Dopo aver pubblicato il mio post su Sendai, un’amica mi ha detto che avrei potuto intitolarlo “come essere buttati fuori dalla confort zone a pedate ma va bene così”. Io ho sempre faticato a trovare i titoli, ho il sospetto che i testi brevi mi stiano stretti. E naturalmente anche questo titolo fa schifo, ma pazienza.
Una volta che ci siamo lasciate alle spalle Sendai, ci siamo lasciate alle spalle anche il freddo. Quello vero, intendo. A Chiba la temperatura era accettabile, e uno degli ultimi giorni uscendo dall’albergo a Kyoto, in una bella giornata di sole, ho pensato “che bello, oggi finalmente fa caldo”. A quel punto mi sono resa conto che potevo vedere una nuvola enorme che usciva dalla mia bocca mentre respiravo. Caldo? Forse sarebbe più corretto dire che faceva meno freddo che a Sendai. Ho letto un commento di una persona che vive in un paese tropicale che sarebbe andata a Sendai per Notte stellata, e che non aveva gli abiti adatti per il clima che avrebbe trovato. Spero non abbia sofferto troppo, lei e tutti gli altri, perché forse la temperatura era un po’ più alta rispetto a quella che trovato io, ma certamente io sono più abituata a temperature basse, ed è stato impegnativo.
La mattina del 6 abbiamo lasciato Sendai e ci siamo dirette prima a Tokyo e poi a Chiba, e nell’albergo ho trovato ad aspettarmi una gru. È un modello diverso da quello che faccio io, ma è comunque una gru.
Prima di partire avevo stampato e tagliato abbastanza fogli da poter continuare a fare una gru al giorno anche dal Giappone. Ho anche tenuto conto del fuso orario, in modo che per chi vive in Italia è stata davvero una gru al giorno, giorni dei voli intercontinentali inclusi, anche se in un orario un po’ diverso dal solito. Per il 16 febbraio mi ero messa un foglio nel bagaglio a mano, in modo da poter piegare e fotografare la gru mentre ero in aeroporto in Germania, in attesa di poter finalmente tornare in Italia.
Nel pomeriggio abbiamo fatto un giro in monorotaia.
Non ditelo a nessuno, ma io riesco ad avere le vertigini sulle ruote panoramiche. Qui invece non ho avuto nessun problema.

Di Chiba ho visto davvero poco, giusto quel che potevo ammirare dai finestrini della monorotaia, il porto, dove la mia amica e io siamo arrivate quando ormai era buio, e un piccolo tempio in cui ci siamo imbattute nel cammino di ritorno verso l’albergo.

La vedete quella stella nel cartello che si trova a destra? Ovvio che appena l’abbiamo vista abbiamo usato il traduttore del cellulare e sì, si tratta di un tempio dedicato ad Abe no Seimei. La luce, purtroppo, non era delle migliori.

Sulla pagina di Chiba della Wikipedia giapponese sono elencati 37 luoghi storici (compresi numerosi templi, non il tempio dedicato a Seimei perché è un tempio piccolo e l’elenco comprende solo i più importanti), più una gran quantità di attrazioni turistiche e musei. Dalle foto di Wikipedia l’impressione è che siano belli, ma io non ero a Chiba per i templi, e la mattina del 10 sono partita per Kyoto.
Lo so, ci sono tre giorni di mezzo. L’8 sono stata a Tokyo in compagnia di alcune fanyu italiane. Sul 7 e sul 9 mi soffermerò un’altra volta.
Avevo visto il monte Fuji dal finestrino dell’aereo, anche se io non ero vicino al finestrino, l’ho rivisto dal finestrino dello shinkansen. Solo all’andata, al ritorno era nascosto dalla nebbia.

Kyoto, dunque. Nell’albergo ho preso una cartina per turisti, troppo poco dettagliata per poterla utilizzare davvero, ma mi piace comunque guardare l’insieme. Mi fa capire le distanze, le proporzioni, anche se uno dei templi che ho visitato qui non c’è perché si trova più a sud, più in basso rispetto alla stazione ferroviaria, che ho evidenziato con un rettangolo rosso.

La prima tappa non poteva che essere al tempio di Seimei, quel tempio che l’imperatore Ichijō fece erigere là dove il vero Abe no Seimei era vissuto. Nella mappa l’ho circondato con un rettangolo viola. Per quanto questo tempio sia più grande di quello di Chiba, si tratta di un tempio piccolo in una città che vanta circa 2.000 templi, 1.600 buddisti e 400 shintoisti.







Anche una semplice passeggiata, senza un obiettivo preciso, può riservare sorprese lungo il cammino. Credo che questo sia parte del Sentiero del filosofo.
E in qualsiasi momento si può incappare in qualcosa che cattura l’attenzione.





Lo so, questa non è un’attrazione turistica, ma quando ci siamo trovate davanti un negozio Phiten, non potevamo evitare di entrare a visitarlo. Avevo già comprato la mirrorball e un paio di calze in Chiba prima del primo show, ma non potevo proprio non comprare un altro paio di calze, vero?
Tornando alla mappa, l’area all’interno del rettangolo giallo è il Nijo-jo castle, la residenza dello shogun, e una volta che si varcano i cancelli sembra davvero di essere in un altro mondo.







Il complesso comprende diversi edifici. Nel Ninomaru non era possibile fare foto, né entrare con le scarpe, visto che si cammina sul pavimento degli usignoli. Per fortuna ero attrezzata per l’eventualità.
Gli occhi e le orecchie sono nascosti dai pantaloni, non ho idea di quale animale sia quello che si trova sulle mie calze antiscivolo, ma considerando il freddo che comunque filtrava dai tatami, sono stata contentissima di averle portate con me. E questa non è stata l’unica volta che ho adoperato le calze. Purtroppo non siamo riuscite a visitare tutto perché alcuni edifici non erano visitabili e a un altro si poteva accedere solo tramite prenotazione.


Qui siamo nel centro di Kyoto. Davvero. E questo non è neppure il complesso più grande. Il più grande è il Palazzo imperiale, quello che nella mappa ho indicato con il rettangolo verde.

















In mezzo alla bellezza c’è anche lo spazio per la memoria nella forma di un paulownia, un albero nato dal seme di un altro paulownia, che si trovava a soli 1.3 chilometri dal luogo dell’esplosione della bomba atomica a Hiroshima, e che è sopravvissuto all’esplosione.
Al Palazzo imperiale, purtroppo, siamo arrivate tardi. Anzi, non siamo neppure arrivate. Tutto quello che siamo riuscite a percorrere è stato il sentiero a sud del parco Gyoen, da ovest a est, prima che diventasse troppo buio per vedere qualsiasi cosa.






La luce ci stava decisamente abbandonando, e con lei se ne andava ogni possibilità di scattare foto. Però uno dei templi aveva la sua luce, e quello che era illuminato non poteva non colpirmi. Chissà perché vedere le gru su di me ha un certo effetto, anche se conservo le mie in una scatola e non ho la minima intenzione di appenderle.

L’ultima area che ho indicato sulla mappa, usando il colore azzurro, è un tempio buddista, il Nishi-Honganji, che abbiamo visitato per il semplice fatto che era sulla strada fra la stazione e il nostro albergo e che sembrava bello. Era bello, non si limitava a sembrarlo, infatti dopo la prima visita forzatamente interrotta perché era orario di chiusura, siamo tornate qualche giorno più tardi.







Gli edifici poggiano su pilastri perché in passato erano circondati dall’acqua.



Più a sud, in una zona che non compare nella mappa che ho pubblicato più in alto, c’è una pagoda.





Luoghi meravigliosi, tutti quanti. Quanto non abbiamo visto? Tantissimo. Kyoto è una città straordinaria, e mi spiace aver ignorato un’infinità di luoghi, ma ho sempre preferito visitare pochi luoghi, e visitarli con calma, piuttosto che correre dall’uno all’altro, come se dovessi raccogliere timbri.
Timbri? I luoghi turistici, così come le stazioni dei treni, hanno il loro timbro, che può essere impresso su un quaderno, se lo si ha con sé, o a volte su fogli messi a disposizione dalla località proprio per i timbri, come ricordo del luogo in cui si è stati. Io ne ho raccolti alcuni sulla mia agenda, la mia amica li cercava dappertutto.
Da Kyoto abbiamo fatto due brevi viaggi. Suppongo che il kanji hane sia familiare a tutti.

Potevo non andare allo Yuzuruha shrine di Kobe?







Quanti erano gli ema dedicati a Hanyu? Non lo so, non li ho contati. Decine. Alcuni con semplici scritte, altri con foto, o con disegni. I fan hanno dimostrato una notevole creatività, gli ema erano diversissimi, ma sicuramente tutti accomunati da uno stesso forte sentimento. Io non ho lasciato nessun ema qui, ne avevo lasciato uno a Sendai. Nessun disegno, solo poche parole in italiano. Ciò che conta sono i sentimenti.

Altra città a cui abbiamo dedicato davvero troppo poco tempo è stata Nara. Sapevo che nella città, o almeno in un’area della città, i cervi circolavano liberamente, ma saperlo e vederlo sono due cose diverse. Lo abbiamo scoperto appena scesi dal pullman, quando un cervo si è avvicinato a noi e ha mangiato un pezzo della cartina che la mia amica aveva in mano. Ovviamente io ho messo via la mia all’istante. Comunque abbiamo dovuto fare attenzione, perché i cervi sembravano intenzionati a rosicchiare di tutto, dalle nostre giacche ai piccoli peluche che la mia amica teneva appesi alla sua borsa.

Non fatevi ingannare da quell’aria innocente, è tutta una finta.
Come avvisano i cartelli, è bene fare attenzione 😀
Le corna non le hanno, immagino che le taglino per motivi di sicurezza, perché i cervi camminano davvero in mezzo alle persone e non si fanno problemi a inseguirle, se pensano di poter mangiare qualcosa, come ha scoperto la mia amica quando ha comprato una confezione di quei crackers per cervi che vendono sul posto.


Questa è l’area del tempio Tōdai-ji, al cui interno è conservata una statua gigantesca del Budda.










L’ho detto che i cervi non si fanno problemi a mangiare quel che trovano. Comprese le corde che delimitano le aree in cui i turisti non possono entrare.





Ultima notte a Tokyo. Dalla finestra dell’albergo potevo vedere gli aerei in fase di atterraggio, anche se nella mia foto non ne compare nessuno. Ciao, ciao, Giappone.





















Krásne a zaujímavé zábery. Vďaka Martina !
You’re welcome. I was on a lot of beautiful places.