelloni pubblicitari, vere e proprie attrazioni turistiche… suppongo che esistano, ma io non so dove siano.

Prima tappa, Sendai. Inevitabile, visto chi è il suo tourist ambassador.

Nel video Yuzu elenca un buon numero di posti. Ovviamente le feste le ho mancate, non era la stagione giusta. E in inverno e senza macchina non era esattamente neppure il momento per andare negli onsen in montagna. In compenso ho fatto un giro alla baia di Matsushima, che Yuzu non ha citato. Bellissima, come bellissima è la sala da the che si trova non distante dal mare. Qui lo tsunami non è arrivato perché la conformazione della costa e le isole della baia hanno protetto l’area. Un piccolo angolo di paradiso che si è salvato dalla devastazione che ha colpito con forza la regione.

Come si intuisce dal mio abbigliamento, faceva freddo. Indosso due maglioni e il cappello di lana in questa foto, entrambe cose che normalmente non faccio perché non ne sento la necessità. Sempre meno freddo di quello che ho provato un paio di giorni dopo, in una bella giornata di sole ma con un vento gelido che penetrava fin dentro le ossa. Lì le tracce della devastazione erano evidenti, perché ero andata alla scuola elementare di Arahama, e mentre camminavo in quell’area, mentre guardavo le foto, pensavo alle persone il 3 marzo del 2011. So che a Sendai ha nevicato quel giorno, perciò la temperatura era bassa. Centinaia di persone si sono rifugiate nella scuola, unico edificio dell’area che ha resistito a onde che hanno raggiunto il secondo piano. Persone che dalla scuola hanno visto le loro case spazzate via dalle onde, insieme a tante altre persone. Sconosciuti. Semplici conoscenti. Vicini. I loro cari. Qui davvero non ci sono parole per raccontare le emozioni.

L’orologio si è fermato all’ora dello tsunami. Era una zona residenziale, il mare non si vedeva dal terrazzo posto sopra il quarto piano, perché c’erano case e alberi a nasconderlo. Ora a nasconderlo non c’è più nulla.

Le case…

A Matsushima e alla scuola di Arahama bisogna andare, nel primo caso con un treno, nel secondo con un pullman. A volte abbiamo preso la metropolitana, per la maggior parte abbiamo camminato. Nella via dello shopping, che era vicina al nostro albergo, e in vie a caso, vedendo case una diversa dall’altra. Case antiche e moderne, grandi e piccole, palazzi altissimi e costruzioni che sparivano nella loro ombra. Qui, nelle altre città. Secchi davanti alle case come protezione dagli incendi, e mi chiedo se più di quel paio di litri d’acqua contenuta nei secchi non sia una protezione maggiore pregare in uno di quei numerosissimi templi che si incrociano lungo il cammino.

Un cammino, a Sendai, che non poteva non portare allo Zuihōden, il mausoleo di Date Masamune e della sua famiglia. In realtà il complesso originale, designato tesoro nazionale nel 1931, è stato distrutto nel 1945, quando i bombardamenti americani hanno raso al suolo Sendai. Quella che vediamo oggi è una ricostruzione realizzata nel modo più fedele possibile al complesso originario.

Ciò che non è stato ricostruito è il Castello di Aoba, di cui rimangono solo una delle torri di guardia e poche rovine, al cui fianco campeggia la statua di Date Masamune.

Sendai…

La vista è da quel castello che non c’è più. In questo momento il cielo si era rasserenato, quel lieve nevischio che ci aveva accompagnate alla torre di guardia era sparito, anche se qualche volta è tornato ad accompagnare il nostro cammino. Come quando siamo andate a trovare una kokeshi.

Ma un percorso in Sendai non poteva non portare ai luoghi di Yuzu, luoghi che tutti i fanyu conoscono bene. E tracce della presenza di Yuzu si incontrano fin dalla stazione.

Tappa obbligata all’Ice rink, dove ho pattinato peggio del solito. Non che esista un solito per me, io non pattino abitualmente, l’ultima volta che avevo indossato i pattini era stato oltre 8 anni fa. Però almeno ero in grado di stare in piedi e muovermi, seppure lentamente, mentre stavolta ho fatto la classica fanyu che si aggrappa alla balaustra come se ne dipendesse la sua vita, e che arranca per completare il giro. Uno solo, perché quando l’ho finito ci hanno fatto uscire dalla pista per il rifacimento ghiaccio, e dopo io ho deciso di non rientrare. Ero all’inizio del mio viaggio, non potevo permettermi di slogare una caviglia, e io di caviglie slogate sono un’esperta. Non nella cura delle slogature, ma nel più semplce gesto di slogarmi la caviglia, cosa che ho fatto non so quante volte. Meglio smettere prima di fare danni e fare altro, come visitare il piccolo museo dell’Ice rink. Mi spiace che a parte l’area iniziale il museo non possa essere fotografato. Capisco il divieto in pista, dove ci sono bambini, questo mi lacia perplessa, ma pazienza. Non poteva mancare nappure un salto nel parcheggio per guardare i pullman ufficiali con i loro autisti, o il piccolo tempio che si trova alle spalle della pista.

Da qui, non ci vuole molto a raggiungere il Nanakita Park, anche se purtroppo l’inizio di febbraio non è il momento migliore per coglierne la bellezza.

Se ora il centro del pattinaggio a Sendai (e, per quanto mi riguarda, del mondo) si trova all’Ice Rink, il pattinaggio ha iniziato a essere praticato in Giappone al laghetto di Goshikinuma, non lontano dal quale si trovano un museo cittadino, con tanto di mezzobusto di Date Masamune, e l’International Center.

Se ho fatto le foto con le due pose di Parisienne Walkways e di Seimei? Ovvio che le ho fatte, ma queste le tengo per me, come la maggior parte delle altre foto che ho scattato. Non ho fatto, invece, la foto con la layback ina bauer di Shizuka Arakawa, se solo ci avessi provato la mia schiena mi avrebbe abbandonata all’istante. E ovviamente ho fatto il confronto delle mani.

Fra i luoghi di visita obbligati ci sono state anche numerose librerie. La quantità di libri giapponesi in casa mia sta aumentando a dismisura. Non contenta, mentre ero a Sendai ho anche aperto una nuova casella di posta e un nuovo account Amazon, in modo da poter comprare le versioni digitali delle riviste che mi interessano.

Per quanto riguarda la foto, la commessa a cui ho chiesto il permesso dopo avermi detto che era ok mi ha mostrato un QR code per guardare il video di un dietro le quinte di un servizio fotografico.

Durante la notte fra il 5 e il 6 ha nevicato. Al mattino partenza per Tokyo, per la tappa più importante del viaggio in Giappone. Bye bye Sendai.

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